Architettura e Design Arti Visive

La scrittura secondo Olivetti: Modernità e Lungimiranza

Se dico Olivetti vengono alla mente una quantità sterminata di parole chiavi: innovazione, cultura, lungimiranza, bellezza, responsabilità, filosofia, progetto, modernità, urbanistica, sociale, architettura, industria, ambiente, ecc. Per discutere brevemente di Olivetti è necessario prendere ad esempio alcuni momenti chiave della sua produzione: oggetti-simbolo che concentrino e riassumano nella loro forma e nel loro impatto sociale le infinite sfaccettature della grande azienda di Ivrea. Ma questo non basta. Olivetti è stata davvero tante cose. Attorno alla produzione dell’oggetto d’uso quotidiano infatti si sono innestate, come per emanazione, attività di promozione e di sperimentazione inedite che hanno dimostrato che nell’atto della creazione c’è qualcosa che va oltre il mero dato progettuale. Non è difficile spiegarsi allora come dal progetto di una macchina da scrivere si potesse arrivare all’elaborazione di complessi piani di sistemazione urbanistica. In Olivetti tutti questi aspetti (che potrebbero apparire eterogenei) rappresentavano le propaggini della stessa sostanza creativa. Ed è per questo che ho ritenuto opportuno concentrare questa breve riflessione su un particolare momento della produzione della Olivetti, quello che ne costituisce le fondamenta e l’identità.

 Da “Lettera”a “Valentine”: bello e funzionale al servizio della creatività.

E’il 1911 quando all’esposizione universale di Torino viene presentata la macchina da scrivere Olivetti M1, capostipite di una gamma rivoluzionaria di prodotti, pubblicizzata da un testimonial illustre. Da qui ha inizio un processo di riscoperta delle potenzialità dell’oggetto, non solo nella sua funzione utilitaristica, ma anche sociale e culturale. Fino agli anni ’30 la macchina da scrivere rimane grossomodo legata ad un’estetica standard. Il suo ingombro tutt’altro che trascurabile ne fa un oggetto legato prevalentemente all’ambiente dell’ufficio. Nuovi spunti arrivano dalla commercializzazione delle prime macchine da scrivere portatili, tra cui ricordiamo la MP1 del 1932. Con la MP1 la macchina da scrivere si propone anche ad un pubblico privato grazie alla sua maneggevolezza e al suo peso ridotto.

Olivetti M1 (1911), Marcello Nizzoli [fronte e lato]

Lettera 22

Ma è con la Lettera 22 che ha inizio la vera rivoluzione Olivetti. Attraverso la pulizia formale della scocca, che incorpora la tastiera e il rullo (di cui sporge solo la manopola), la riduzione dell’ingombro della leva dell’interlinea, l’alleggerimento complessivo delle componenti e la comoda valigetta per il trasporto, il disegno di Marcello Nizzoli (unito alla progettazione di Giuseppe Beccio) incarna appieno i concetti di ergonomia e trasportabilità del nuovo modello della casa di Ivrea. Il premio Compasso d’Oro che gli fu attribuito nel 1954 fu solo il suggello di un grande successo che di lì a poco farà sbarcare la Lettera 22 alle collezioni permanenti del MoMA (Museum of Modern Art) di New York. A conferma della cura poliedrica riservata ai prodotti ci sono i bellissimi manifesti delle campagne pubblicitarie, curati da grandi maestri della grafica e intellettuali. Anche nella Lettera 32 (1963) viene ribadita la crescente praticità in grado di assecondare sempre più le esigenze di un pubblico privato. Il lavoro sulle componenti garantisce una precisione di scrittura sempre maggiore.

 

Sottsass Jr…

Con la Dora e la Lettera DL (1965) si inizia a percepire la nuova impronta progettuale tipica del disegno di Ettore Sottsass Jr. Genio poliedrico, colorato e un po’ burlone, Sottsass compatta ancor di più il disegno e frammenta il profilo per mezzo di linee più nette. Sottsass, che nel 1959 aveva lavorato al disegno degli involucri dei grossi calcolatori elettronici ELEA 9003 (Compasso d’Oro), concepisce macchina da scrivere non solo come un’unità a sé stante, ma la immagina all’interno di un più complesso sistema seriale, inconsciamente profetico dell’attuale sistema informatico dei “nodi” interconnessi.

Valentine

Nel 1969 Sottsass (con il contributo di Albert Leclerc e Perry King) concepisce una delle più potenti creazioni nell’ambito della dattiloscrittura, con esiti inaspettati. In quel periodo la Olivetti temeva la concorrenza di prodotti compatti e portatili manifattura giapponese. La Lettera 22, punta di diamante di casa Olivetti, reggeva ancora il confronto, ma c’era comunque bisogno di ulteriori considerazioni estetico progettuali. Che la Valentine fosse stata concepita come un prodotto “popolare” lo si percepiva già dalla scelta materica. Il MOPLEN® (polipropilene), che regalò il premio Nobel a Marcello Nitta nel 1954, rendeva possibile il contenimento dei costi di produzione e la semplificazione strutturale complessiva. Il colore della leggera carrozzeria è un piacere per gli occhi e suggerisce un prodotto disimpegnato e più accessibile dei predecessori. L’involucro plastico che funge da copertura resistente è il completamento della macchina. Si aggancia al corpo della macchina che infatti ospita sul dorso la maniglia per il trasporto. Viene meno l’idea della prestigiosa confezione e l’esclusività del prodotto (già incrinata dalla Lettera 22 e successive) viene definitivamente sdoganata. Nonostante questo la Valentine riscosse successo prevalentemente in un pubblico intellettuale. Come scrive Barbara Radice:

“La Valentine spostava l’idea dell’estetica, del bello, da una zona di apprezzamento di gusto borghese verso un design che tenesse conto della figurazione popolare. Ha avuto successo con intellettuali, giovani, artisti e vari outcasts ma non con il grande pubblico che in genere non ama il suo linguaggio e insegue i segni di una cultura che ritiene più aristocratica.”

                                                  [da Ettore Sottsass [a cura di] Barbara Radice, Milano, Electa, 1993]

Come la forma dell’oggetto rivoluziona modelli sociali.

«L’ingegner Camillo aveva sempre sottolineato l’importanza di dover progettare macchine con grande pensiero dell’utilizzatore; in particolare erano problemi di alfabeti, di scrittura, di leggibilità, della comodità di poter raggiungere i meccanismi, anche i più lontani.»

                                              [da un’intervista a Renzo Zorzi, Responsabile della cultura dell’azienda]

Questo ci fa comprendere come in Olivetti fosse indissolubile il legame tra il modello produttivo e quello sociale. Lo scopo sociale del prodotto era perseguito con varie iniziative e spunti creativi. E’ per questo che attorno ad Olivetti si concentrava il lavoro di grandi personalità di ogni campo della progettazione e della cultura. Zorzi ricorda che: «a Ivrea c’erano intellettuali di tutto il mondo […] urbanisti, architetti, sociologi, studiosi di scienze politiche di religioni e così via». Mi viene da dire che a Ivrea era andato componendosi l’ambiente di una prestigiosa corte. Qui però la cultura non era un fattore elitario, bensì democratico, da diffondere capillarmente nella società attraverso la creatività e la bellezza. Le macchine da scrivere Olivetti erano progettate per tutti (come suggerisce una sua famosa campagna pubblicitaria), anche se in molti casi sono diventate una sorta “status symbol”, corrispondente principalmente alla figura del professionista e dell’intellettuale.

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