Architettura e Design Arti Visive

Il Teatro Farnese di Parma Quando l’architettura fa spettacolo.

1.L’architettura tra realtà e finzione

Il Teatro Farnese di Parma è un organismo architettonico di grande respiro, un’importante testimonianza dei cambiamenti del modo di fare e percepire il teatro. Situato al primo piano del Palazzo della Pilotta, già dal suo portale di ingresso (4×7m) fa percepire quel senso di dissimulazione della realtà che è intrinseco alla causa del progetto e che ne costituisce la peculiarità stilistica. Infatti questo particolare ambiente è il frutto di un’azione celebrativa del duca Ranuccio I che voleva suggellare la nuova intesa raggiunta con la famiglia fiorentina de’ Medici. Nel 1618 Giovan Battista Aleotti (ingegnere e architetto di Argenta che già aveva ideato strutture e allestimenti per tornei e giochi) fu incaricato dal duca in persona di costruire un sontuoso teatro rivalorizzando quella che era la vecchia sala d’armi del Palazzo. Il nuovo teatro avrebbe dovuto accogliere il Duca Cosimo II de’Medici di passaggio verso Milano e di ostentare il presunto prestigio politico raggiunto dalla casata Farnese. La mancanza di tempo e risorse non fermarono il bravo Aleotti, che realizzò una struttura interamente in legno, variamente lavorato e dipinto per simulare al meglio materiali pregiati come il marmo. Materiali poveri costituivano gli apparati decorativi e le statue che decoravano le nicchie intorno alle logge e al palcoscenico. Questo carattere materico faceva in modo che nel progetto di Aleotti pittura, scultura e architettura dialogassero fino a  mescolarsi in uno straordinario ma quanto mai ponderato artificio manierista. Partendo dagli esempi dell’architettura classica nel Farnese venne elaborata una sintassi architettonica innovativa che prefigurava gli usi e le funzioni del teatro moderno. Superato l’imponente portale siamo condotti in uno stretto corridoio che ci immette nell’ampia platea.
 La cavea, dove simmagine-1edevano gruppi di signorotti estrosi e madame variopinte, si presenta come una struttura formata da tredici gradoni delimitata da balaustre. I bracci del della cavea sono allungati, determinando una particolare pianta a “U” (già straordinariamente interpretata nel Teatro all’Antica di Sabbioneta). Da qui due ordini di serliane sovrapposti danno vita a uno straordinario loggiato in cui i pieni si alternano ai vuoti che in quel tempo lasciavano vedere gli apparati decorativi delle gallerie retrostanti. Il maestoso boccascena, che sembra davvero inghiottirci nel palcoscenico, si erge su un alto basamento su cui si innestano lesene corinzie che reggono una trabeazione con cornice dentellata. immagine-2 L’elevata sporgenza degli elementi architettonici, unita alla presenza delle nicchie illusionistiche sulle pareti laterali, entro cui si collocano le statue equestri di Odoardo e Ranuccio, fa del boccascena un elemento di divisione ma al contempo di raccordo tra la zona del palcoscenico e quella del pubblico. Il soffitto è oggi privo della sua decorazione allegorica dell’Olimpo e si presenta con una copertura a capriate lignee.

 

2.Lo spazio e il tempo nel teatro delle meraviglie

Nella definizione degli spazi scenografici la prospettiva ha da sempre giocato un ruolo decisivo. Negli studi dei trattatisti del Cinque – Seicento (tra tutti Sebastiano Serlio e poi Niccolò Sabbatini) l’applicazione di rigidi schemi focali è importante per lo sfondamento prospettico dei palcoscenici spesso troppo piccoli per simulare i grandiosi artifici scenici del teatro barocco. L’esempio più rappresentativo a riguardo è sicuramente quello del Teatro Olimpico di Vicenza, progettato da Andrea Palladio e completato nel 1585 da Vincenzo Scamozzi (che progetterà il Teatro all’Antica di Sabbioneta pochi anni dopo). Dietro il robusto apparato classicheggiante palladio immagina un’ideale città rinascimentale che realizza attraverso un mirabile illusionismo architettonico fondato su una pluralità di punti di fuga prospettici. L’illusionismo architettonico è ai massimi livelli e noi spettatori siamo davvero indotti a credere che il palcoscenico prosegua ancora per diversi metri. Il bellissimo “imbroglio” di Palladio ci fa comprendere come la centralità assoluta sia venuta meno e che si spalancano infinite possibilità. La reinterpretazione della grammatica spaziale classica non è solo sintomo di un cambiamento stilistico in atto, ma anche di un diverso approccio nei confronti del fare teatro. L’unità spaziale e temporale del teatro classico si frammenta nella fantasmagorica alternanza di tempi e luoghi, operazione resa possibile da articolati marchingegni scenici. E’ così che da una scena di mercato si poteva passare in breve tempo ad una scena di battaglia e che qualunque cosa o persona sarebbe potuta apparire in sospensione sulla scena, stimolando come mai la risposta emotiva del pubblico. Il superamento della scena classica avviato da Palladio raggiunge nel Teatro Farnese il suo culmine con un palcoscenico profondissimo che dilata lo spazio scenico rendendolo adeguato alla più audace delle rappresentazioni.immagine-6
Non è un caso che per la sua inaugurazione, avvenuta nel 1628 (nonostante fosse stato completato in breve tempo dieci anni prima) in occasione delle nozze tra Odoardo Farnese e Margherita de’ Medici, sia stata scelta la rappresentazione di “Mercurio e Marte” di Claudio Achillini, uno di quegli spettacoloni barocchi da togliere il fiato. Qui un pubblico stupefatto poté assistere ad ogni genere di messinscena, tra cui una battaglia navale in scala ridotta simulata all’interno della platea allagata (naumachia). E’ la logica del nuovo modo di fare teatro, in cui la sostanza scenica arriva spesso ad offuscare quella narrativa e contenutistica.

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Nonostante le sue infinite potenzialità, il Teatro Farnese cadde in uno stato di semiabbandono. Quasi completamente distrutto da un bombardamento alleato nel maggio del 1944, fu ricostruito nel 1956 secondo il disegno originario. Purtroppo la decorazione policroma delle parti lignee è andata perduta. Possiamo vagamente immaginare la vivacità di questo spazio dai pochi frammenti superstiti integrati nella struttura attuale.

3.La finzione architettonica e la finzione scenica

Nel Teatro Farnese il confine tra realtà e artificio è assai labile: ogni cosa non si rivela per ciò che è, ma per ciò che potrebbe sembrare. Il classicismo viene ripreso ma adattato con una logica esaltante ad un nuovo modo di fare teatro che è prima di tutto retorica, illusione, meraviglia. Forse è azzardato parlare di teatro nel teatro ma in fondo è questa la sensazione che ho provato entrando in questo bellissimo luogo in cui l’architettura mente meravigliosamente a se stessa.

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Fonti:

I teatri storici in Italia”, Ovidio Guaita, 1994, Electa;

Teatri storici in Emilia-Romagna”, a cura di Simonetta M. Bondoni, 1982, Istituto per i Beni Culturali Regione Emilia-Romagna, Bologna.

http://www.parmabeniartistici.beniculturali.it/it

http://www.treccani.it/enciclopedia/

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