Letteratura Prosa

Miti Contemporanei pt.1 Roland Barthes e i "Miti d'Oggi"

Il mito, nelle sue diverse declinazioni, ha accompagnato da vicino tutta la storia dell’uomo. Prima assoluta forma di “discorso”, il mito è al centro del percorso del nuovo libro di Marcello Veneziani. Questa pubblicazione ha fatto nascere in chi scrive il desiderio di affrontare brevemente “il mito” nel contesto contemporaneo attraverso i saggi di Roland Barthes e Elena Loewental. Le due prospettive sono nettamente differenti: profondamente occidentale quella dello scrittore francese (che segue), espressione di un mondo interconnesso e laicizzato; regolata da norme del tutto diverse quella della scrittrice italiana di origini ebraiche (che pubblicheremo prossimamente), per la quale il mito è nucleo centrale di una cultura isolata e religiosa come quella ebraica. Il confronto tra i due è però necessario per cogliere a pieno le similitudini e le differenze e comprendere un po meglio le strutture di culture così diverse ma che molto hanno dialogato nel corso della Storia.

Dunque iniziamo chiedendoci: cos’è il mito?

 

 Il mito è una parola” scrive Roland Barthes nel suo Miti d’oggi. Una definizione rispettosa dell’etimologia greca, definizione che nella cultura occidentale è ormai un assunto e a cui se ne affiancano altre, soprattutto in termini di “narrazione” o “discorso” associato alla fede, qualunque essa sia, per dare senso al mondo e “per non rassegnarsi all’inspiegabile.”

Ma quale “parola” può essere mito?

 

 Per “parola” Barthes intende “ogni unità o sintesi significativa”: tutto ciò che è portatore di un “significato”, che significa qualcosa, è parola e dunque, potenzialmente, può diventare mito. “Parola” saranno dunque un’immagine, una foto o  il cinema, al pari di un testo scritto.

 Per il critico francese, il mito è tutt’altro che una forma primitiva di pensiero ma si presenta a noi come sistema semiologico, portatore di un messaggio deliberato.

 

Il mito viene presentato come “forma”. La forma-mito prende in prestito un concetto e, tramite questo, “deforma”  il significato proprio di una parola in funzione del messaggio che vuole trasmettere. Dopo aver quindi “deformato” il senso originario di una “parola” (intesa come unità portatrice di significato e quindi anche immagine, foto ecc.), ne fa “segno”: stabilisce cioè un collegamento nuovo tra il senso primario della “parola” e il concetto che vuole esprimere.

 

Per esemplificare questo processo Barthes analizza la copertina di una rivista in cui un giovane di colore in uniforme militare  fa il saluto al tricolore francese.
La foto è una “parola” che ha un suo significato proprio (un soldato saluta la bandiera) ma qui il mito, prendendo il concetto di imperialismo francese, stabilisce un collegamento tra la foto e il messaggio di un grande impero, quello francese, che tutti i suoi figli servono fedelmente, compresi quelli che alcuni considerano oppressi, raffigurati qui come zelanti soldati al servizio della madrepatria.

 

Ecco che il mito, preso il senso proprio dell’immagine (ossia ciò che “letteralmente” significa: un soldato di colore che saluta la bandiera), lo “deforma” prendendo il prestito il concetto dell’imperialismo francese, e infine fa della fotografia un segno. Il senso iniziale e il concetto adesso sono “forma” unica: mito.

Il soldato che saluta la bandiera non è però l’unica “parola” che può essere utilizzata per parlare di imperialismo francese. Come viene scelta allora? Qual è il suo rapporto con il significato che esprime? Quale il suo rapporto con il mito?

 

Per Barthes, il mito è “una parola definita dalla sua intenzione[…] bloccata, purificata, eternata, resa assente dalla lettera”. Tra le molte “parole” adatte ad esprimere un concetto, il mito ne sceglie una soltanto. Quella appropriata è infatti quella che può supportare l’intenzione in un preciso contesto attraverso il suo senso “proprio”, ma è pronta a privarsene e distanziarlo a favore del messaggio che si vuole trasmettere. Lo scrittore propone quindi una parola allontanata dal senso, quasi eterea, snaturata, che rinuncia al suo peso specifico di significato. A riempirla penserà l’intenzione, il concetto del mito, in un gioco a nascondino in cui senso e concetto non si incontreranno mai, non saranno mai presenti uno nell’altro, ma occuperanno il vuoto lasciato dall’assenza dell’altro termine.

 

Ma, data la necessità di una parola appropriata, come viene scelto l’oggetto del mito? Poiché non si definisce dall’oggetto ma dal suo messaggio, il mito può essere parole diverse in tempi diversi pur portando lo stesso messaggio; è la storia che sceglie le parole. Il variare dell’oggetto del mito è presentato, infatti, come dipendente dalla storia umana, muta con essa: “Il mito è una parola scelta dalla storia”.

 

Una parola paziente e priva di garanzie di eternità: questa dunque individua Barthes per il mito. Snaturata e storicamente determinata, la parola si presta come sostanza malleabile alla deformazione mitica a cui non contrappone la resistenza del suo significato primario ma lo mette al servizio dell’intenzione. Una parola che perde dunque ogni individuale sacralità, che non agisce ma “è agita”: semplice strumento di lavoro del linguaggio.

 

 

Bibliografia:

  1. Barthes: Miti d’Oggi. Torino, 2016
  2. Veneziani: Alla luce del mito. Venezia, 2017
  3. E.Loewental: Miti ebraici. Torino, 2016

 

 

 

 

 

One Comment

Leave a Reply

Your email address will not be published. Required fields are marked *

*