Letteratura Prosa

La malattia secondo Virginia Woolf Saggio sul dolore e sulla sua utilità

Il breve saggio Sulla malattia scritto da Virginia Woolf nel 1925, nonostante appartenga ad un contesto ormai mutato, può ancora contribuire a cogliere i rapporti complessi tra malattia, società, lingua e letteratura. Ad apertura di libro infatti leggiamo:

Considerato quanto sia comune la malattia, di quali proporzioni sia il mutamento spirituale che essa produce, […], quali precipizi e prati, sparsi di vividi fiori, riveli un minimo aumento della temperatura, […] come precipitiamo nel pozzo della morte […] e ci svegliamo pensando di trovarci alla presenza degli angeli e degli arpisti quando ci tolgono un dente e ritorniamo alla superficie nella poltrona del dentista e confondiamo il suo «Sciacqui la bocca, sciacqui la bocca» con il saluto della Divinità che, chinandosi, ci dà il benvenuto in Paradiso – quando pensiamo a tutto questo […] appare davvero strano che la malattia non figuri insieme all’amore, alle battaglie e alla gelosia tra i temi principali della letteratura.

La malattia ha connotati vitalistici – le metafore naturalistiche sono numerose – e pone l’individuo tra la banalità quotidiana della sofferenza e l’esperienza mistica soggettiva. Grazie alla condizione liminale cui sottopone “colui che giace”, offre la possibilità di avere intuizioni epifaniche che la letteratura, fino al tempo della redazione del saggio, ha trascurato. Quali sono le cause?

La malattia, il discorso e la letteratura

Alla base del fenomeno l’autrice (che trascura il dato strettamente biografico) riscontra l’esistenza di un timore sociale. Non solo nell’immaginario collettivo le attività di pensiero sono preminenti rispetto alla corporeità (e alla malattia), ma esiste un tentativo di rimozione, generalmente fallimentare, del corpo dal discorso. Ciò è causato sia dalla fragilità dell’uomo, sia da limiti linguistici:

basta che il malato tenti di spiegare a un medico la sofferenza che ha nella testa perché il linguaggio si prosciughi di colpo. […] Egli sarà costretto a coniare qualche parola e, tenendo il suo dolore in una mano e un grumo di puro suono nell’altra […], pressarli insieme in modo tale che alla fine ne salti fuori una parola del tutto nuova.

Il neologismo tenta di esprimere il dolore ma ne impedisce la comunicazione, e l’inadeguatezza della lingua contribuisce al vuoto in letteratura. Eppure, nonostante questi limiti, il malato è per Woolf in uno stato di grazia anche quando legge, poiché predisposto all’intuizione delle peculiarità del significante, e quindi al testo poetico. La malattia, in questa prospettiva, innalza il lettore ad un grado di consapevolezza superiore.

La problematizzazione dell’infermità continua poi in un discorso molteplice e piacevole per approfondire alcuni nodi fondamentali del tema del dolore. Il saggio è meritevole di rilettura, sia per calarlo nella cultura contemporanea all’autrice, sia per osservare quanto il contesto sia cambiato.  

E anche nel caso in cui abbiate preso l’influenza.

 

 

Note

  1. Woolf, Sulla malattia, a cura di N. Gardini, Bollati Boringhieri, Torino, 2006, p. 7.
  2. Il testo è percorso da opposizioni basate sull’antonimia giacere/muoversi.
  3. Esistevano però precedenti importanti come La morte di Ivan Il’ič, pubblicato nel 1886
  4. Ivi, p. 10.
  5. Gardini domanda: «esiste una lingua della malattia che non sia il linguaggio scientifico dei dottori? O, fuori di quello, se ne può parlare solo cadendo nelle metafore, cioè forzando le parole di sempre?». N. Gardini, Postfazione, in V. Woolf, op. cit., p. 69.

 

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