Teatro

Sarah Kane: “in-yer-face” sadness La poetica di un'anima sporca

Il teatro inglese contemporaneo a partire dagli anni ’90 ha visto l’affermarsi di una delle correnti più brillanti e controverse che la sua storia ricordi: quella del cosiddetto “in-yer-face theatre” (Letteralmente “sbattuto in faccia”).

Il perché di questa definizione è subito comprensibile se si vanno ad analizzare gli autori principali di questo filone che, figli di John Osborne e del teatro della crudeltà di Artaud, amano destare scandalo trattando temi tra i più controversi quali la deviazione sessuale, la malattia mentale o la violenza fisica e verbale.

Sarah Kane, drammaturga nata a Brentwood nel 1973 e morta suicida nel 1999 è probabilmente l’astro più brillante e scandaloso di questo movimento tanto impetuoso quanto destinato ad una fine prematura  che, curiosamente, coincide proprio con la sua morte.

Ella passa la sua infanzia in una famiglia profondamente cristiana e lei stessa è una forte credente fino alla tarda adolescenza, quando rinnegherà con veemenza il suo precedente credo.

In origine avrebbe voluto scrivere poesia, ma dichiarerà in seguito la sua incapacità di convogliare i suoi pensieri e sentimenti in questa forma e si avvicinerà di conseguenza al teatro, da lei definito “La più esistenzialista di tutte le arti”.

Incomincia la sua carriera di drammaturga con Blasted. Il titolo è un intraducibile doppio senso che fa riferimento alla parola “scoppiati” ma anche al concetto di “spazzati via”. Un’opera giovanile che vuole mostrare la crudezza della guerra e presenta già, anche se in forma appena abbozzata, quelli che saranno i tratti distintivi della sua ricerca artistica puntata alla piena armonia tra forma e contenuto.

Questo primo sforzo viene accolto da pareri fortemente contrastanti, anche a causa dei contenuti “osceni” dello spettacolo che vanno dalla simulazione di atti sessuali anche violenti a scene di cannibalismo e sadismo.

Definito uno dei più grandi scandali della storia del teatro inglese dai tempi di Saved di Edward Bond, venne etichettato anche come “disgustoso banchetto di sporcizia” .

Il suo secondo lavoro, Phaedra’s Love, arriva dopo una discreta parentesi televisiva (Skin) e continua ad indulgere nella mondanità come cornice narrativa (la storia di Fedra già portata in scena da Euripide e Racine che viene traslata sulla storia recente dei reali inglesi) e negli usuali espedienti narrativi controversi ma comincia già a delineare quello che sarà il pattern tematico della Kane, partito in sottofondo con Blasted: la depressione e il bisogno fortissimo di essere amati.

Pattern tematico che esplode con Cleansed, opera che tratta delle sofferenze dell’amore in un campus universitario che assume i connotati di un surreale campo di concentramento, dove i protagonisti subiscono le peggiori torture, riflesso fisico del loro status emotivo, con una forte degenerazione simbolica nella parte finale del dramma.

Con Crave, il suo quarto dramma, l’autrice comincia anche un percorso di sperimentazione tecnica presentando la storia di quattro personaggi distinti solo da delle lettere (A, B, C, M) e privi di qualsiasi connotazione fisica e sessuale, caratteristica che diventa ancor più ambigua nel testo originale.  Alternandosi, delineano le loro storie e il loro comune cadere nel baratro, annunciato sul finale dai versi dell’Apocalisse di San Giovanni.

4:48 Psychosis, il suo ultimo lavoro, non vedrà la luce se non un anno dopo la sua morte, rappresentato in un Royal Court Theatre a lutto. Sconfitta dalla depressione che l’ha accompagnata per gran parte della sua vita, dopo due tentativi di suicidio per overdose, riuscirà ad impiccarsi con i lacci delle sue scarpe.

Testo criptico, apparentemente irrappresentabile per la sua forma priva di indicazioni sceniche riguardanti personaggi, luoghi e situazioni ma soprattutto spiazzante per il suo contenuto: una profonda analisi dell’autrice sul suo status psicologico ed emotivo.

Lasciò di sasso una critica ormai di fronte alla rivelazione postuma di un’artista brillante ed ingiustamente denigrata, molti si astennero addirittura dal recensire l’opera limitandosi al commento personale. Michael Billington scrisse sul Guardian: “Come si può recensire una lettera di suicidio di 75 minuti?”

Col tempo la sua figura (già difesa da nomi altissimi del teatro inglese come il sopracitato Bond e Harold Pinter) viene rivalutata dalla critica inglese, commossa dalla sua personale tragedia e incuriosita dal grande successo delle sue opere fuori dall’Inghilterra. Anche i suoi più aspri detrattori dovettero ritrattare parte delle loro affermazioni più velenose dopo una più approfondita analisi delle sue opere. Finalmente riuscivano a vedere la tristezza e la poesia sotto lo scandalo e il lerciume.    

 

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    By: Stefano Morello

    Nome: Stefano Morello
    Studi: Lingue e letterature euroamericane all’Università degli Studi di Torino
    Interessi: Letteratura, Cinema e Teatro contemporanei
    Segni particolari: Anti-litteram
    Descrizione: Dinamitardo intellettuale dei giorni nostri, tra le mie tante (e private) passioni rientra la decostruzione dell’arte in tutte le sue forme, la scrittura, l’attivismo politico, il culto della mia personalità e la generale propensione ad essere un gran rompipalle.

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