Letteratura Prosa

Paolo Cognetti, Due amici e una montagna Note di lettura

Cognetti

«È una storia che mi appartiene quanto mi appartengono i miei stessi ricordi. In questi anni, quando mi chiedevano di cosa parla, rispondevo sempre: di due amici e una montagna» (Paolo Cognetti).

 

 

 

 
Paolo Cognetti, classe 1978, è figlio di veneti emigrati a Milano. Tratto biografico che condivide con Pietro, protagonista del suo primo romanzo, Le otto montagne¹. Verissimi e vivissimi sono i rapporti alla base della storia – con il padre e con l’amico – su cui si innesta la narrativa. Fondamentale è anche la frequentazione della montagna, dove Cognetti ha l’abitudine di trascorrere alcuni mesi dell’anno. Eppure questo non è un caso di autobiografia, com’era stato – apertamente – Il ragazzo selvatico2. È la storia di un’amicizia, quella tra Pietro e Bruno, seguita dall’inizio (la «montagna d’infanzia») alla fine (l’«inverno di un amico»).

Se il punto in cui ti immergi in un fiume è il presente, pensai, allora il passato è l’acqua che ti ha superato, quella che va verso il basso e dove non c’è più niente per te, mentre il futuro è l’acqua che scende dall’alto, portando pericoli e sorprese. Il passato è a valle, il futuro è a monte. Ecco come avrei dovuto rispondere a mio padre. Qualunque cosa sia il destino, abita nelle montagne che abbiamo sopra la testa.3

Proprio l’intenzione di raccontare il rapporto per intero ha convinto lo scrittore a scegliere la forma del romanzo e ad escludere quella del racconto, da lui finora prediletta4: per approcciarsi al genere e al tema, Cognetti fa riferimento a modelli come Due di due di Andrea De Carlo,  Narciso e Boccadoro di Hermann Hesse, Gente del Wyoming di Edna Annie Proulx. Il dialogo con i classici percorre – e unisce – in modo sotterraneo la scrittura, la lingua, i personaggi.

Per prepararlo alle scuole medie, la mamma di Pietro fa leggere a Bruno libri di Stevenson, Verne, Twain, London. A trent’anni Pietro legge Hemingway. A Bruno resta la passione per Conrad e i romanzi di mare (quel mare che per lui non è altro che «un grande lago»).

La lettura di tanta narrativa americana – studiata da autodidatta – permette a Cognetti di creare una lingua essenziale, solida, evocativa ed esatta nel descrivere, attenta nel dare un nome alle cose, indicarle. Lo studio della letteratura americana, l’assenza di una lingua d’infanzia – è già stata messa in luce la condizione di veneti emigrati a Milano dei genitori di Paolo – e la scoperta – fatta proprio in montagna – di autori come Cesare Pavese, Beppe Fenoglio e Natalia Ginzburg: questi elementi hanno contribuito alla conquista di un linguaggio che mantiene saldo il legame tra parole e cose.

In un passaggio del romanzo sembra quasi che l’autore descriva, attraverso Pietro e Bruno, la sua lingua «concreta»:

E insieme a quei segni mi insegnava un dialetto che trovavo più giusto dell’italiano, come se alla lingua astratta dei libri, in montagna, io dovessi sostituire la lingua concreta delle cose, adesso che le toccavo con mano. Il larice: la brenga. L’abete rosso: la pezza. Il pino cembro: l’arula. Una roccia sporgente sotto cui ripararsi dalla pioggia era una barma. Un sasso era un berio ed ero io, Pietro.5

Non solo: Paolo Cognetti sceglie di raccontare una storia priva di quella che chiama «la retorica della montagna». Sono banditi aggettivi come «incantevole», «meraviglioso», «splendido», «stupendo», troppo legati a una soavità artefatta, all’astratta idea di montagna come paradiso. Ancora una volta sembra  dar voce a questi pensieri tramite i suoi personaggi:

E diceva: siete voi di città che la chiamate natura. È così astratta nella vostra testa che è astratto pure il nome. Noi qui diciamo bosco, pascolo, torrente, roccia, cose che uno può indicare con il dito. Cose che si possono usare. Se non si possono usare, un nome non glielo diamo perché non serve a niente.6

«La montagna è un modo di vivere la vita. Un passo davanti all’altro, silenzio, tempo e misura»7: qui diventa lo specchio di un’esistenza vissuta con dignità e fatica, alla ricerca di un senso. L’incontro di due ragazzini – uno di città, che segue il padre e ha il «mal di montagna», e l’altro,  scontroso e solitario, nato «per fare il montanaro»  – e il cammino per diventare uomini si tessono in un romanzo intimo, scarno, malinconico, forse nostalgico, sicuramente non disperato. Anzi percorso – quasi percosso – dalla più ostinata speranza, sino all’ultima pagina e parola, quando la perdita diventa ponte e  l’assenza presenza acutissima.

Bibliografia

¹ Le otto montagne di Paolo Cognetti, Einaudi editore, novembre 2016, pp. 199, € 18,50.
2  Il ragazzo selvatico. Quaderno di montagna di Paolo Cognetti, Terre di Mezzo editore, maggio 2013, pp. 101, € 12,00.
3 da Le otto montagne, p. 25.
4 A pesca nelle pozze più profonde. Meditazioni sull’arte di scrivere racconti di Paolo Cognetti, minimum fax, ottobre 2014, pp. 130, € 13,00. Varie osservazioni sull’argomento sono presenti sul suo sito personale Capitano mio Capitano (http://paolocognetti.blogspot.it/). Cognetti ha pubblicato due raccolte di racconti, Manuale per ragazze di successo (2004) e Una cosa piccola che sta per esplodere (2007), e un “romanzo di racconti”, Sofia si veste sempre di nero (2012).
5 da Le otto montagne, p. 51.
6  da Le otto montagne, p. 140.
7 da Le otto montagne, quarta di copertina.

Nota: Quanto raccolto nel presente articolo è frutto di una prima ingenua lettura del romanzo di Cognetti; di impressioni, slanci e sensazioni; dell’intervista a Paolo apparsa su ilLibraio.it; di vari post dell’autore presenti sul blog. La segnalazione di inesattezze – utile e gradita – sarà accompagnata da ulteriori verifiche e correzioni. 

 

 

 

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