Letteratura Prosa

Del Giudice: Nel Museo di Reims Dialogo tra realtà e soggetto

“La vista, più degli altri sensi, è adatta nel proporre una mimesi immediata ed efficace della realtà” 1 scrive Carlotta Sorba in un recente saggio sul risorgimento; ma se il principale canale di mediazione tra realtà e soggetto smettesse di funzionare?

Questa è la condizione del protagonista di “Nel museo di Reims”2,pubblicato per la prima volta nel 1988 e che adesso apre l’edizione completa dei racconti di Daniele Del Giudice.

Affetto in giovane età da un disturbo degenerativo della vista, Barnaba decide di spostarsi da un museo all’altro in cerca di alcuni quadri particolari, scelti secondo criteri precisi che, almeno inizialmente, sono del tutto ignoti al lettore. A Reims è venuto per vedere il Marat assassiné di David. Durante la vista, come sempre, cerca di camuffare la sua condizione e di sottrarsi all’attenzione degli altri visitatori ma Anne, figura femminile che fino alla fine manterrà contorni sfocati agli occhi di Barnaba e del lettore, lo avvicina e supplisce alle difficoltà del protagonista descrivendo i dipinti.

Si innesca tra i due un rapporto le cui dinamiche non sono chiarite dall’inizio, dando vita ad un gioco ambiguo in cui spesso, ma non sempre, Anne mente, assecondando la visione distorta e inesatta di Barnaba:

Anne completa e rifinisce le immagini sbagliate che Barnaba si fa di ciò che non può vedere, o gliele inventa dettaglio per dettaglio”3

Se inizialmente la ragazza sembra soltanto mossa da pietà, dettagli del testo suggeriscono dinamiche ben più profonde alla base del suo comportamento; dinamiche che partono dal primo suo pensiero riportato, nato dall’osservazione dell’occhio di Barnaba: “pensò che a tanta definizione dell’esterno doveva corrispondere chissà quale sfocatura e non definizione dall’interno”.4

Anne da subito, quindi, focalizza l’attenzione sulla dialettica interno-esterno, centrale a tutti i livelli il racconto.

Il lettore stesso,infatti, è continuamente sbalzato da un polo all’altro dall’alternarsi regolare delle voci del narratore interno(Barnaba) e di quello extradiegetico (anonimo e totalmente non connotato), e si trova, come Barnaba davanti ai dipinti, a non poter adottare un punto di vista unico e fisso ma a muoversi tra le due prospettive, vincolato di volta in volta ai vantaggi e ai limiti dell’una o dell’altra.

Se mi avvicino tanto da distinguere le figure, fino quasi a sfiorarle, perdo il senso dell’insieme, e se faccio un passo indietro, il passo che dicono sia del pittore, non distinguo più i contorni.”[Barnaba]

Il lettore e i personaggi, dunque, si trovano in quella che la ragazza definisce una “condizione a metà”, né in totale mimesi con la realtà esterna né del tutto confinati nell’interno. Ma,come per guidarci nel percorso interpretativo, la stessa Anne aggiunge che “Anche per mentire, la condizione a metà è la migliore.”6

La menzogna, usata senza sistematicità, porta infatti ad un’ambiguità nei criteri di selezione del falso e del vero: protagonista e lettore “non si trovano più a confrontarsi con una visione oggettiva, fotografica, o almeno questa non è valutata come prova di verità, bensì di fronte ad un tipo di percezione del reale che Anne definisce «stare sul bordo degli occhi». […] ossia si forma a partire (per Barnaba) dalla sua condizione di semicecità, da una condizione dell’esperienza.”7 Un vedere che non è più nell’oggetto e non ancora all’interno.

In questa posizione mediana di ambiguità, il punto di contatto tra interno e esterno diventa allora lo stesso processo descrittivo delle opere. Significativo a tal proposito è il modo di rispondere di Anne.
All’incalzare delle domande sempre più dettagliate del giovane, mosso dal dubbio, che chiede termini di paragone che possa ricordare e rievocare lei sceglie paragoni di tutt’altro tipo e parla di un giallo descrivendolo “«Giallo come il tradimento e l’incostanza. Giallo come l’amore legittimo, o l’adulterio che lo rompe»”.8

Questa descrizione, completamente inutile al fine di dare a Barnaba un immaginare del quadro, permette alla ragazza di portare all’esterno un’interiorità che,al contrario, lui ripiega sul campo dei ricordi.

