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Il Simposio di Carol Rama Quando la mancanza rende completi

 

“Un tempo la nostra natura non era quello che è ora, ma diversa. Dapprincipio vi erano tre generi di uomini, non due come adesso: il maschio e la femmina, e ce n’era, poi, un terzo […] l’androgino era un genere a sé ed era composto, per figura e per nome, dal maschile e dal femminile. […] Inoltre l’aspetto di ogni uomo era in tutto tondeggiante, con dorso e fianchi circolari, quattro mani e altrettante gambe, e, su un collo rotondo, due volti in tutto simili; […] tutte le altre parti le si può immaginare come conseguenza di quello che ho detto. […] Possedevano forza e vigore terribili e avevano un atteggiamento altero, tanto da assalire gli dèi. Zeus e gli altri tennero consiglio sul da farsi. Dopo lunga riflessione, Zeus disse: “Credo di aver trovato il modo affinché gli uomini possano continuare ad esistere e al contempo, divenuti più deboli, cessino la loro condotta insolente”. […] Dopo aver detto questo, iniziò a tagliare in due gli uomini. […] Ora, appena la loro forma fu così divisa in due, ciascuna metà, bramando l’altra, si ricongiungeva ad essa e, abbracciandosi e stringendosi l’un con l’altra, desiderosi di unirsi nuovamente, morivano di fame e di inerzia, perché non volevano fare nulla, l’una separata dall’altra”1.

 

L’uomo non è stato sempre debole e bisognoso come lo è oggi: era una creatura completa, forte, di cui ora è solo una pallida ombra. L’arroganza lo ha dilaniato irrimediabilmente e a nulla gli valgono i tentativi di ricongiungersi alla metà perduta. Zeus non solo ne ha spezzato il corpo ma ha fatto in modo che la ferita fosse posta sul davanti, a portata d’occhi: un monito, l’indelebile ricordo dell’integrità perduta. L’esistenza allora si trasforma in un’incessante ricerca; il corpo è afflitto da una malattia incurabile, un desiderio che non può essere placato, una sete che si rinnova ad ogni sorso, una mancanza costitutiva. Forse proprio da questa condizione dilaniata emerge la necessità di guarire o almeno di alleviare la propria sofferenza. Per Carol Rama l’arte è proprio questo: “Il lavoro, la pittura, per me, è sempre stata una cosa che mi permetteva poi di sentirmi meno infelice, meno povera, meno bruttina e anche meno ignorante…dipingo per guarirmi”. Il mondo della pittrice torinese è popolato da corpi disarticolati, pezzi mancanti, oggetti smarriti, sostanze abbandonate. In ogni lavoro il senso di perdita è imponente, non si intuisce, si tocca. Si tratta di quel genere d’arte che non può essere raccontata: è un’arte che va vissuta senza ritenzione, senza contegno, appassionatamente, esattamente nello stesso modo in cui Carol Rama ha condotto la sua esistenza, artistica e non. Eppure, osservando i disegni della serie non a caso intitolata  Appassionata, abbiamo la netta sensazione che qualcosa sfugga a quanto detto fino a qui: corpi e oggetti sono dotati di una carica erotica intensa. Non ci attraggono nonostante la deformazione, la patologia, la perdita ma proprio per quella cruda, spietata fisicità che ci affascina e spaventa al tempo stesso. È la verità del corpo che si rivela per ciò che è, senza infingimenti, senza essere per forza la custodia priva di valore di intellettualità e spirito. La materia, con le sue oscurità, la sua schiettezza e il suo fascino sensuale, ritorna protagonista, come si deduce dagli assemblaggi di oggetti comuni – gomme di bicicletta, occhi di vetro, siringhe – a cui l’artista approda negli anni Sessanta. La sincerità dell’opera di Rama rende possibile la riconciliazione con la fisicità: finalmente prendiamo atto di non avere un corpo ma di essere un corpo. Significa fare i conti con le nostre pulsioni, le nostre imperfezioni, i nostri limiti. Questo ci riporta al mito dell’androgino raccontato da Aristofane ai suoi commensali: l’uomo è creatura desiderante per natura e per questo debole, priva, malata –  del resto si può desiderare solo ciò che manca − . Il segno di questa condizione è impresso nella carne, in quella ferita che Zeus ha marchiato sulla nostra pelle.
Ma proprio dal corpo può sorgere il riscatto: il limite esiste per essere superato, la regola per essere trasgredita, il desiderio per tendere a qualcosa di migliore. Ed è importante che la meta non venga mai raggiunta definitivamente, che l’orizzonte ci sfugga, spostandosi sempre un po’ più in là: è il principio sotteso alla scoperta, all’intelligenza, all’arte. L’uomo si scopre completo in quanto mancante, integro proprio perché diviso. Il desiderio non si acquieta mai, il corpo non tace, il pensiero si avventura sempre al superamento di se stesso. Forse qualcuno rimarrà deluso dal fatto che non vi sia alcuna unità originaria da ristabilire, che l’uomo sia irrimediabilmente lacerato e che non ci sia alcuna onnipotenza a cui tendere, o meglio che l’unica cosa a cui sia sensato tendere sia la tensione stessa. D’altra parte questa consapevolezza offre scampo alla noia. E Carol Rama lo sapeva bene: “Non ho avuto maestri pittori, il senso del peccato è il mio maestro. Il peccato è una trasgressione del pensiero.

Note:

1Mito raccontato da Aristofane in Platone, Simposio.
2
Per ulteriori dettagli sulla vita e sull’opera di Carol Rama: Lea Vergine (a cura di), 1985, Carol Rama, Milano: Mazzotta.

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    By: Irene Bagnara

    Nome e Cognome: Irene Bagnara
    Studi: Filosofia all’Università di Torino
    Interessi: Sono una grande appassionata d’Arte, soprattutto di quella che richiede uno sforzo neuronale mostruoso, di Harry Potter (ebbene sì, ho letto tutti i libri almeno cinque volte ciascuno) e di musica (anche qui sono di bocca buona).
    Nel tempo libero: sono una persona pigra, mi muovo solo per un buon motivo: una mostra appena inaugurata, un succulento panino vegano o una missione per preservare gli oceani. Non sto scherzando scettici, faccio davvero parte di un’associazione per la salvaguardia degli ecosistemi marini..
    Sogni per il futuro: non sentirmi più rispondere “e quindi dopo che lavoro potresti andare a fare?” dopo aver detto di fare Filosofia.

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    Non è bello ciò che è bello, è bello ciò che è arte

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