Prosa

Magrelli: nel nome di un padre Paternità e identità in "Geologia di un padre"

Concludere “nel nome del padre” è una formula che da quasi duemila anni il mondo occidentale ripete costantemente e che tutt’oggi non ha smarrito il suo forte connotato rituale. Valerio Magrelli la sceglie per chiudere, a distanza di dieci anni, la tetralogia in prosa iniziata nel 2003 con Nel condominio di carne[1]: partire quindi dal corpo e dalla carne del figlio per giungere al padre, o meglio ad “un” padre. Il quarto atto in prosa dell’opera magrelliana infatti si intitola Geologia di un padre[2], titolo quantomai denso che può fornire le coordinate per una lettura del testo; lettura parziale, data la fitta stratificazione del libro.

Attenzione a sé merita l’articolo scelto. L’indeterminativo “un” porta infatti ad allargare il campo visivo che, ad un primo approccio con l’opera, può apparire focalizzato unicamente sulla figura di Giacinto, padre biologico dello scrittore. Se questi infatti campeggia su ogni pagina, dalla prefazione (a sua firma) all’appendice, altri padri sono più o meno celati tra le pieghe dei capitoletti, specie nelle citazioni di opere altrui, strumento deputato da Magrelli a inserire Geologia nel solco della tradizione novecentesca europea e delle sue pagine più alte sulla paternità.

L’altro polo del titolo è, invece, il concetto di “geologia”, preferito al più ovvio e tradizionale “genealogia”. L’autore al capitolo 49 dice, infatti, che ciò che lo “interessa è l’aspetto geologico del passato, anzi, per meglio dire, la geologia della biografia[3]. Mosso da questo interesse Magrelli non presenta un racconto cronologico e unitario, genealogico, ma riporterà alla luce reperti dalle diverse “età” del passato, intrappolati nella sua “carta moschicida del ricordo[3].

Il ricordo, appunto, è il terreno scandagliato, con i suoi strati provenienti da età non catalogate con precisione di date, ma semplicemente riconoscibili come infanzia, maturità, vecchiaia o morte: epoche di per sé indipendenti dagli avvenimenti storici, sedimentate nella mente dello scrittore.

Lo stesso trattamento è riservato a Giacinto anziano e malato: da un capitolo all’altro lo vediamo gradualmente “decostruirsi”, perdere la capacità di comunicare e, privato di tutti i linguaggi, offrirsi come oggetto semi-inerte all’analisi del figlio. Il tragico strumento nelle mani di Magrelli è la malattia del padre, come scrive al cap. 44:

“Il male costituì una breccia grazie alla quale penetrare nelle difese che per tutta la vita lo avevano protetto.[…] L’unico motivo per cui intendevo sfruttare la situazione, consisteva nell’intento (questo sì probabilmente sadico) di conoscerlo meglio. […] La malattia come un piede di porco per scassinare i segreti di chi amiamo, la barra su cui fare leva per irrompere all’interno di un altro spazio, forzando i chiavistelli”[4]

A seguito di ogni chiavistello forzato viene “svelato qualcosa della sua personalità che prima non era mai emerso”[4]; trovare, quindi, il suo nucleo, svelare quello che sta sepolto in fondo o avvicinarvisi sempre di più sembra il senso di quest’effrazione .

Il libro non si chiude però con il resoconto e i risultati dell’indagine geologica ma continua ad esporre frammenti prelevati dai vari strati per arrivare poi all’appendice di cui parleremo in seguito.

L’esito dello scavo ci viene riportato prima, poco dopo la metà, in un capitolo che ci segnala la sua anomalia con un’ abbondanza di date che non troviamo né prima né nelle pagine che seguono, il 49, di cui cito l’ultima parte:

“La via è stata lunga: quarantasette anni a piedi da casa a casa. Ma il 4 giugno, spuntando attraverso l’oblio, compare il cranio. Il tronco e gli arti sono ancora sepolti nei sogni e nei terrori. È un’enorme massa congelata impossibile da dissotterrare. S’impone una soluzione: riscaldare il suolo e far fondere il ghiaccio. Tutt’intorno viene costruita una capanna di fogli, penne e matite, simile a una fornace alimentata da fascine di versi. A poco a poco, in un fetore spaventoso, le carni si ammorbidiscono, la pelle si stacca, i visceri appaiono. Nello stomaco, ciocorì, zabaione e biscotti Gentilini: il suo ultimo pasto. E nella terra, masse di peli. Per quarantadue settimane gli scienziati, inviati a Roma dall’Accademia dei Ricordi di Pofi, sezionano e tagliano la carcassa. Soltanto il 10 giugno il lavoro può dirsi finito. I pezzi più grossi sono stati riposti in sacchi di pelle. Novanta chili di ossa, carne e visceri. È il 16 giugno 1988 quando Magrelli abbandona le terre dell’infanzia trasportando, con due libri trainati da cavalli, il primo esemplare scoperto in tempi moderni.” [5]

Secondo la soluzione che Magrelli stesso ci offre ciò che sta sepolto in fondo non è il padre ma lui, la sua stessa infanzia. La morte del padre coinciderebbe quindi con l’emersione della testa del figlio da una terra-infanzia che lo imprigionava in uno stato prenatale a cui sembra alludere il particolare delle 42 settimane, durata massima di una gravidanza. Per estrarre completamente il corpo serve però riscaldare ammorbidire il terreno con i materiali della scrittura.

Ecco che allora si fa più chiaro il senso di questa Geologia: compiere questa definitiva estrazione o meglio “mettere in forma, in parole, la narrazione del suo compimento”, come afferma Francucci.[6]

Il libro non può che chiudersi allora con le quattro poesie di  Appendice, prima pubblicate come sezione Un Padre in Disturbi del Sistema Binario[7] e adesso riproposte con qualche modifica come “fascine di versi”, indispensabili per completare il recupero.

Note:

  1. V.Magrelli, Nel Condominio di Carne, Torino, 2003
  2. V.Magrelli, Geologia di un padre, Torino, 2013 (l’edizione citata è ET Scrittori, 2014)
  3. “           “        pp. 84
  4. “           “        pp. 71
  5. “           “        pp. 84-85
  6. F. Francucci, Il mio corpo estraneo. Carni e immagini in Valerio Magrelli, Sesto San Giovanni, 2013
  7. V.Magrelli, Disturbi del Sistema Binario, Torino, 2006

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