Poesia

Antonia Pozzi, un’«anima musicale» «La piccola lieve persona che fu in una breve alba»

Era la sera del 3 dicembre 1938 e lo scarto tra la vita vissuta e quella poetica si era assottigliato fino ad annullarsi in se stesso. Il 2 dicembre il prato antistante all’abbazia di Chiaravalle, a Milano, aveva accolto il corpo agonizzante di Antonia Pozzi, dopo una massiccia dose di barbiturici. Nella lettera di congedo alla famiglia aveva accennato a una «disperazione mortale». Aveva 26 anni. Per coprire lo scandalo i familiari attribuirono la morte ad una polmonite. Il padre distrusse il testamento e alterò la produzione poetica della figlia. Probabilmente queste azioni furono la prosecuzione naturale dei fatti che la avevano portata ad una decisione così irrimediabile.
La storia di Antonia Pozzi è una storia di acutezza mentale, disperazione intrinseca, unione con la natura e di amori negati, uno su tutti quello di Antonio Maria Cervi.  

Eugenio Montale, nella prefazione a Parole, diario di poesia3, la definisce «anima musicale». La sua scrittura è caratterizzata da una notevole «agevolezza di lettura»4, che non vuol dire «assenza di controllo e di scrupolo critico»5. Questa acerbità di dizione deve essere vista come una possibilità e non come un limite e deve essere valorizzata da «una lettura che faccia vivere in noi gli sviluppi che essa conteneva e non che espresse in parte»6.

Secondo Luigi Scorrano, in Carte inquiete, «un certo slancio adolescenziale resta al fondo del dettato poetico»7. Possiamo parlare, però, di un’adolescenza matura, in cui ogni evento è nello stesso tempo trasformato in favola personale e osservato dall’alto con la consapevolezza dell’impatto che ha avuto sull’esistenza passata e che avrà sulla vita futura.  

Anche se non neghiamo un notevole sviluppo stilistico e tematico negli ultimi anni di vita, soprattutto dal 1935, abbiamo deciso di prendere in considerazione La vita sognata, il piccolo canzoniere amoroso da lei organizzato e donato ad Antonio Maria Cervi nel 1933.

«L’altra vita da mettere a confronto con una scolorita quotidianità»8 ha la sua scintilla nel 1927, quando il nuovo professore di latino e greco entra in classe. Cervi ha una cultura enciclopedica, ama la musica, suona il violino, pretende molto dagli studenti, ma sa gratificarli e farsi stimare.
In Antonia gradualmente questa stima evolve e si trasforma in un vero e proprio amore. Sarà uno shock, nell’estate del 1928, sapere che il professore è stato trasferito a Roma. Dunque comincia un epistolario con A.M.C (così nelle dediche delle sue poesie).

Un autentico spartiacque è costituito dal 1929, anno in cui i due si incontrano di nuovo e i toni epistolari si fanno sempre più dialogici e confidenziali, fino a quando Antonia dichiara il suo amore, che finisce per essere accettato. È questo l’anno di nascita poetica: la Pozzi comincia a scrivere, dedicandosi anche alla fotografia.

Questo amore ebbe dei motivi di scontro sia interni (temperamento e visione della fede religiosa) che esterni alla coppia, ma a determinarne la fine, solamente fisica, perché i due non ebbero per tutta la vita altre relazioni, furono nettamente i secondi. Roberto Pozzi, il padre, sognava un partito migliore per età (A.M.C aveva 18 anni più di lei) ma soprattutto per origine e condizione economica: Cervi era di origine meridionale e il suo salario da professore non era nemmeno lontanamente paragonabile alla condizione dei Pozzi. La famiglia di Antonia provò in tutti i modi ad ostacolare la relazione e ci riuscì solo dopo una sfida a duello di Roberto Pozzi ad Antonio Maria Cervi.

Le cicatrici dell’amore impedito sono tutte contenute ne La vita sognata del ’33. È una poesia della «precisa identità»9 e citando ancora Scorrano un «confronto strenuo tra vita sognata e coscienza dell’esistenza dentro una realtà rugosa». Il canzoniere è dominato dal dramma personale. Tema fondamentale è la negazione dell’amore e della maternità, in cui aleggia il fantasma del figlio morto prima di nascere.

Abbiamo deciso di riportare la quarta poesia della raccolta:

IV Ricongiungimento

Se io capissi
Quel che vuol dire
– non vederti più –
credo che la mia vita
qui – finirebbe.

Ma per me la terra
è soltanto la zolla che calpesto
e l’altra
che calpesti tu:
il resto
è aria
in cui 
– zattere sciolte – navighiamo
a incontrarci.

Nel cielo limpido infatti
sorgono a volte piccole nubi
fili di lana
o piume – distanti –
e chi guarda di lì a pochi istanti
vede una nuvola sola
che si allontana.

17 settembre 1933

[tratta da Antonia Pozzi, Parole – Tutte le poesie; a cura di G. Bernabò e O. Dino; 2015, Àncora Editrice]

La poesia di Antonia Pozzi ha una funzione catartica (sia per l’autrice che per il lettore) e passa dallo spazio bianco della pagina direttamente all’anima di chi la legge, con un dettato poetico a volte prosastico che non ha bisogno appoggi di nessun tipo.

La parabola critica della poesia pozziana ha conosciuto alti e bassi. Pressoché sconosciuta in vita, nel 1939 si ha una prima edizione delle sue poesie, ma la vera riscoperta critica è da collocare a partire dagli anni ’80, con una visibilità che si sta allargando negli ultimi anni.

Note

  1. <<Un’ anima musicale>> da Parole, diario di Poesia; Lo Specchio – i poeti del nostro tempo, 1939, Mondadori; Prefazione di Eugenio Montale
  2. «La piccola lieve persona che fu in una breve alba» da Antonia Pozzi, La vita sognata; V: inizio della morte;
  3. Parole, diario di Poesia; Lo Specchio – i poeti del nostro tempo, 1939, Mondadori; Prefazione di Eugenio Montale;
  4. Ibid.;
  5. Ibid.;
  6. Ibid.;
  7. Carte inquiete, Luigi Scorrano; 2002, Longo Editore Ravenna;
  8. Ibid.;
  9. Ibid.;

Leave a Reply

Your email address will not be published. Required fields are marked *

*