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Diane Arbus; la fotografa dei “mostri” L'elogio della diversità

“Credo davvero che ci siano cose che nessuno riesce a vedere, prima che vengano fotografate.”
Con queste parole di Diane Arbus si può riassumere ciò che fu la sua vita, e soprattutto ciò che fu il suo lavoro; una ricerca costante e continua del “diverso”, una propensione naturale tesa a ciò che la società del suo tempo denigrava, sbeffeggiava, forse temeva, certamente rifiutava.

Diane Nemerov – questo il suo vero nome – fotografa statunitense, nasce nel 1923 da una ricca famiglia ebrea di origini russe; fin da ragazzina mostrò chiaramente un’intelligenza brillante, pungente, bellicosa nei confronti dei dogmi morali imposti dalla società; tant’è vero che, appena 18enne, sposò Allan Arbus, seppur la famiglia non vedesse di buon occhio la loro relazione. Proprio insieme al marito iniziò ad affacciarsi al mondo della fotografia, dapprima come sua assistente nel loro studio, poi da sola, vincendo le proprie insicurezze e reticenze e iniziando finalmente a fotografare i soggetti che davvero le interessavano; i cosiddetti reietti della soietà, persone con deformità e anomalie fisiche, disturbi mentali, tratti somatici particolari. Fra i suoi soggetti preferiti ricorrono spesso fotografie di nani, transessuali, barboni, prostitute; ed ecco dispiegarsi lentamente ciò che l’accompagnerà per tutta la vita, il desiderio di dare voce e dignità a chi voce e dignità sembrava non poter meritare, nella società del dopoguerra; i soggetti non sono infatti immortalati e considerati come fenomeni da baraccone o mostri, anzi, sono considerati da lei come una sorta di classe aristocratica, una cerchia di prescelti che ha già scontato la propria porzione di dolore e vergogna nell’altalenante giostra della vita. La domanda che ella sembra voler porre, attraverso le proprie fotografie è una domanda scomoda, fastidiosa; “Sono loro i veri mostri?

Ciò che caratterizza e nobilita la fotografia di Diane Arbus, non è infatti la scelta anti-convenzionale di questa tipologia di soggetti, ma l’approccio profondamente umano che cercò e i rapporti confidenziali e spesso intimi che riuscì a instaurare con queste persone, giudicate dalla società come patetiche, buffe nel migliore dei casi, ma che lei ritenne sempre innanzitutto degne di rispetto ed attenzione.

“She come to them” è lo slogan che riassume la sua fotografia, perchè effettivamente era lei ad andare da loro, dai cosiddetti “freaks” e soprattutto era lei ad adeguarsi ad essi, al loro contesto, alle loro abitudini, cercando di metterli a proprio agio; ad essere messo in una condizione di disagio e imbarazzo vuole che sia invece lo spettatore, è lui che deve adattarsi all’immagine e prendere atto della realtà del mondo, così pregna di diversità, diversità da intendere come risorse, non come limiti. 

“Io mi adatto alle cose malmesse: non mi piace metter ordine alle cose. Se qualcosa di fronte a me non è in ordine, non la metto a posto; mi metto a posto io” spiegò la fotografa, tentando di esplicare non solo il suo approccio ai soggetti del mondo e alla meravigliosa varietà della vita, ma anche il proprio stile tecnico, che prevedeva appunto fosse lei a spostarsi attorno al soggetto in cerca dell’ angolazione migliore, mai il contrario.

Alcune sue fotografie hanno fatto la storia, altre sono meno note; fra le immagini più celebri spicca la fotografia “Identical twins”, scattata nel 1967, che ritrae due gemelline a stretto contatto, stanti, perfettamente identiche, che si differenziavano minimamente solo per l’espressione del volto; sono le stesse gemelle che appaiono nel film “Shining” di Kubrick, amico di vecchia data della Arbus, che volle omaggiarla così.

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