Letteratura Poesia

Haiku. La poesia che porge l’immagine Ogni cosa piccola è bella

 

«[…] potremmo dire che quella è l’illuminazione. Quando vedi i fiori del pruno o senti il suono di un sassolino che colpisce una canna di bambù, ecco, quella è una lettera che arriva dal mondo della vacuità» (Shunryu Suzuki-roshi).

 

 

 

 

«Il desiderio di consegnare tutto, assieme alla sua fragranza, a poche, necessarie parole»: non c’è da stupirsi se della cultura orientale Borges non ha potuto sentire che l’icasticità e la concisione della poesia. Una poesia semplice, lieve – delicata orditura di immagini e fragili essenze – e tuttavia capace di cogliere il respiro del mondo; una poesia precisa e di densa generosità che fiorisce nel massimo – eppure molto piccolo e sobrio – splendore di un haiku.

Scandito in tre versi di 5-7-5 onji (i segni grafici dell’alfabeto giapponese), in origine era la prima strofa, detta hokku, di un componimento più lungo. In un secondo momento la sua crescente importanza lo affranca dai seguenti versi: viene ribattezzato “haiku” e riconosciuto come un genere d’indipendente dignità poetica. Ma non di sola prosodia si tratta; oltre all’assenza di un titolo, elementi peculiari dello haiku sono  il kigo, il richiamo – svelato velando – alla stagione in cui viene composto, e il kireji, ossia una cesura, una pausa, un salto esatto, rapido, leggerissimo – valori di calviniana memoria – tra immagini soltanto in apparenza distanti. I versi di un haijin (il compositore di haiku) si sciolgono con delicatezza (hosomi) della percezione, con attenzione estrema – fino alla fine sofferta – verso tutte le piccole cose. Nella luminosa definizione di Elena Dal Pra lo haiku in vero è «una poesia non di idee ma di cose – quasi “correlativo oggettivo” nipponico»; una poesia che non descrive: porge l’immagine, suggerisce il colore. È la quieta, mistica cristallizzazione di un istante, di un evento preciso, minimo, naturale; è un’intuizione coagulata, un mondo che – in tutta purezza – si spalanca, si dilata, crea spazio. Il poeta interferisce il meno possibile con la sua arte, esce dalla poesia e tende all’universalità, all’esclusione dell’ego. Così gli haiku diventano vere e proprie «lettere dalla vacuità»: l’illuminazione è vedere un fiore, sentire il suono di un sassolino che colpisce una canna di bambù, con la  consapevolezza e l’attenzione squisitamente orientali nei confronti della bellezza che si cela al di là della bellezza.

Ma – com’è proprio dello haiku – più di ogni riflessione può l’impressione, e quindi – qui – la lettura, la lettura per raccogliere l’immagine, quel respiro del mondo che – con grazia, sapienza, discernimento – è stato offerto. Di seguito viene proposta una selezione di cinque haiku per ognuno dei quattro grandi haijin – Matsuo Bashō, Yosa Buson, Kobayashi Issa e Masaoka Shiki – senza alcun tentativo di commento ad inquinare il luogo del lettore, lo spazio vitale della poesia: il bianco.

Matsuo Bashō (1644-1694)

la primavera parte:
pianto tra gli uccelli e lacrime
negli occhi dei pesci

un guscio
di cicala, svuotatasi
nel canto

cade una foglia di paulonia –
perché non vieni
nella mia solitudine?

plenilunio d’autunno:
tutta la notte passata
a misurare il lago

l’ombra di una vecchia
che piange sola,
la luna per compagna

 

Yosa Buson (1715-1783)

caduto il fiore
resiste l’immagine
della peonia

nella mia stanza pesto
il pettine che fu di mia moglie –
nella mia carne, un morso

in un villaggio di cento case
nemmeno un cancello
senza il suo crisantemo

all’uomo solo,
ancora più amica,
la luna

rumore di freddo:
un topo che corre
sulle stoviglie

 

Kobayashi Issa (1763-1828)

l’allodola
del mio villaggio: non la vedo,
ma so che canta

si sveglia
e sbadiglia, il gatto;
poi, l’amore

sul cane addormentato
la leggera corona
di una foglia

kaki di montagna:
è la madre a morderne
le parti aspre

anche per le pulci
è forse lunga la notte
e solitaria

 

Masaoka Shiki (1867-1902)

tra la barca e la riva
a separarci si alza
un salice

convalescenza:
stancarsi gli occhi
contemplando le rose

torri di nubi:
verso sud volano
vele bianche

lievi, lievi
spiriti dei morti, venite qui
e rinfrescatevi

pianta i piedi nella piena,
lo spaventapasseri,
e resiste

Bibliografia

Haiku. Il fiore della poesia giapponese da Bashō all’Ottocento a cura di Elena Dal Pra, Oscar Mondadori, febbraio 1998, pp. 266.

Il linguaggio dell’intimità di Jorge L. Borges, Mimesis Edizioni, 2012, pp. 62.

Nota

Il titolo dell’articolo è la più importante dichiarazione di estetica lasciata da Sei Shōnagon nelle sue Note del guanciale: «In verità, ogni cosa piccola è bella».

Per una bibliografia italiana sullo haiku si segnala:  http://www.zenfirenze.it/approfondimenti/bibliografia-haiku.asp.

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