Cinema

La Grande Migrazione: Dal cinema alla serie Tv, il perché dei grandi registi

Siamo negli anni del grande dominio Netflix, un idea di Reed Hastings e Marc Randolph, che ad oggi è presente nelle case di tre italiani su cinque e fornisce, a basso costo, una grandissima quantità di film, ma soprattutto, di serie TV: le vere grandi protagoniste dagli anni duemila ad oggi.

Possiamo trovare serie TV di ogni genere, dal dramma all’horror, dalla commedia allo sci-fi, con differenti durate, suddivise in lunghissime stagioni (il record è detenuto da “Doctor Who” che conta ben 709 episodi, per una programmazione totale di 53 anni), ma comunque tutte abili a riscuotere una discreta fama e delle cospicue entrate.

Un altro fenomeno in aumento invece, è il sempre più frequente sperimentare di grandi registi e attori del grande schermo all’interno di quello piccolo; questa non è prettamente una novità perché già nel 1995, per esempio, il maestro dell’orrore, Alfred Hitchcock si cimentò nelle serie TV, con “Alfred Hitchcock presenta” (ancora oggi visibile gratuitamente su youtube.com), ciononostante, ultimamente, si sta verificando una migrazione quasi di massa.

Ridley Scott (“Ebola”, in produzione), Andy e Lana Wachoskwi (“Sense8”, 2015 – in corso), David Fincher (“House Of Cards”, 2013 – in corso), Guillermo Del Toro (“The Strain”, 2014 – 2017), Martin Scorsese (“Vinyl”, in produzione), Darren Arofonsky (“L’ultimo degli uomini”, in produzione), Woody Allen ( in produzione ma dal titolo ancora sconosciuto ) e anche il nostro Paolo Sorrentino (“The Young Pope”, 2016), sono alcuni dei più noti nomi ad aver aggiunto al proprio curriculum vitae la produzione di una serie Tv, riscuotendo un enorme successo, ma una domanda sorge lecita: quale motivazione ci sarà dietro questa voglia di lanciarsi nel mondo di quello che, fino a pochi anni fa, era considerato territorio di serie B per attori e registi?

Le ipotesi sono tante, ma le più attendibili sono due, tanto differenti quanto legate tra loro: i guadagni e la libertà.

Mi spiego, oltre ai dati di fatto, anche molte delle testimonianze, tra le quali sono presenti anche affermazioni delle personalità sovra-citate nelle varie interviste, riportano che, ad oggi, i produttori televisivi lasciano molta più libertà alle idee, ai modi di esprimere un concetto e di affrontare un determinato tema, in quanto il consumo delle serie televisive è talmente alto che diventa difficile rimanere a corto di audience, specialmente se alla mano della cinepresa si ha un nome noto e pluripremiato, cosa che, ahimè, il cinema d’autore non può più vantare; ed ecco chiaro il collegamento immediato con i guadagni, in caduta libera per il cinema d’essai e in continua crescita per la serie televisiva d’autore, se così si può definire.

Insomma, sembra che si sia trovato il modo di arginare i blindati limiti temporali del cinema, trovando, esageratamente parlando, un connubio tra l’immediata e diretta emotività delle storie raccontate nei film e le laboriose e complete narrazioni dei romanzi, più funzionalmente economico di entrambi e capace di limitare i danni dovuti alle inevitabili mancanze causate dalle differenze tra i due vecchi mezzi e la serie TV.

La classifica sta quindi cambiando, nonostante sia il cinema che la televisione abbiano un costo, lo spettatore preferisce “il caldo” e la comodità del proprio divano all’impegno e alla lontananza della poltrona del cinema, costringendo le produzioni cinematografiche a optare per soluzioni commerciali, che limitano l’inventiva e l’espressività dei registi, e portando, tramite un lento (e speriamo contenibile) processo, la televisione a rappresentare la serie A, e il grande schermo la serie B, per i registi e gli attori.

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