Letteratura Prosa

Il servo Elia nella Vita di Alfieri “Uomo di sagacissimo ingegno, di un'attività non comune”

Che Vittorio Alfieri scrisse una geniale autobiografia è cosa nota. L’opera, sempre più rivalutata dalla critica come forse il maggior merito dell’autore, può essere considerata un vero e proprio romanzo ed è suddivisa in quattro “epoche” corrispondenti alle fasi della vita del conte di Asti (puerizia, adolescenza, giovinezza e maturità). Di questo racconto, pubblicato postumo nel 1806 e ricco di riferimenti storici e passioni, mi preme in particolar modo porre l’attenzione su una figura controversa e quanto mai interessante che, a partire dall’apertura dell’Epoca Terza, gioca un ruolo fondamentale nella biografia alfieriana, il servo Elia.

Con queste parole Alfieri ne scrive la prima volta nella Vita:

“La mattina del dì 4 ottobre 1766, con mio indicibile trasporto, dopo aver tutta notte farneticato in pazzi pensieri senza mai chiuder occhio, partii per quel tanto sospirato viaggio. Eramo una carrozzata dei quattro padroni, ch’io individuai, un calesse con due servitori, du’ altri a cassetta della nostra carrozza, ed il mio cameriere a cavallo da corriere. Ma questi non era già quel vecchiotto datomi a guisa di aio tre anni prima, ché quello lo lasciai a Torino. Era questo mio nuovo cameriere, un Francesco Elia, stato già quasi vent’anni col mio zio, e dopo la di lui morte in Sardegna, passato con me. Egli aveva viaggiato col suddetto mio zio, du volte in Sardegna, ed in Francia, Inghilterra, ed Olanda. Uomo di sagacissimo ingegno, di un’attività non comune, e che valendo egli solo più che tutti i nostri altri quattro servitori presi a fascio, sarà d’ora in poi l’eroe protagonista della commedia di questi miei viaggi; di cui egli si trovò immediatamente essere il solo e vero nocchiero, stante la nostra totale incapacità di tutti noi altri otto, o bambini, o vecchi rimbambiti.”

(Capitolo X, 1766)

Giovanni Antonio Francesco Elia, nato a Ferrere d’Asti nel 1730, all’età di 16 anni entra infatti al servizio del Cavaliere Pellegrino Alfieri, tutore del poeta, e alla sua morte passa alle dipendenze del giovane conte.

Sin dalla sua comparsa nella Vita Elia viene investito di un ruolo cardine nello svolgersi della narrazione: definito “eroe protagonista” e “vero nocchiero” dei viaggi, in Italia e poi in Europa, in cui il servo accompagnò l’allora diciassettenne Alfieri, Elia si distingue in quanto portatore di saggezza e servo fidato. L’aggettivo ‘fido/fidato’ infatti diventa quasi un’apposizione del nome del servo ed il personaggio di Elia è delineato per mettere in scena una controfigura ogni qualvolta si occorra contrappuntare i dati di natura dell’eroe Vittorio, di indole scapestrata ed irrazionale, con i dati della ragione pacata e riflessiva rappresentata dal servo.

Nell’Epoca Quarta della Vita, dedicata alla maturità dello scrittore, il servo perde però il suo ruolo cardine, sostituito da una nuova “musa” per il poeta, la contessa Luisa d’Albany. L’ultima occorrenza sarà nel Capitolo Sesto: dopo la decisione di spiemontizzarsi (1778), il poeta si rende conto che la via più semplice per liberarsi dai lacci che lo legavano alla corte sabauda era donare ogni suo bene alla sorella Giulia, ebbene in questo processo si rivela ancora determinante il ruolo di Elia che conserva la sua buona reputazione di uomo onesto.

Dopo quest’ultima apparizione, Elia scompare dalle pagine della Vita. Il suo personaggio è stato messo in scena nell’epoca Terza per fungere da guida al giovane ed inesperto Vittorio – il ruolo-chiave del servo fedele come spalla o controfigura dell’eroe protagonista è d’altronde un topos nella tradizione classica e settecentesca – ma, giunta la maturità, prontamente sostituito con una compagna-musa più adatta ad un eroico poeta, come ama dipingersi Alfieri stesso nella sua autobiografia.

