Poesia

Le incertezze del giovane Montale a centoventi anni dalla nascita

Il 12 ottobre di centoventi anni fa, correva il 1896, nasceva a Genova uno dei più grandi poeti italiani di sempre, Eugenio Montale, premio Nobel per la letteratura nel 1975.

Per celebrare la ricorrenza abbiamo deciso di rendergli omaggio, ma l’unico modo per farlo senza cadere nel banale, senza scatenarci in tendenze nozionistiche e, a tratti, manualistiche era trovare un tema che potesse chiamarci in causa, che potesse coinvolgerci e che avesse la capacità di attivare una traslazione, una comunione dell’esperienza del poeta verso la nostra.

Troppo facile evocare le certezze tetragone della notorietà, troppo ridicolo ricordare i trionfi della celebrità e della fama post-Nobel. È per questo che abbiamo deciso di parlare delle inquietudini, delle insicurezze e dell’illeggibilità del futuro del primissimo Montale, quello che faticava ad accettarsi come poeta.

Per meglio comprendere questo periodo della sua vita è fondamentale dire che la Genova di fine Ottocento e inizio Novecento, seppure in decadenza, era ancora una città a tendenza mercantile e commerciale e, per questo, molto ricca. In un clima in cui il successo veniva misurato tramite il guadagno, la letteratura non poteva avere spazio alcuno perché, come dice Giuseppe Marcenaro nel suo Eugenio Montale, «ingombro dell’animo e assolutamente sterile in rapporto al solido». Questo diffuso modo di pensare dovette essere all’origine del rapporto conflittuale del poeta con la propria città natale.

Probabilmente la soluzione alla chiusura genovese fu lo stesso Montale settantanovenne a evincerla dal tempo, che passando, aveva chiarito tutti gli enigmi, quando all’Accademia di Svezia tenne il tradizionale discorso di ogni premiato:

 «In ogni modo io sono qui perché ho scritto poesie, un prodotto assolutamente inutile, ma quasi mai nocivo e questo è uno dei suoi titoli di nobiltà. Ma non è il solo, essendo la poesia una produzione o una malattia assolutamente endemica e incurabile.

Sono qui perché ho scritto poesie: sei volumi, oltre innumerevoli traduzioni e saggi critici. Hanno detto che è una produzione scarsa, forse supponendo che il poeta sia un produttore di mercanzie; Per fortuna la poesia non è una merce».

Quando ebbe origine questa malattia incurabile? E quale fu la reazione del ragazzo al fiorire di quel disagio nei confronti dell’esistenza, il quale, forse da solo, è capace di generare versi?

 

Una risposta può essere data dal discorso dello stesso Montale in una conferenza a Barcellona nel 1954:

«Scrissi i primi versi da ragazzo. Erano versi umoristici con rime tronche, bizzarre. […] Più tardi, conosciuto il futurismo, composi anche qualche poesia di tipo “fantaisiste”, o se si vuole grottesco-crepuscolare. Ma non pubblicavo e non ero convinto di me».

Quasi sicuramente questa insicurezza era scatenata dal non aver ancora trovato una forma espressiva adeguata. Ma il poeta lottava perennemente con l’evidenza intrinseca della propria grandezza e la prudenza della decenza di vivere, che imponeva alla sua vita un ritmo graduale. Tutto ciò generava con buona probabilità una vaga incertezza, come evinciamo dalle testimonianze di Emilio Servadio (studente di legge e suo amico) e di Carlo Panseri (giornalista culturale del Secolo XIX).

Servadio ricorda la mai estinta insoddisfazione di Montale, che prima della pubblicazione di Ossi di seppia è un vero e proprio complesso, quasi a confermare che della portata dei propri versi non si era accorto neanche lo stesso poeta:

«Un giorno Montale mi fece leggere un manoscritto di due o tre delle sue poesie, estratte furtivamente da una tasca, e messe sotto i miei occhi con un anticipato commento deprecativo, nella maniera semiburbera e bofonchiante ben nota a chi conosce il poeta. Io, ricordo, rimasi molto colpito […]. La mia dichiarazione fu accolta con un “bah!” e una mezza alzata di spalle. In realtà, penso che per molto tempo, Montale non si sia reso conto della novità e della “portata“ del suo piccolo e ormai celebre volume».

In merito a questo atteggiamento Carlo Panseri aggiunge «[…] Quando leggeva qualcosa di suo, lo faceva quasi con tremore.»

La pensosa insoddisfazione di Montale continuò per tutta la vita, trasformandosi in una fonte di energia per i suoi versi, spazio dell’angoscia e del senso di colpa.

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