Legato al passato per reazione alla malattia,infatti, il giovane si è confinato in una costante comparazione tra la sua percezione del presente e il suo corrispettivo ricordo, in un percorso unidirezionale tra l’esterno e la sua percezione soggettiva, ferma “sul bordo degli occhi” :

adesso nessun azione, pur delle poche che posso ancora compiere, si presenta da sola ma sempre in compagnia di un gemello migliorre nel raffronto, perfetto nel ricordo.”9

Anne, con le sue descrizioni, compie invece un’ inversione di questo percorso, riflettendo sulla realtà esterna la sua soggettività. Il contatto tra le due dimensioni spaziali non avviene ancorandosi a quei frammenti di realtà esterna che si sono fissati nella memoria, ma portando fuori la realtà interiore.

Veicolo di questo scambio è il processo narrativo stesso con le sue precise scelte, slegate dal vincolo mimetico con la verità fattuale e dettate da una realtà della soggettività, che è presente anche quando non è l’oggetto della narrazione.

Di questo processo il lettore è a sua volta parte, essendo l’interlocutore dei due narratori e trovandosi, come Barnaba, vincolato alle loro narrazioni descrittive.

Del Giudice propone una scrittura che rispecchia anche nel mondo oggettivo l’interiorità dei suoi personaggi, come dice nel saggio In questa luce:

Io sono di quelli che tendono a ricavare la soggettività dall’oggettività, a far emergere una figura dal suo rapporto con lo spazio, dai suoi movimenti, da una complessità di particolari e relazioni che, se descritte con esattezza, dovrebbero produrre contemporaneamente l’immagine di una persona e del suo sentire in un determinato luogo.”10

La narrazione descrittiva, caricata di questa funzione medianica, diventa liberatrice per Barnaba. Il protagonista, compresa la dinamica, deciderà di applicarla e mentirà consapevolmente, proprio davanti al Marat che l’ha condotto fino a Reims alla fine di un racconto che unisce scrittura estremamente ragionata ad una fluidità descrittiva ed evocativa , dando vita a pagine come quella qui riportata:

Come farò senza i colori? In questo buio, la notte, certe volte mi concentro e viene fuori da chissà dove un arancione caldo, o un blu, colori puri senza nessuna forma, come se fossero venduti a lastre di colore puro, chissà se quando sarò completamente cieco conserverò questa capacità di inventarmi i colori che non vedo, certi turchesi tralucenti , certi gialli accecanti, certi bruni pieni di risonanze basse e profonde, certi verdi così delicati..E’ come con la musica, anche per quella ci dev’ essere un deposito nella mente, e quando è così buio se mi sforzo riesco a sentire brani interi, è una macchina difficile da mettere in moto all’inizio ma dopo non c’è modo di fermarla, comincia con il solo tema, una alla volta si aggiungono le tramature e gli accenti, entrano le armonie, la musica si gonfia, passa alla testa dalle orecchie, ma non per via interna, passa da fuori, come se davvero io la ascoltassi.”11

Note:

  1. Sorba C. Il melodramma della nazione, Bari, 2015
  2. Del Giudice D.  Nel museo di Reims in I Racconti, Torino, 2016
  3. Ibid.
  4. Ibid.
  5. Ibid.
  6. Ibid.
  7. Martelli M.  La cortesia dell’inganno: gioco e menzogna in Nel museo di Reims di Daniele Del Giudice. In: Calanchi, Alessandra; Cocchi, Gloria; Comune, Antonio (eds.), Il lato oscuro delle parole / The Dark Side of Words, PETER LANG AG  : Frankfurt am Main, Berlin, Bern, Bruxelles, New York, Oxford, Wien, 2015, p. 57-70, 65
  8. Del Giudice D.  Nel museo di Reims in I Racconti, Torino, 2016
  9. Ibid.
  10. Del Giudice D.  Elogio dell’ombra, «Corriere della Sera», 17 febbraio 1991.
  11. Del Giudice D.  Nel museo di Reims in I Racconti, Torino, 2016

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