Letteratura

Deserti metaforici in Salgado e Saramago Alcune distinzioni progressive

«Ma io conosco la solitudine. Tre anni di deserto me ne hanno
fatto conoscere il gusto. Nella solitudine non ci si spaventa per il fatto che la gioventù si
consumi in un paesaggio minerale; però sembra che lontano da noi stia invecchiando il
mondo intero […] la stagione avanza e si è trattenuti lontano… e i beni della terra
scivolano tra le dita come la sabbia fine delle dune. Gli uomini di solito non
percepiscono lo scorrere del tempo. Vivono in una quiete provvisoria. Noi invece
sentivamo tale scorrimento […] la ribellione rincarava la dose del deserto. […] tuttavia
abbiamo amato il deserto.»
Antoine De Saint-Exupery, Terra degli uomini, cap. 6.

 

Ci siamo mai chiesti cosa sia il deserto? Ogni parola, ogni concetto, ogni campo dell’esistenza è come una miniera da esplorare a svariati livelli. Spesso nell’essenza delle parole possiamo scoprire nuove verità, che non si nascondevano, ma erano lì ad aspettare di essere riscoperte.

Attraverso distinzioni progressive cercheremo di mettere a fuoco il concetto di deserto. Per farlo ci serviremo dell’opera di due grandi artisti di lingua portoghese, ma di diversa nazionalità: José Saramago, portoghese e premio Nobel per la letteratura nel 1998, e Sebastião Salgado, brasiliano, considerato il più grande fotografo del nostro tempo.

A una prima lettura emerge la classica immagine di luogo isolato e invivibile, molto bene rappresentata dai lavori di Salgado, in opere come Terra, Sahel, Africa e soprattutto Genesis, il suo ultimo grande lavoro, pubblicato dopo otto anni di viaggio alla scoperta dei luoghi più remoti del nostro pianeta.

  
 
 

 

 

Salgado e Saramago lavorarono insieme nel progetto Terra, del 1997, in cui i testi del non ancora Premio Nobel accompagnavano la raccolta del fotografo brasiliano.

Terra è interamente dedicata alle popolazioni escluse del Brasile: ai contadini senza terra, ai mendicanti, ai bambini di strada e ai gruppi socialmente emarginati.

      
                   
                        

Da qui emerge una nuova definizione di deserto, l’assenza e la privazione di Ragione. Dove non c’è Ragione non c’è umanità ed è per questo che si possono trovare deserti anche tra le folle, se è vero quello che afferma Saramago ne Il Vangelo secondo Gesù Cristo:

«Il deserto non è quello che normalmente si crede, deserto è tutto quanto sia privo di uomini, anche se non dobbiamo dimenticare che non è raro trovare deserti e aridità mortali tra le folle.»

Pertanto esistono deserti concreti e deserti metaforici, anche se è un rischio mettere un limite alla metafora. Forse perché i deserti più temibili sono proprio quelli in cui l’uomo è allo stesso tempo presente e assente, oppure i luoghi che l’aridità intrinseca all’umanità ha trasformato in deserti naturali e sociali.

Quando l’uomo agisce sul territorio crea desolazioni territoriali e collettive. Salgado lo documenta magistralmente in Serra Pelada, ambientata nelle miniere d’oro in Brasile, in cui lo sfruttamento deturpa la natura e l’uomo stesso. Migliaia e migliaia di operai-schiavi con sacchi di fango che, forse, potrebbero contenere tracce di oro, si inerpicano per scale che scendono in profondità, con orari di lavoro disumani e la morte che li aspetta ad ogni tentativo di scalata. Anche questo è deserto.

Esiste poi una distinzione quasi impercettibile, cioè quando l’uomo stesso diventa deserto, quando la creazione dell’aridità non ha più un artefice, quando non si distingue più la vittima dal carnefice. La guerra ne è sempre alla base. Riportiamo un altro esempio:

 

All’inizio dell’anno 1991 la coalizione guidata dagli Stati Uniti respinse l’esercito iracheno dal Kuwait. Le truppe di Saddam Hussein portarono l’inferno in terra, bruciando i pozzi petroliferi.

Queste immagini sembrano avvalorare l’affermazione di Saramago già riportata, ma ne richiamano immediatamente un’altra, tratta da Manuale di pittura e calligrafia, con la quale ci sentiamo di concludere la nostra breve trattazione, che, anticipiamo, avrà un seguito in Cecità, una delle opere più rappresentative di Saramago.

«E poiché il deserto può avere i suoi abitanti ed essere deserto, non bastano gli abitanti perché il deserto non esista più».

 

Leave a Reply

Your email address will not be published. Required fields are marked *

*