Storia

I giullari: Il folle e la cultura popolare

Figure emblematiche che hanno rivestito un ruolo ambivalente nella società medievale, i giullari sono dei personaggi multiformi, gli unici motori propulsori di una cultura non circoscritta alle élite del tempo; cultura alla quale avevano libero accesso e nella quale potevano rispecchiarsi anche gli strati più bassi della popolazione. La loro terra d’origine è la Francia, ma sono attivi nello scenario europeo dal X al XV secolo.

Il riso è una componente fondamentale per l’attività di questi artisti girovaghi, che con le loro beffe, storie, ritornelli e talvolta performance acrobatiche avevano come scopo quello di divertire la gente. Inizialmente apprezzati solamente dal popolo, col tempo cominciarono a diventare anche intrattenitori “ufficiali” dei signori; la loro importanza, dunque, crebbe a dismisura in pochi secoli.

Dapprima si esibivano prevalentemente nelle strade della città, vivendo ai margini della vita morale e rappresentando tutto ciò che al tempo veniva condannato: divertimento volgare e dissipazione. Traevano guadagno da lazzi e truffe di ogni sorta, accompagnati spesso anche dalle giullaresse, considerate donne dai facili costumi poiché spesso accompagnavano all’attività istrionica anche quella libertina.

Ma il loro apporto alla società medievale è molto più significativo di quello di meri animatori delle folle, in quanto come veri e propri artisti, col passare dei secoli, diedero vita ad un repertorio di ballate, poesie e canzoni. Da componimenti per lo più anonimi e scritti in dialetti locali, (auto)definirono le caratteristiche peculiari della loro poetica, come per esempio l’uso, dal XIII secolo in poi, della forma metrica del Contrasto; parte di questi testi sono giunti sino a noi grazie alle tradizioni popolari o ai manoscritti, che ci danno la possibilità di conoscerli e studiarli. Tutti questi componimenti, diffondendosi a livello locale, diedero vita poi a livello macroscopico al complesso artistico volgare del tempo, fenomeni ed espressioni che possiamo definire appunto cultura popolare.

L’attrazione sul popolo era garantita dal fatto che questi artisti riuscivano a nobilitare le loro vite, rendendoli partecipi e protagonisti delle storie divertenti o eroiche che andavano cantando in piazze e taverne, di città in città.

Sebbene invisi al potere e alla Chiesa il popolo se ne beava e li seguiva, poiché figure di questo genere rappresentavano il bisogno sostanziale di ogni società civile di avere a disposizione delle alternative, delle difformità rispetto alle quali definire se stessi a livello sociale, dalle quali potersi distinguere e allo stesso tempo di cui godere.

In quanto personaggi “alternativi”, la cultura di cui si facevano promotori era inizialmente in contrapposizione con quella ufficiale, e messaggi di cui erano portatori rappresentavano per questa dei pericoli. La loro parola, infatti, era quella del “pazzo”, con la libertà e quasi la licenza di dire cose considerate scomode; impersonavano la cosiddetta verità del folle 1 di Foucault, e il loro prendersi gioco del potere e irriderlo era un attacco alla sua credibilità.

Incarnando immoralità e depravazione, il giullare si guadagna facilmente anche l’astio e le condanne della Chiesa. Il loro esempio nocivo rappresentava un modello completamente contrario a quello proposto dalle sacre scritture, un modo di vivere altro che talvolta veniva preferito, come nel caso dei goliardi: chiamati anche clerici vagantes, in origine preti di falsa vocazione, frati richiamati dal desiderio del mondo, anche loro vaganti e ribelli.

