Arte

Non è bello ciò che è bello, è bello ciò che è arte Decostruzione di un'opinione diffusa

È opinione diffusa che l’ arte abbia qualcosa a che fare con la bellezza. Siamo disposti a fare file interminabili − magari sotto un sole cocente o una pioggia battente − per ammirare il David di Michelangelo o i campi di grano di Van Gogh proprio perché ci aspettiamo con questa esperienza di appagare il nostro sguardo o, perché no, di solleticare il nostro senso estetico. Siamo soliti pretendere perciò che un oggetto, per essere contemplato da frotte di turisti più o meno annoiati, sia bello. Tradizionalmente siamo portati a definire “bello” qualcosa di proporzionato, armonico, equilibrato. Diciamo istintivamente che l’uomo di Vitruvio è bello; difficilmente estendiamo questo attributo ad una capigliatura spettinata, a una serie di rumori assemblati a casaccio, ad una ragazza mingherlina vestita con abiti troppo grandi. È dunque necessario che un’opera, per essere tale, sia bella? Non si tratta di togliere di mezzo la bellezza per giustificare alcuni esiti dell’ arte contemporanea − che in nessun modo possono essere considerati “una gioia per gli occhi” − quanto piuttosto di dimostrare che oggetti orripilanti sono sempre appartenuti al dominio dell’ arte. Il filosofo Immanuel Kant, in un capolavoro dell’estetica occidentale, riconosce all’ arte un potere trasfigurativo: ciò che nella vita reale è terribile, angoscioso, infernale, se incorporato in un’opera, può diventare oggetto di godimento estetico. Il dramma esistenziale di Amleto, insopportabile se fosse nostro fratello, un nostro amico o se Amleto fossimo noi stessi, diventa occasione nella tragedia shakespeariana di un’esperienza edificante: il dolore, la disperazione, il tormento del protagonista, tenuti a debita distanza dal lettore, costituiscono altrettanti spunti di riflessione sulla natura umana. Tuttavia esiste per Kant un sentimento che in nessun modo può essere incorporato in un’opera e suscitare un’ esperienza di piacere estetico: il disgusto. Veniamo disgustati da una situazione, un oggetto o una persona proprio perché viene azzerata ogni distanza fra noi e la causa del disgusto. Il punto sembra molto convincente. Eppure come ogni filosofo ben sa una teoria, per essere buona, non dovrebbe ammettere controesempi.

A Chauvigny, un grazioso paesino nel nord-ovest della Francia, si trova la chiesa di Saint Pierre, risalente all’XI secolo. Ancor più affascinante della facciata – in solido stile romanico – sono i bassorilievi che all’interno decorano i capitelli delle colonne. Animali mostruosi dall’aspetto vagamente satanico banchettano con le teste di malcapitati ometti nudi ed indifesi. Scene di questo tipo non destano scandalo nel visitatore. È risaputo che l’ arte ha avuto per secoli una funzione educativa: una sorta di “Bibbia” per analfabeti. Per indurre il cristiano ad una stretta osservanza dei precetti religiosi è necessario “dipingere” a tinte forti la punizione che attende i dannati. Il disgusto corrisponde dunque ad una scelta finalizzata a veicolare un significato.

 

Chauvigny Eglise, Saint Pierre Chapiteau. Capitello

 

Circa 900 anni dopo un artista francese realizza un cortometraggio in cui un uomo incappucciato, vestito di stracci, tossisce sputando sangue. Queste immagini esprimono il tormento suscitato dal ricordo della guerra e delle stragi del primo Novecento. Non solo una forma piacevole non saprebbe trasmettere il messaggio con la stessa efficacia ma porterebbe lo spettatore a travisare il contenuto proposto dall’artista. In altre parole, se il mondo è sporco, brutto e cattivo come può l’opera che emerge da esso non esserlo? Se ciò che si vuole suscitare è una genuina riflessione allora dobbiamo ammettere la possibilità – o forse la necessità? − di opere raccapriccianti. Arte non è un modo alternativo ad altri altrettanto convincenti di veicolare messaggi, né uno strumento per produrre piacere sensoriale. È ciò che più urgentemente richiede il nostro tempo: qualcosa che abbia valore, in quanto promotore insostituibile di occasioni, e non mera utilità.

 

 

Note:

  1. Immanuel Kant, Critica della Capacità di Giudizio. Consiglio l’edizione a cura di Amoroso.
  2. Christian Boltanski, L’Homme qui tousse, 1944.
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    By: Irene Bagnara

    Nome e Cognome: Irene Bagnara
    Studi: Filosofia all’Università di Torino
    Interessi: Sono una grande appassionata d’Arte, soprattutto di quella che richiede uno sforzo neuronale mostruoso, di Harry Potter (ebbene sì, ho letto tutti i libri almeno cinque volte ciascuno) e di musica (anche qui sono di bocca buona).
    Nel tempo libero: sono una persona pigra, mi muovo solo per un buon motivo: una mostra appena inaugurata, un succulento panino vegano o una missione per preservare gli oceani. Non sto scherzando scettici, faccio davvero parte di un’associazione per la salvaguardia degli ecosistemi marini..
    Sogni per il futuro: non sentirmi più rispondere “e quindi dopo che lavoro potresti andare a fare?” dopo aver detto di fare Filosofia.

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