Colpisce però quanto emerge dall’analisi dell’Epistolario alfieriano: se nella Vita il ritratto che Alfieri tratteggia di Elia è quanto mai positivo ed eroico, nell’Epistolario il servo è descritto con tratti anche in netta opposizione con quelli usati nell’autobiografia.

Dopo una prima nota negativa in una lettera del 1780 rivolta all’amico Arduino Tana (“Costui da due anni mi ha dato molte noje, fatto nascere molti imbrogli, e colla sua attività fattomi sprecare molti danari”), una lettera datata Pisa 19 gennaio 1785 segna il punto di rottura dei rapporti tra Alfieri ed Elia; l’autore infatti, rivolgendosi alla sorella Giulia, scrive:

“Devo dunque dirvi, e con somma mia vergogna, che mi sono ingannato su quell’uomo per ben vent’anni; ed ora dopo questi ultimi 4, in cui l’avea posto a servire in casa della Contessa d’Albania, mi è convenuto toccar con mano, ed esser convinto, ch’egli tosto che ladro, che non è, del resto ha tutti i più essenziali difetti, che uomo aver possa. Curioso, bugiardo, impertinente, raggiratore, turbolento, e calunniatore: Come tale, la Signora fin da quest’estate fu costretta a disfarsene per viaggio. Mi fu rimandato, ed io non avrei avuto difficoltà di tenerlo come prima, se avesse voluto star quietamente in casa mia; ma dopo replicate proibizioni, non ha cessato in questi 4, o 5 mesi di inquietar continuamente la Signora con lettere sopra lettere, e tutte impertinentissime, e questo per farsi ripigliare. S’aggiunge a questo l’avermi guastata la pace in casa tra i miei pochi servitori, lo sparlar di me con loro, e più di tutto, vedendo che la Signora non lo vuol ripigliar mai, v’aggiunge la temerità di sparlar di lei per i caffè, e in casa mia; dicendo cose parte vere, e da non dirsi, parte false, inventate, e da farsi dar una mazza sul capo. Questa condotta, che lo costituisce pazzo non meno che indiscreto, ingrato, e briccone, m’ha risoluto a rimandarlo a Torino, e a non volerlo mai più fra i piedi.”

Alfieri tace però l’indiscrezione principale che realmente causò l’allontanamento di Elia, riguardante l’incontro segreto che il poeta aveva avuto con la contessa nel mese di agosto. Dopo questa lettera, e ancora qualche raro accenno nell’Epistolario, la figura di Elia scompare, per tornare unicamente in una missiva del 1793 indirizzata alla sorella e riguardante l’impossibilità del poeta di continuare a sostenere l’onere della pensione di Elia.

Il personaggio eroico descritto nell’autobiografia è ben lontano dal calunniatore descritto nell’Epistolario. Questo è dunque quel che Alfieri ha voluto che i posteri conoscessero riguardo al suo cameriere. Ma chi era, veramente, il fidato Elia?

A questo proposito, sono utili sei lettere di Elia oggi conservate nel Centro di Studi Alfieriani di Asti: scritte dal servo durante il viaggio in Europa al seguito dello scrittore tra il 1769 e il 1771, le lettere sono indirizzate alla sorella del poeta, Giulia, ed al marito di lei, il conte di Cumiana. Attraverso questo carteggio Elia informava il conte, la sorella e forse anche la madre di Vittorio della condotta e degli spostamenti del giovane. I fatti narrati da Elia corrispondono esattamente a quelli presenti nella biografia alfieriana, i due testi si rapportano tra di loro in un continuo dialogo che sembra quasi presupporre uno stretto rapporto tra la composizione di entrambi, “dando l’impressione che le lettere siano state una sorta di canovaccio su cui lo scrittore Alfieri ha intessuto il proprio maturo discorso”. Questi scritti in un dialetto toscanizzato molto vicino alla comunicazione orale, risultano qualcosa di intenso ed elementare insieme: Elia si mostra estremamente predisposto alla narrazione, oltre che uomo acuto, intraprendente, spiritoso, ma anche pettegolo e un poco impertinente, che non sdegna, sotto una maschera di devota fedeltà, di deridere il mondo dei padroni.

 

BIBLIOGRAFIA:

  1. Caretti, Il ‘fidato’ Elia e altre note alfieriane, Padova, Liviana Editrice, 1961.
  2. Alfieri, Vita scritta da esso, 1806.

V. Alfieri, Epistolario.

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