Uncategorized

Harry Potter: latino e greco 2.0

Che cosa accade se un grande classico della letteratura di consumo incontra le lingue classiche? Si celebrano nozze felici e durature. A dimostrarlo sono le traduzioni in latino e greco dei primi due volumi della celebre saga di Harry Potter (in greco antico esiste soltanto la traduzione del primo libro), curate rispettivamente da Peter Needham ed Andrew Wilson ed edite dalla casa editrice Bloomsbury: Harrius Potter et philosophi lapis, Harrius Potter et camera secretorum e ΑΡΕΙΟΣ ΠΟΤΗΡ καὶ ἡ τοῦ φιλοσόφου λίθος.

In un periodo di crisi per i nostri licei, che vedono diminuire sempre più il proprio numero di iscritti, e di crescente disamoramento per lo studio delle lingue classiche, questo esperimento ci propone alcuni spunti per delle riflessioni sull’insegnamento e sulla duttilità della lingua latina e di quella greca.

Svecchiare la didattica è oggi non solo un dovere, ma quasi una necessità a cui è legata la sopravvivenza stessa del liceo (classico e non). Sottoporre all’attenzione degli studenti di liceo, il cui approccio allo studio del latino e del greco è spesso traumatico, testi che hanno accompagnato la crescita di un’intera generazione potrebbe finalmente strappare a queste lingue la maschera paurosa che sono costrette a portare e far crescere nei ragazzi un maggiore interesse nei loro confronti. Trascorrere l’estate in compagnia del temerario Harrius e degli insopportabili dominus et domina Dursley, oltre che di Ettore e Achille, Enea e di altri eroi dei miti classici, permetterebbe di consolidare le competenze linguistiche e lessicali dei giovani ragazzi del ginnasio con leggerezza quasi ludica; del resto – si sa – giocando si impara. I puristi e i docenti più intransigenti a questo punto storceranno il naso: chi è tanto sconsiderato da accostare la lingua di Platone e Cicerone a queste opere da quattro soldi?harrius-potter-et-philosophi-lapis

Non è questo, ovviamente, ciò che si propone; ma, sebbene non paragonabili, si tratta comunque di testi che permettono di ragionare sul complesso funzionamento logico delle lingue classiche. Ad esempio: il potente nemico di Harry è raramente citato, nei primi libri della saga, con il suo soprannome, Lord Voldemort, ma risulta spesso evocato con una perifrasi come You-Know-Who oppure He-Who-Must-Not-Be-Named; nella versione latina, queste perifrasi vengono sostituite da un solo termine, il pronome indefinito quidam che, in una scala che va da un minimo ad un massimo di indeterminatezza, è quello che individua a non specifica, indica cioè una persona di cui non si può o non si vuole parlare. O, ancora, si potrebbe spiegare che non solo Carthago delenda est, ma anche che Draco dormiens nunquam titillandus. E sono molte le riflessioni sulla sensibilità linguistica delle lingue classiche che possono nascere partendo dall’analisi delle versioni, semplici ma mai banali, di Peter Needham ed Andrew Wilson.

L’esperimento condotto sui romanzi di J. K. Rowling è soltanto una porzione di una vasta galassia di cui fanno parte anche Hobbitus Ille (Lo Hobbit di J. R. R. Tolkien), Winnie Ille Pu (Winnie the Pooh di A. A. Milne) e Regulus (Il piccolo principe di Antoine de Saint-Exupéry), per citarne alcuni.

Il crescente interesse di case editrici e studiosi per opere di questo genere è, insomma, un chiaro segnale per i detrattori e per quanti sono impegnati a celebrare i funerali del latino e del greco antico: le lingue classiche, morte per definizione, spesso risorgono e tornano a vivere – e a lottare – insieme a noi.

Leave a Reply

Your email address will not be published. Required fields are marked *

*