Musica

Provai a sbagliare per sentirmi errore Fenomenologia di Franco Califano

Franco Califano era un personaggio peculiare nel mondo della canzone italiana, sembrava più un gangster che un cantautore, la sua immagine ha sempre offuscato il talento nello scrivere canzoni.
La vita e le canzoni di Califano ruotano attorno all’altra metà del cielo, gli viene persino chiesto di scrivere un libro sul sesso.

Sapete perché ho scritto un libro sul sesso? Perché me l’hanno chiesto. E hanno fatto bene.

La sessualità così vivida è uno degli aspetti fondamentali della sua poetica, oltre a scrivere canzoni, ha scritto veri e propri monologhi in musica su tematiche scabrose: “Pasquale l’infermiere”, “Avventura con un travestito”, “Il Preservativo”.
D’altronde non è un segreto che Califano abbia avuto il suo primo rapporto sessuale a 12 anni con la madre di un suo amico, evento che sicuramente ha segnato tutta la sua vita.

Autore per altri:

Nella prima fase della sua carriera il Califfo è un brillante autore di testi per altri cantanti, scrive “La musica è finita” per Umberto Bindi,E la chiamano estate” per Bruno Martino, “Una ragione di più” (su musica di Mino Reitano) per Ornella Vanoni, come autore vince addirittura un festival di Sanremo nel 1973 con “Un grande amore e niente più” cantata da Peppino Di Capri.
Ma vi è una canzone in particolare che svetta nettamente su tutte le altre.

E vieni a casa mia, quando vuoi, nelle notti più che mai..”

Minuetto (1973) è una di quelle canzoni che soddisfa sia il pubblico che la critica, scritta da Franco Califano e Dario Baldan Bembo ed eseguita in maniera esemplare da Mia Martini.
Il testo narra di una donna abbandonata ed umiliata che non smette di inseguire un amore impossibile.

La musica è una rivisitazione in chiave moderna di un minuetto, per poi mutare nella seconda parte in una ballata lenta e malinconica.

In molti avevano provato a trovare un testo per una melodia così particolare, postuma fu pubblicata una delle tante altre versioni intitolata “Salvami “.

Califano, come un fine artigiano, riesce a cucire attorno alla figura della cantante calabrese, un testo meraviglioso, identificandosi magari nel maestro esperto che dirige le sue mani sul corpo della giovane donna.

Anni dopo la canzone entrerà a far parte anche del suo repertorio, modificando il testo perché possa essere eseguito da un uomo.

Manifesto Ideologico:
La canzone che più di ogni altra rappresenta Franco Califano come autore e compositore è senza ombra di dubbio “Tutto il resto è noia” (1977).  

La musica è stata composta da Frank Del Giudice, autore, collaboratore e a lungo bassista della band che accompagnava il cantautore romano. Descrive l’irrequietudine di un amante frenetico, voglioso e rapace, che sia un giorno, un mese, un anno, tutto si riduce all’atto sessuale. L’ebbrezza del corteggiamento, la tanto agognata conquista, la sensazione piacevole di avere qualcuno accanto, si, d’accordo..ma poi? E’ una canzone schietta, dritta, che non ha giri di parole, e meglio di ogni altra denota il modus operandi del Califfo.

Sulla copertina del disco omonimo vi era la fotografia del figlio del boss della mala milanese Francis Turatello.

La Perla:
Fra tutte le canzoni dell’enorme repertorio del cantautore nativo di Tripoli, quella che a mio giudizio è un gradino superiore alle altre è “Io nun piango”

Io nun piango pe’ quarcuno che more,
non l’ho fatto manco pe ‘n genitore
che morenno m’ha ‘nsegnato a pensare,
non lo faccio per un altro che more.

Califano la dedica a Piero Ciampi, cantautore livornese dall’anima tormentata, non molto noto al grande pubblico, ma che merita una piccola digressione.
La canzone più conosciuta di Piero Ciampi è “Adius” , una canzone schizofrenica, struggente, rabbiosa,sembra il canto di un ubriacone, un urlo dissennato e ne consiglio vivamente l’ascolto.

Tornando ad “Io nun piango” , a livello musicale, come tutte le canzoni di Califano non ha una struttura particolarmente complessa, ma riesce a definire perfettamente l’indole di Ciampi.

Da queste strofe percepiamo il dolore dovuto alla scomparsa prematura del cantautore livornese.

lo piango, quanno casco nello sguardo
de’ ‘n cane vagabondo perché,
ce somijamo in modo assurdo,
semo due soli al monno.

Me perdo, in quell’occhi senza nome
che cercano padrone,
in quella faccia de malinconia,
che chiede compagnia.”

 

Il canto del cigno:

Illustrazione a cura di Francesca Capelletto


Franco, nell’ ultima fase della sua carriera, era diventato ormai una caricatura, più noto per l’imitazione (splendida) di Fiorello, di quanto lo fosse come autore di canzoni.
Ma ha dimostrato di essere ancora di essere in grado di stupire con “Un tempo piccolo”.

“Dipinsi l’anima su tela anonima 
E mescolai la vodka con acqua tonica 
E pranzai tardi all’ora della cena 
E mi rivolsi al libro come una persona 
Guardai le tele con aria ironica 
E mi giocai i ricordi provando il rischio 
Poi di rinascere sotto le stelle 
Dimenticai di colpo un passato folle 
In un tempo piccolo”

Il pezzo prima fu registrato dai Tiromancino e solo successivamente il Califfo incise la sua versione.
Un tempo piccolo” è una canzone che come un filo attraversa tutta la vita di Califano, dalla precocità nel vivere la sessualità (“Diventai grande in un tempo piccolo”),  alle continue peripezie con la legge (“provai a sbagliare per sentirmi errore”).

Il primo verso del ritornello esprime la sua voglia di apparire non come una sorta di fenomeno da baraccone, ma di esprimersi schiettamente, senza schermi, con i suoi limiti e i suoi punti di forza.
Dipinsi l’anima, su tela anonima”

Franco Califano è un artista controverso, non ortodosso, maschilista, ma ha saputo descrivere minuziosamente nelle sue canzoni tutto quello che attorno gli accadeva, come un vero artista deve saper fare.

Ah Fra, Stamme Bene. 

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