Architettura e Design

Il Paesaggio di Daniele Kihlgren Patrimonio di visibile e invisibile da salvare

Nel mezzo di insopportabili chiacchiere che annullano la differenza tra bar, salotti tv e Parlamento c’è da chiedersi se veramente sia ben chiara la nozione di patrimonio culturale, fin dove si estendano i suoi confini semantici e che posizione ricopra il paesaggio. Ma cos’è veramente questo paesaggio? Il cemento e la bruttura dilaganti stanno portando via solo metri quadrati di territorio o anche qualcos’altro?

1.Il Paesaggio nella Convenzione.

«”Paesaggio” designa una determinata parte di territorio, così come è percepita dalle popolazioni, il cui carattere deriva dall’azione di fattori naturali e/o umani e dalle loro interrelazioni.»

L’articolo I della Convenzione Europea sul Paesaggio (sottoscritta a Firenze nel 2000) evidenzia dati di fatto oggi terribilmente trascurati da cittadini e istituzioni:

  • Che il legame stretto tra l’uomo e il suo ambiente costituisce un fatto culturale e pertanto genera prodotti culturali;
  • Che il paesaggio non è solo quello che percepiamo con la vista, ma il risultato delle suggestioni che il luogo trasmette, siano esse di natura olfattiva, tattile, culturale, religiosa, gastronomica, ecc.
  • Che il paesaggio (come ricordato dagli articoli 23,24,27 e 28) deve rappresentare per le comunità che lo abitano un fattore identitario e che il lavoro delle istituzioni deve diversificarsi per ogni tipologia di paesaggio, nel rispetto di quelle differenze che rappresentano i tasselli di un mosaico vitale che rende unico e straordinario ogni paese, in particolare il nostro.  
  1. Il paesaggio come bellezza autentica: l’esempio di Santo Stefano di Sessanio.

Queste suggestioni sono state emotivamente fatte proprie da Daniele Kihlgren, inquieto rampollo di una famiglia italo- svedese di imprenditori del cemento. Erano gli ultimi anni ’90. In uno dei suoi vagabondaggi in moto da Milano Kihlgren si inoltrò nei brulli altipiani dell’entroterra abruzzese. Sarà stata la sua laurea in filosofia o, come la definì egli stesso, una “rivelazione sulla via di Damasco”, a spingere il giovane a cercare l’essenza delle cose tra le mura secche e consunte di un antico borgo mediceo semiabbandonato. Fu senz’altro il carattere materico dell’abitato di Santo Stefano di Sessanio (AQ), incastonato nei suggestivi scenari del Parco Nazionale del Gran Sasso e Monti della Laga, a ispirare il curioso viandante:

« questi muri qua somigliano a dei quadri di alcuni artisti che vengono venduti per centinaia di migliaia di euro. All’interno dell’arte è accettato questo discorso, all’interno della realtà è stato oggetto di rimozione collettiva».

     [dal trailer del lungometraggio “Kihlgren’s walls” di Alpenway media production GMBH]

Kihlgren sente che da quelle pareti, fatte della stessa sostanza della montagna che li circonda, trasuda l’identità di quei luoghi e di chi li ha abitati. Per questo decide di acquistare un’intera borgata del paese per farne l’oggetto di un innovativo progetto di conservazione e promozione turistica (già ideato da Leonardo Zanier nel Friuli post-sisma): l’albergo diffuso. Niente aumenti di cubatura, nessuna attualizzazione distruttiva né stravolgimenti urbanistici, ma solo il riscatto di una realtà dimenticata al cui richiamo la contemporaneità è rimasta per troppo tempo sorda. Sextantio (dall’antico toponimo del primo insediamento romano), 27 camere e 55 posti letto, si estende attraverso vie e piazze del borgo. Passarvi una notte significa dormire tra le lenzuola di lino e le tradizionali coperte, sentire gli odori della terra e della roccia antica delle pareti, assaporare il gusto dei prodotti tipici del territorio e passeggiare lungo gli stretti vicoli su cui si affacciano le rinate locande e botteghe. Qui si producono formaggi, salumi, legumi (celebri le lenticchie), zafferano e si lavora la lana. Con quello che è stato definito “restauro filologico”, Kihlgren restituisce «un pezzo d’Italia che era stato amputato». A Santo Stefano di Sessanio non è stato restaurato solo un gruppo di stalle e abitazioni, ma lo spirito di quel territorio, quella bellezza che si rivela quasi sensualmente, per gradi, attraverso ogni canale percettivo. E’ questo il paesaggio di Kihlgren, è questa la ricchezza da cui attingere per scongiurare il totale spopolamento dei nostri borghi e lo svuotamento della nostra identità. A Sextantio lavorano 25 dipendenti e l’indotto ha creato circa 300 posti di lavoro. Si sta tornando ad abitare a Santo Stefano e il progetto vanta grandi sostenitori tra cui l’architetto Daniel Chipperfield. In effetti è tra il pubblico straniero che l’iniziativa di Kihlgren sta suscitando maggior interesse. Lo dicono i cognomi nordici incisi sui campanelli delle abitazioni.

 

  1. Il Paesaggio “dentro”

Santo Stefano è bello perché è semplice, perché è il risultato del contributo di una collettività intera che persegue i medesimi «bisogni elementari di sussistenza». Qui si riscoprono e si esaltano «le tracce del vissuto povero», delle tradizioni locali, frutto della simbiosi che lega queste popolazioni al loro ambiente. Un patto ancestrale per il quale bellezza è il risultato del rapporto di reciproca influenza tra uomo e natura. Al cospetto del candore del Gran Sasso un mare di vasti altipiani di dipana in spazi che vanno oltre il visivo e il ponderabile. Qui si è investiti da un forte senso di sacralità. Per questo i monti brulli e spogli (apparentemente privi di particolari suggestioni) che cingono Santo Stefano sono luoghi che vanno meditati, interiorizzati e assimilati. Kihlgren e il suo progetto infatti hanno anche avuto il merito di nobilitare un universo interiore che in Santo Stefano è custodito negli spazi domestici delle vecchie abitazioni. Con Sextantio il recupero del patrimonio costruito coincide con quello delle radici, della bellezza semplice. L’atmosfera autentica di questi luoghi non si respira più negli enormi complessi residenziali delle nostre periferie. La bellezza dei nostri centri è sempre più svilita dal cattivo gusto, da interventi fortemente impattanti che ne alterano irreversibilmente l’identità trasformandoli in incubatori del disagio esistenziale. Alla luce di questo Sextantio può essere considerato il risultato di una missione che è prima di tutto etica e che ci sbatte in faccia la responsabilità che abbiamo nei confronti della nostra bellezza, di cui il paesaggio ne è una delle più alte manifestazioni.

  1. Il coraggio di Kihlgren

Il coraggio di Kihlgren e di altri come lui deve insegnare a riappropriarci dei nostri spazi esteriori e interiori, a lasciare che dialoghino armoniosamente, affinché le periferie del mondo non si trasformino in periferie dell’anima.

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