Cinema

Il “J’accuse” della cinepresa: Il cinema impegnato L'imponenza del passato e la latitanza del presente verso un incognito futuro

In quest’ultimo periodo colmo di politica rimane difficile non trattare l’argomento. Non che questo renda le cose impossibili quando il nostro protagonista è il grande schermo, infatti basta prendere in mano un qualsiasi manuale di storia del cinema per rendersi conto di quanto sia stato attivo il ruolo di quest’ultimo riguardo alla ragion di stato.

Nel decennio che va dal ’65 al ’75, sia fare cinema che andare al cinema divennero atti politici veri e propri, le iniziative di rivolta contro il sistema e di opposizione alla guerra in Vietnam aumentavano esponenzialmente, passando dalle azioni di grandi personaggi del mondo dello spettacolo come Truffaut e Godard che interruppero il festival di Cannes, a le iniziative dei collettivi di cinema impegnato decise ad evitare i mezzi di comunicazione tradizionali, adottando quindi metodi di produzione alternativi.

Progetti simili si diffusero in tutto il mondo e furono appoggiati dai migliori registi come Clint Estwood e Nanni Moretti: tutto ciò rese il cinema protagonista dei grandi anni di ribellioni e sommosse popolari, rendendo la cinepresa un autentico mezzo di accusa alla politica.

Questo porta a chiedersi dove sia finito questo tipo di ripresa oggi, che fine abbiano fatto quei registi che non hanno timore di puntare il dito; certo abbondano i film storici, molti dei quali degni di nota, capaci di emozionare raccontando perfettamente grandi avvenimenti del passato, come Suffragette (Sarah Gavron, 2015) o l’italiano Diaz – Don’t Clean Up This Blood (Daniele Vicari, 2012), ma da un po’ di tempo ormai non si vedono validi racconti di denuncia prettamente e apertamente politica.

Fortunatamente però, il 13 maggio 2016, al festival di Cannes, i miei sopraelencati desideri si sono avverati: I Daniel Blake ha fatto sua comparsa nella competizione.

Una storia drammatica non certo raccontata da un novellino, Ken Loach, che, dopo averci deliziato durante la sua lunga carriera con film di questo calibro, eccolo ripresentarsi all’età di 80 anni “armato” dell’ennesimo capolavoro.

Il film è caratterizzato da un personaggio comune, una persona ,Daniel Blake, leale e corretta, “Uno che paga le bollette, le tasse, che avrebbe diritto a tutto nel momento in cui si ammala. E invece…”  spiega il regista inglese, e affronta il tema del lavoro, un argomento ricorrente nelle opere di Loach perché “ci definisce dandoci un posto nel mondo”( come affermato a più riprese) e della burocrazia, alla quale lancia il suo “J’accuse”.

Questo film ha commosso e fatto riflettere in tutto il mondo, creando reazioni degne di attenzione: su tutte, quella della città di Loach, Londra, che gli ha reso omaggio addirittura proiettando la scritta “I Daniel Blake” sulla facciata di Westminster.

Il cinema impegnato quindi esiste ancora, ma rimane impossibile non rendersi conto che la sua produzione è riservata agli stessi personaggi che lo hanno creato e l’hanno reso determinante, “Ken il rosso” ha colpito ancora; ma chi sarà il suo seguito? Dramma, commedia, fantascienza e thriller sono colmi di grandi nomi, ma ci sarà qualcuno che scoprirà di nuovo le spalle alle bocciature delle case produttrici per affermare il proprio “no” ad un sistema che non funziona?

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