Sappiamo dalle fonti che nel Medioevo la distinzione sociale avveniva anche attraverso l’abbigliamento e le norme di come mostrarsi in pubblico venivano imposte spesso dal potere ufficiale come un elemento ghettizzante. Gli abiti del giullare allora dovevano essere policromi, estrosi, dai colori sgargianti e spesso a strisce verticali (considerate un simbolo diabolico), per essere subito riconosciuti dal resto della popolazione, essendo in netta contrapposizione con l’essenzialità e la monocromia degli abiti dei retti cittadini cristiani. Ma non solo, il giullare doveva anche essere preannunciato acusticamente, ed ecco spiegati i campanelli appesi al cappello, gli oggetti strani attaccati alla cintura e vari strumenti musicali.

Tutto quindi in questo personaggio rappresenta il sovvertimento del senso comune, un’esternazione della sua anormalità, tanto da poter essere giustificato solo in momenti particolari come le feste e comunque tollerato solo perché visto come un povero buffone; impersona dunque una delle tante varianti del “folle” nella cultura europea.

Una svolta avvenne per i giullari quando, dal XII secolo in poi essi si evolvono: accanto al repertorio buffonesco, accolgono quello letterario; imparano il latino e le tecniche poetiche, s’impadroniscono del patrimonio tradizionale e leggendario del popolo, espandono il gusto letterario, laicizzano la cultura ecclesiastica. Tanto che, pian piano, le autorità cominciavano a legittimarne l’operato, approfittandone anche per diffondere messaggi propagandistici o le vicende di personaggi storico-eroici, nel caso del potere temporale, o per diffondere la parola di Dio e le agiografie, nel caso di quello ecclesiastico. Anche gli ordini mendicanti ne subiscono l’influenza, dedicandosi ad una predicazione itinerante del messaggio biblico, tanto che lo stesso San Francesco si proclamò “giullare di Dio”. Così facendo, i giullari riuscirono a rendersi promotori di cultura, mediatori tra le arti e la popolazione, acquisirono sempre di più una loro autonomia come artisti e libertà nelle composizioni diventando i primi intellettuali laici.

Giungono quindi alle corti diventando “menestrelli”, si legano alla figura di un principe e si occupano del suo intrattenimento.

Durante il Medioevo e fino al Rinascimento, il giullare presto ridiscende alla condizione di saltimbanco e buffone, poiché la letteratura italiana trascurava quella fase iniziale di poesia anonima che si faceva voce di idealità collettive e più elementari, innalzandosi subito nella sfera dell’individualità lirica. Perciò, nel momento in cui avvenne il distacco tra una poesia più popolare e letteratura colta essi diventano sempre più estranei a questo contesto, un ambiente ormai mutato che non li riconosceva più e che forse non aveva più bisogno di loro.

All’alba del Rinascimento dunque i giullari finirono per perdere la funzione di dispensatori e mediatori di cultura popolare assunta nei secoli precedenti, che pertanto rappresentava solo un passaggio obbligatorio del loro processo di evoluzione, finendo per ritornare ciclicamente allo stadio iniziale loro percorso.

E sempre allegri bisogna stare

che il nostro piangere fa male al re

fa male al ricco e al cardinale

diventan tristi se noi piangiam!” (Enzo Jannacci – “Ho visto un re”)2

La morale giullaresca riecheggia anche nella musica moderna, quando Jannacci negli anni Sessanta trasforma in brano musicale un testo composto dal grande artista e premio Nobel Dario Fo, una “canzone popolare finta” scritta per un suo spettacolo teatrale. Non a caso Fo, venuto a mancare lo scorso 13 Ottobre, viene chiamato il moderno ma ultimo “giullare medievale”. Questo soprannome nasce quando nel 1968 fondò il gruppo teatrale Nuova Scena, con l’obiettivo di ritornare alle origini popolari del teatro ed alla sua valenza sociale, esibendosi in luoghi alternativi ai teatri. Il suo contributo innovativo al teatro viene ben espresso anche nella motivazione per l’attribuzione del Nobel per la letteratura nel 1997:

«Perché, seguendo la tradizione dei giullari medioevali, dileggia il potere restituendo la dignità agli oppressi. »3

Riferimenti e bibliografia:

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