Architettura e Design

Utopia e futuribile: dalle Utopie moderne alla città del futuro. Pt 2

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4.«I have seen the future»

All’interno di una delle strutture rappresentative dell’Esposizione Universale di New York del 1939, il Perisphere, un diorama illustrava ai visitatori l’utopica città del futuro: Democracity. Partendo dal modello del Plan Voisin, la megalopoli si  sviluppa attorno al centro amministrativo-educativo (Centerton), costituito da imponenti strutture dalla cui base si dipartono le ampie e ariose arterie stradali che favoriscono il collegamento con la zona residenziale (Pleasantville). In corrispondenza del perimetro esterno si collocavano le attività agricole e industriali. Andando oltre le proposte di Democracity, il padiglione per la mostra  Futurama, che General Motors allestì presso la seconda fiera di New York del 1964, parte dalle premesse tecnologiche ed estetiche del proprio tempo ma le proietta avanti di 60 anni, nel 2024. I trionfi dell’astronautica incarnavano il sentimento di una civiltà pronta a compiere un salto evolutivo verso un’ineffabile destino di eternità (si vedano le città aliene descritte nel romanzo “Cronache Marziane” di Ray Bradbury), sublimando il sentimento di riscatto della società post-bellica. Quello che gli spettatori poterono sperimentare virtualmente era un sistema urbano prefetto: futuristiche autostrade automatizzate avrebbero spinto il traffico motorizzato ad elevate velocità attraverso distese di natura prospera e incontaminata. Era diffusa la percezione di una struttura urbana solida e salubre, culla di pace e benessere diffuso.

5.Il design del futuro secondo Joe Colombo

Nell’epoca del miracolo industriale italiano, dei jazz club, delle neo-avanguardie pittoriche si colloca l’opera della generazione di architetti e designer autodidatti. Uno di loro, Joe Cesare Colombo (1930-71), è vicino agli ambienti del movimento della pittura “nucleare”. Il concetto di nucleare, pur essendo declinato da Colombo e compagni (Enrico Baj, Sergio Dangelo) attraverso il primitivismo  segnico, sembra profetizzare l’approccio ultra moderno a cui perverrà Colombo con il suo design meccanico-organicistico. Tutto torna a questo punto perché Colombo si configura come il punto di arrivo e di simbiosi di tutta la cultura progettuale precedentemente illustrata. Negli abitacoli Colombo, come con una zoomata improvvisa, sposta l’attenzione dagli spazi sterminati delle megalopoli a quelli delle mura domestiche. La progettazione modulare di Colombo unisce  nei caratteri estetici offerti dai nuovi materiali plastici i concetti meccanici di Sant’Elia, il funzionalismo di Le Corbusier e l’organicismo di Wright. La trasformabilità degli oggetti permette di ridisegnare continuamente lo spazio domestico per adattarlo ad ogni esigenza abitativa. L’habitat non è quello della collettività ma del singolo. Le soluzioni sono studiate rispetto alle reali esigenze dell’utente, dagli utensili, con il bicchieri “Smoke” (1964), fino ai sistemi abitativi “Box 1”, “T14” (1968) e lo Square plastic system (1969). Colombo scardina la staticità degli spazi borghesi a favore di un approccio più libero e meno formale. Ciò non significa che Colombo non abbia dato importanza anche al sistema città. Lo vediamo nei disegni giovanili della “Città Nucleare”(1952), in cui predomina una prospettiva ecologica. Come in Boullée l’idea di futuro è incarnata dalla purezza delle forme elementari, in particolare la sfera. La progettualità flessibile di Colombo è fondamentale in quanto davvero vicina alle sì esigenze della sua epoca.

Le avveniristiche visioni della città del futuro ereditate dal Novecento sono , da come abbiamo potuto riflettere, lo specchio di grandi aspettative sociali. E anche quando un progetto è utopia e non coincide con le possibilità del presente, resta lì in attesa di un futuro pronto ad accoglierlo.  

Bibliografia:

Joe Colombo- design antropologico (2004, Testo & Immagine, collana Universale di Architettura);

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