Arte

Arte Povera: Vita e Guerriglia L'opera vivente e la libertà dell'artista

Nel 1967 nella rivista d’arte “Flash Art” viene pubblicato un saggio-manifesto di Germano Celant  intitolato “Arte Povera. Appunti per una Guerriglia”. Nel saggio si dichiara che gli artisti ormai sono diventati guerriglieri che combattono il sistema, per essere liberi e per riunire finalmente arte e vita. Celant è lo scopritore e il curatore di questi artisti che cominciano a lavorare dal 1964 fino ad arrivare all’ anno di formulazione ufficiale del gruppo: è il 1967 e viene inaugurata la prima mostra collettiva a Genova, alla Galleria La Bertesca, a cui partecipano artisti come Alighiero Boetti, Luciano Fabro, Jannis Kounellis, Giulio Paolini, Pino Pascoli ed Emilio Prini.

Il gruppo lavora in anni in cui si contesta la Pop Art e si contesta l’esaltazione dei prodotti di consumo. Infatti l’opera d’arte adesso viene vista come un essere vivente e mutante, un essere che cresce e si modifica nel tempo e nello spazio. Si vuole includere la natura all’interno dell’arte ed è per questo che si utilizzano materiali poveri, naturali, che possono anche essere soggetti alla disgregazione come il pane o l’insalata.

Un’opera significativa che racchiude in sintesi i principi dell’Arte Povera è “Struttura che mangia” di Giovanni Anselmo, del 1968. L’opera è composta da due blocchi di granito, uno più grande e uno più piccolo, tenuti insieme da un filo, ma divisi da dell’insalata. L’insalata dà l’idea di vita che con il tempo muore. Infatti lo spettatore dovrebbe restare lì ad osservare come la lattuga appassisce e fa cadere il blocco di pietra più piccolo: qui entra in gioco il fattore tempo che coinvolge l’osservatore per tutto il periodo dell’esperienza. Quando il blocco cade si ha anche la manifestazione di una legge naturale, la legge di gravità. In un’unica opera si mettono insieme i principi dell’arte povera: il fattore tempo perché l’esperienza per essere compresa deve essere vissuta, il fattore vita-morte (per l’insalata che appassisce), il fattore organico-inorganico.

Dal punto di vista storico, c’è da dire che la rivoluzione artistica dell’Arte Povera è accompagnata anche da una serie di fermenti sociali e politici: la contestazione artistica risente delle contestazioni operaie e studentesche di quegli anni. Infatti il periodo dalla fine degli anni ’60 ai primi degli anni ’70 è conosciuto come Sessantotto e vede profondi mutamenti di mentalità: le giovani generazioni si ribellano per raggiungere ideali politici e sociali.

Infatti Celant afferma che <<L’artista rifiuta ogni etichetta e si identifica solo con se stesso>>, proprio perché quest’arte diventa l’espressione di contestazione contro il sistema e contro la concorrenza del mondo dell’arte.  L’Arte Povera non pretende di risultare un movimento, ma semplicemente un modo di comportarsi e un nuovo modo di intendere l’esperienza artistica.

Da questo momento le opere d’arte si aprono anche a diversi tipi di ambiente e le gallerie e i musei non sono più necessari. Da ora le opere si collocano in ambienti naturali o anche cantieri industriali, navali, case, chiese e piazze, come le opere di Land Art dello stesso periodo.

Dal 1971 gli artisti continuano una ricerca individuale perché dato che la sperimentazione è riconosciuta, non c’è più bisogno di muoversi in gruppo. Si torna a parlare di Arte Povera dopo una quindicina di anni quando ormai il temine è stato storicizzato.

Bibliografia:

G. Celant, Arte Povera, monografia di Art e Dossier, Giunti, 2012
Cricco, F. P. Di Teodoro, Itinerario nell’arte. Dall’età dei Lumi ai giorni nostri, versione azzurra, Zanichelli, 2012

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    By: Silvia Favaro

    Nome e cognome: Silvia Favaro
    Studi: studentessa di Storia e Tutela dei Beni Artistici e Musicali
    Interessi: appassionata di tutte le forme d’arte, di tutti i tempi e di tutti i luoghi
    Descrizione: un metro e mezzo di pigrizia, ma anche di tenerezza. Ascolto musica dalla mattina alla sera, se potessi anche di notte, e mangio sempre cioccolato come se non ci fosse un domani.

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