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“Fate presto” L’arte in veste di funzione pubblica che nasce da un territorio che urla verità

“Guardo e cerco di capire, di riflettere; e ad un tratto la verità brutale ristabilisce il rapporto tra me e la realtà. Quei nidi di vespe sfondati sono case, abitazioni, o meglio lo erano; adesso sono macerie e sotto quelle macerie stanno sepolti gli abitanti (…)”

Sono queste le parole che più disseminano angoscia nel reportage che Alberto Moravia dedicò all’Irpinia violentata dal sisma del 23 novembre 1980 intitolato “Ho visto morire il Sud” e pubblicato su L’Espresso due settimane da quell’evento che ancora oggi, dopo i recenti avvenimenti di Amatrice e Macerata, mette i brividi ai superstiti salvi per miracolo e segnati per sempre da quell’esperienza crudele.

È in giorni come questi ,in cui immagini raccapriccianti di paesi fantasma passano velocemente sugli schermi delle televisioni , stampate sulle prime pagine dei quotidiani e trattate senza il dovuto rispetto nei salotti della tv urlata in cui conduttori sciacalli si fingono divulgatori di notizie, che nessuno meglio di chi l’ha vissuto può ricordare,inevitabilmente, ancora vividamente quel 23 novembre dell’80.  

Come spesso accade di fronte a tragedie del genere il mondo dell’arte si mobilita come meglio può.
Il gallerista napoletano Lucio Amelio riuscì a coinvolgere artisti nazionali ed internazionali in una mostra, figlia del terremoto che quella sera del 23 novembre 1980 spezzò le vite di circa 2900 persone, intitolata “Terrae Motus”. Gli artisti furono chiamati a realizzare opere che testimoniassero la loro reazione a quel tragico evento, si trattava di un modo per scuotere le coscienze  e per ricordare chi il terremoto si era portato via per sempre.

Lucio Amelio si recò a New York nella Factory di Andy Warhol, padre della Pop Art, portando vari articoli ritagliati dai quotidiani nazionali usciti all’indomani del sisma.
Warhol scelse il titolo stampato sulla prima pagina del Mattino del 26 novembre, quel “Fate presto”  rimasto impresso nell’immaginario comune come simbolo della smisurata emergenza di cui aveva bisogno l’Irpinia in quei giorni disperati.

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Andy Warhol, fate presto

Un anno dopo il violento terremoto, Andy Warhol, realizzò un trittico della serie “Headlines”, un’opera creata rielaborando titoli di giornali composto di tre tele monumentali che rappresentano la portata del sisma che rase al suolo quelle popolazioni della Campania rimaste ad attendere vanamente i soccorsi di cui necessitavano.

Qualche giorno dopo il terremoto, il Presidente della Repubblica Sandro Pertini si recò nelle zone maggiormente deturpate dal sisma e in un messaggio alla nazione attaccò duramente la macchina degli aiuti. I soccorsi arrivati troppo tardi costarono fin troppi morti e migliaia di feriti e sfollati. « Non vi sono stati i soccorsi immediati che avrebbero dovuto esserci. Ancora dalle macerie si levavano gemiti, grida di disperazione di sepolti vivi » (Sandro Pertini, edizione straordinaria Tg2, 26 novembre 1980).

Terremoto è sinonimo di impotenza dell’uomo di fronte alla sconfinata potenza sublime della natura nel senso romantico del termine. Potenza che in questo caso non lascia via d’uscita a chi aveva aspettato invano quei soccorsi, prima con la certezza che sarebbero arrivati infine con la disperazione più profonda di chi ha realizzato di essere stato abbandonato da tutto e tutti.

Quel grido sbattuto in prima pagina dal giornalista del Mattino Roberto Ciuni che esorta ad un tempestivo intervento e  focalizza l’attenzione della nazione sull’emergenza per aiutare quanti erano rimasti sotto le macerie, fu immortalato dalle serigrafie giganti di Andy Warhol  e divenne emblema di quella mostra voluta da Lucio Amelio.

File name: 2870-017.jpg Andy Warhol Fate Presto, 1981 acrylic and silkscreen ink on canvas, three panels each panel: 270 x 200 cm (106 5/16 x 78 3/4 in.) Palazzo Reale di Caserta - Collezione Terrae Motus © 2011 The Andy Warhol Foundation for the Visual Arts, Inc. / Artists Rights Society (ARS), New York, © Luciano Pedicini / Archivio Dell'Arte
Andy Warhol, Fate Presto, 1981 acrylic and silkscreen ink on canvas, three panels.

Il trittico di Warhol diventa un oggetto culturale informativo, narrativo e visivo rappresentando la riproduzione dell’articolo “Fate presto” con varianti di bianco su bianco e nero su nero, colori agghiaccianti e uno stile tipico del suo modo di operare in grado di elevare a forma d’arte l’oggetto quotidiano (novità in campo artistico che parte da Duchamp).
Contrariamente a quanto si possa pensare, quello dell’artista statunitense non è tanto un avvicinarsi ad una sensibilità sociale, quanto un realizzare l’opera perché sapeva che quella notizia colpiva il pubblico e  avrebbe fatto scalpore diventando, infatti, l’emblema della mostra di Amelio insieme all’opera “Senza titolo” di Keith Haring.

Keith Haring realizzò un acrilico su tela pregno di figure e segni tipici del suo modo di fare arte; in primo piano tre figure con la testa di cane espressione della violenza e dell’aggressività che la natura può infliggere e riattualizzazione della figura di Anubi, divinità egizia della morte e guardiano degli inferi.

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Keith Haring, Senza titolo

Vari artisti, oltre Warhol ed Haring, risposero alla chiamata a raccolta del gallerista napoletano, tra i quali: Domenico Bianchi, Barcelo’ Miquel, Taaffe Philip e Twombly Cy.

“Terrae Motus” rappresenta l’arte in veste di funzione pubblica che nasce da un territorio che urla verità; fu esposta per la prima volta a “Villa Campolieto” ad Ercolano nel 1984, nel 1987 fu trasferita al “Grand Palais” di Parigi e dopo la morte di Lucio Amelio è stata donata in eredità alla Reggia di Caserta dove è tutt’oggi visitabile realmente e virtualmente all’indirizzo:
http://reggiaofcaserta.altervista.org/it/visita-virtuale/terrae-motus/

 

 

 

 

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