Mondo ellenico

Quando Odisseo sbarcò a Stoccolma

Era il 1963. E il ventiduenne Robert Allen Zimmerman, noto a tutti col nome di Bob Dylan, iniziava a soffiare nel vento.

Era il 1963. E il sessantatreenne Giorgios Seferiádis, noto a tutti col nome di Giorgos Seferis, si apprestava a pronunciare il discorso al «Banchetto Nobel».

Il premio dell’Accademia Svedese, oggi oggetto dei più accesi dibattiti sulla natura (o sullo snaturamento) della poesia, in quel fatidico anno premia per la prima volta uno scrittore greco. Un greco di Smirne. Capace di riconoscere nel canto di Erotocrito che i vecchi marinai gli narravano da bambino la voce di Odisseo.(1)

Quella voce diviene per Seferis l’irrinunciabile eco che lo accompagnerà durante tutte le peregrinazioni della sua policroma vita. Fino a Stoccolma. Lì il diario di bordo (ημερολόγιο καταστρώματος) si raccoglie nello sguardo di uno poeta straniero volto a restituire l’altrove della sua matria Grecia.

“Appartengo a un piccolo paese. Un promontorio roccioso nel Mediterraneo, che non possiede altro bene se non la lotta del suo popolo, il mare e la luce del sole. È piccola la nostra terra, ma la sua tradizione è immensa. A caratterizzarla è il fatto che ci è stata tramandata senza interruzione.”(2)

Come un carmen continuum l’ελληνισμός, il sentimento ancestrale che lega il popolo ellenico al promontorio roccioso nel Mediterraneo, non è andato perduto a causa delle diverse dominazioni. Ha continuato, invece, con resilienza ad essere perpetuato attraverso la lingua: «la lingua greca è unica nell’area culturale europea ad avere una continuità di pari durata, a non manifestare mutamenti radicali o bruschi, come quelli che ad un certo momento del Medioevo hanno sconvolto le lingue neolatine distaccandole dal latino»(3), scrive il professore Mario Vitti.

Eppure quel sentire fu salvato dalla deriva dei tempi non solo mediante la parola. Perché il logos è sempre insufficiente se non viene sostanziato da quello che Giorgos Seferis, quando tradurrà il suo discorso dal francese in greco, renderà con l’espressione: ἡ ἀγάπη της γιὰ τὴν ἀνθρωπιά, l’amore per ciò che è e rende umano.

E il πνεύμα che costituisce l’umanità non è mai mutato e non smarrisce l’esigenza di ascoltare questa voce umana che chiamiamo poesia (4).

La rubrica Elleniká, nel solco scavato dalle parole del poeta smirneo, nelle prossime settimane avrà l’intento di offrire il suo esile contributo perché la voce di Odisseo non rischi di spegnersi per mancanza d’amore, perché non cada nell’oblio la lingua prometeica della coscienza dell’uomo, perché quella lingua ritrovi la forza per rispondere ai mostri che abitano il nostro presente.

Così si conclude il discorso del «Banchetto Nobel»:

“Quando, sulla via di Tebe, Edipo s’imbatté nella Sfinge, ed essa gli pose il suo enigma, la sua risposta fu: «l’uomo». Questa semplice parola poté distruggere il mostro. Abbiamo molti mostri da distruggere. Riflettiamo sulle parole di Edipo.”(5)

Note

  1. Riferimento al testo Sopra un verso straniero in Poesie di Giorgio Seferis, Milano, 19632, trad. di Filippo Maria Pontani
  2. Ghiorgos Seferis, Un poeta greco a Stoccolma (con un saggio di Dimitris Daskalopoulos), Atene, 2016, trad. di Maria Caracausi
  3. Mario Vitti, Storia della letteratura neogreca, Roma, 2001
  4. Vedi nota 2
  5. Vedi nota 2

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