Architettura e Design

Utopia e futuribile: dalle Utopie moderne alla città del futuro. Pt 1

Cari lettori,

questa rubrica, come questo giornale, è il risultato della volontà di condividere passioni riguardo argomenti d’interesse culturale. Premesso che è impossibile dare risposte oggettive a problematiche culturali di vasta portata e che un eventuale tentativo va oltre le mie attuali possibilità, spero di essere per lo meno in grado di infondere curiosità nel lettore, suggerire spunti di riflessione su cui egli possa fondare idee e considerazioni personali. Mi auguro inoltre che queste precisazioni siano utili a spiegare una modalità di argomentazione che non mi spingerà ad inoltrarmi in dettagli e tecnicismi troppo difficili anche per me.

Buona lettura.

Utopia e futuribile: dalle Utopie moderne alla città del futuro, fino alle intuizioni di Joe Colombo.

Siamo una civiltà continuamente proiettata verso il futuro. Quello del domani è un concetto che affascina e coinvolge perché chiunque può creare una propria idea di futuro. Questo perché il futuro è qualcosa che non è ancora divenuto, un contenitore vuoto che aspetta di essere riempito, un’indefinita località dello spazio-tempo in cui convergono idee, speranze e paure degli uomini di ogni presente. Questa rubrica parte dal presupposto che l’architettura sia prima di tutto progetto e che pertanto abbia intimamente a che fare con l’idea di futuro.

L’architettura è futuro anche nel più attuale presente perché è frutto del continuo divenire di chi la vive e la fa propria; nasce da necessità contingenti, ma le sue conseguenze più o meno valenti sono in grado di intaccare profondamente lo spazio e il tempo in cui viviamo e vivremo.

Le più interessanti visioni di futuro hanno come oggetto la città, gli spazi e i modi dell’abitare.

1.L’utopia celebrativa di Etienne Louis-Boullée

Nella Francia dell’Illuminismo l’interpretazione dei nuovi contesti urbani ruota attorno alla “consistenza morale degli edifici”, alla loro funzione civile e celebrativa. Il miglioramento delle condizioni di vita e la speranza di maggior benessere hanno spinto ogni scelta progettuale verso la razionalizzazione degli apparati e, nello specifico, della sostanza architettonica. Le forme pure si combinano in contrasti chiaroscurali che mirano a seppellire gli esiti istrionici del rococò e celebrare il dominio della misura. Lo testimoniano i progetti dell’architetto Étienne-Louis Boullée la cui esorbitante monumentalità li renderà irrealizzabili. Il progetto per l’ampliamento della Bibliothèque Nationale de France (1784) fa delle sue forme colossali il tramite di ideali di civiltà. La monumentale volta a botte cassettonata richiama le enormi basiliche della Roma antica, in particolare quella di Massenzio e, di conseguenza, la celebre Scuola D’Atene di Raffaello. La statura fisica degli uomini si perde dinanzi alla ponderata grandezza della ragione e dei valori civili e culturali che è in grado di propugnare e difendere. Nel progetto per il Cenotafio di Newton (1784) l’apoteosi del genio umano passa attraverso l’esaltazione della scienza. L’eccessiva fiducia si risolverà in un positivismo smodato i cui esiti non saranno sempre benefici. Gli sconvolgenti mutamenti sociali seguiti alla Rivoluzione Industriale infatti restituirono un’Europa vicina al tracollo urbano. Le sue strutture urbanistiche andavano necessariamente rinnovate.

2.La civiltà delle macchine nell’epoca dell’avanguardia futurista: Antonio Sant’Elia.

Antonio Sant'Elia - La città nuova, 1914
Antonio Sant’Elia – La città nuova, 1914

La nuova civiltà delle macchine aveva bisogno di generare ambienti di interazione tra l’uomo e i suoi strumenti. La città viene a dotarsi di infrastrutture in grado di legittimare lo status sociale della nuova classe borghese che guardava con fiducia alla tecnologia e ai suoi possibili impieghi nella definizione di uno spazio urbano inteso come sistema esclusivamente produttivo.  Si arriva così a quel grande congegno che è la città di Antonio Sant’Elia (1888-1916), in cui la dinamica futurista trasforma gli edifici in giganteschi ingranaggi interconnessi.
Dal laboratorio città futurista viene fuori una componente dinamica che quasi deforma gli spazi, li slancia, li segmenta in unità seriali. La città diventa un’industria perfetta in grado di assorbire, convogliare e gestire la potenza dirompente di aeroplani, treni, auto volanti, ecc. Tutto si risolve in una categorizzazione delle attività cittadine. Ogni spazio è destinato a funzioni specifiche. Questa stratificazione del tessuto urbano che  vede nella scenografia della distopica città operaria di “Metropolis” (diretto da Fritz Lang, 1927) di Erich Kettelhut uno dei maggiori esempi, cela il rischio di una spersonalizzazione dell’individuo già percepita da molti intellettuali dell’epoca come Luigi Pirandello (di cui consiglio la lettura dei “Quaderni di Serafino Gubbio Operatore”). L’addensamento abitativo, dettato da ragioni demografiche, è risolto attraverso la straordinaria verticalizzazione degli edifici, da cui deriva una differenziazione tra ciò che è sopra e ciò che è sotto. Sopra ad ogni cosa si trovano sicuramente gli articolati conurbamenti sospesi di Yona Friedman, che introducono nel dibattito sulla città il tema della Megastruttura.

3.Plan Voisin:un nuovo modo di abitare

Le Corbusier - Plan Voisin, 1922-25
Le Corbusier – Plan Voisin, 1922-25

«  Per le strade alte non de’ andare carri […] anzi, sia solamente per li gentili uomini; per le basse devono andare carri ed altre some ad uso e comodità del popolo. […] Per le vie sotterranee si de’ votare destri (i bagni), stalle e simili cose fetide. »

                                                                

Questo scriveva Leonardo Da Vinci nell’ambito della progettazione di un’ideale città sforzesca. Da questo punto di vista Le Corbusier sembra in simbiosi con il genio toscano giacché farà dell’ articolazione selettiva della viabilità uno dei punti focali del suo Plan Voisin, un colossale progetto di una città di 3 milioni di abitanti sulla rive droite della Senna. Il carattere cinetico dell’avanguardia urbana futurista sembra attenuarsi (senza però perdere la sua vocazione produttiva) dinanzi ad un’imponente opera di razionalizzazione della vita urbana. Resta polemico il rapporto con la città vecchia, ormai ritenuta inadeguata a soddisfare le esigenze dell’uomo moderno. La prospettiva antistorica di Le Corbusier libera la progettazione da ogni vincolo, offrendoci così una descrizione precisa della sua città ideale.

Parte 2

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