Archeologia Storia

Archeologia di un muntagnin

Una gita in montagna è sempre un’esperienza particolare. Tolto il fatto che da la possibilità di immergersi per una giornata in un mondo dominato dalla bellezza e dalla maestosità delle montagne, giganti di roccia mozzafiato, inerpicarsi con la macchina lungo strette strade tortuose è come superare un confine verso un nuovo mondo. Un confine mentale, non fisico. L’osservatore attento può cogliere questo passaggio da particolari piccoli, ma densi di significato: le occhiate sospettose dei muntagnin (come vengono chiamati nelle valli piemontesi) o le spartane case di pietra gettate lungo la via segnalano all’abitante della città (o anche solo della pianura) che si sta avventurando in un mondo che non è il suo, che è governato da leggi e tempi propri. La montagna, infatti, «è un mondo a parte dalle civiltà, creazioni delle città e dei paesi di pianura. La sua storia sta nel non averne, nel restare abbastanza regolarmente ai margini delle grandi correnti incivilizzatrici, sebbene scorrano con lentezza»[1]. Siamo dunque di fronte a un mondo primitivo, abitato da un’umanità gretta e chiusa nella sua valle, da dei popoli senza storia?

Assolutamente no, però per capire meglio le particolarità di queste zone è necessario provare a comprendere quali sono le sfide e i problemi che le genti di montagna hanno da sempre dovuto affrontare. Innanzitutto le montagne soffrono di una carenza cronica di risorse. Le strette valli alpine o appenniniche non solo il terreno migliore per far crescere i prodotti che per secoli sono stati il sostentamento dell’uomo, ma «la montagna è costretta a vivere delle proprie risorse, a produrre ogni cosa, ad ogni costo»[2]. In mezzo alle rocce e alle foreste (un tempo molto più fitte di oggi) si coltiva faticosamente grano e granturco, che in Grecia sfida il freddo dei 1500 metri per vedere la luce. Solo dopo una lunga e faticosa battaglia a suon di terrazzamenti, dissodamenti e schiene rotte si potrà festeggiare il frutto del raccolto, che però non è mai sufficiente a sfamare tutte le bocche che hanno faticosamente lavorato. Ed ecco il secondo problema che affligge da secoli queste terre: la mancanza di uomini. Pur essendo così dura la vita in montagna, questa produce ogni anno un’eccedenza di uomini che regolarmente invadono le pianure, così che non c’è «regione mediterranea nella quale non pullulino questi montanari indispensabili alla vita delle città e delle pianure, coloriti, spesso singolari per il modo di vestire, sempre curiosi per le usanze»[3]. Essi quando si allontanano dal loro ambiente svolgono le più diverse mansioni. Molti sono soldati, mercenari al soldo di qualche signore o qualche re, i più famosi dei quali sono certamente gli Svizzeri. Quelli che oggi sono noti come un tranquillo popolo di orologiai e banchieri, nel Mediterraneo dell’età moderna erano efficienti macchine da guerra richieste in tutto il continente. Nei cantieri e negli arsenali di Genova e Venezia, la Superba e la Serenissima, cuori pulsanti del commercio e della vita mediterranea, possiamo trovare schiere di liguri, veneti e bergamaschi, scesi dalle montagne una volta che la transumanza aveva esaurito i suoi giorni.

La montagna è anche «un paese per uomini liberi, [dove] non pesano le coscrizioni della civiltà»[4], dove la scarsità di materiale umano fa sì che la vita e le consuetudini sociali scorrano a cicli molto più lenti che nella frenetica paura. Al montanaro non interessa essere al passo con i tempi, accettare le nuove imposizioni dei re che si rincorrono uno dopo l’altro. A lui interessa combattere e vincere ogni anno la sfida con la sua casa, così da poterla rinnovare l’anno successivo. Questa semplice preoccupazione rende la montagna un rifugio sicuro per uomini liberi, che non si rispecchiano nello spirito del loro tempo. Valdesi e catari cercarono di trovare riparo dalle sferze dell’ortodossia cattolica tra le vette mediterranee, dai Balcani alla Provenza, da Montségur alle valli piemontesi, da Puivert a Mérindol. I già citati Svizzeri erano considerati uomini fieri della loro libertà: Machiavelli, attento osservatore dei suoi tempi, ritiene che «come oggi vivono i Svizzeri, è dopo a quello de’ Romani il migliore modo»[5]. Essi infatti vivono in una repubblica che si governa tramite un concilio nel quali ciascuna città può portare le sue istanze. E un buon governo unito a un forte esercito è la migliore garanzia di libertà secondo l’illustre fiorentino. Quindi gli Svizzeri sono uomini di montagna e uomini liberi.

L’ultimo aspetto che può aiutare a capire la vita d’altitudine riguarda il movimento. Come detto, in montagna i tempi scorrono lenti, è un rifugio, è un luogo angusto benché si proietti verso il cielo, ma alcune valli hanno anche il pregio di essere insostituibili punti di passaggio. Gli uomini hanno attraversato le montagne per secoli, spinti dal commercio, dalla necessità o dall’avventura. Più della metà dei valichi alpini utilizzati ai giorni nostri erano aperti già ai tempi dei Romani, perché «la vita mediterranea, infatti, è così potente da far saltare in aria, sotto la pressione della necessità, in molteplici punti, gli ostacoli del rilievo avverso»[6]. E i montanari vivono anche di questo passaggio: gli Armeni, che occupavano le valli e gli altopiani ritagliati dalle vette del Caucaso, nell’antichità erano famosi mercanti, abilità che avevano sviluppato nei secoli passati ad accogliere le carovane provenienti dall’Oriente e dirette a Costantinopoli. Anche la valle di Susa, più vicina a noi, si trovava su un’importante via, che legava il porto di Genova alle fiere di Lione e Chambéry, fino poi ad arrivare alle Fiandre ed Anversa, periferia europea del ricco mondo mediterraneo. Anche oggi questa parte di Piemonte sembra destinata a diventare ponte ferroviario tra Italia e Francia, nonostante la sovrabbondanza di mezzi di comunicazione che già pullulano nel nostro mondo. Ma in questi anni i valsusini hanno dimostrato di possedere tutte le caratteristiche che la storia ha attribuito agli abitanti delle terre alte: indipendenza, libertà e rifiuto per i tempi veloci della modernità e della civilizzazione, che forse si addicono a metropoli di ferro e vetro, ma non certo a colossi di roccia e foreste.

[1] Braudel, p. 18.

[2] Ivi, p. 17.

[3] Ivi, p. 30.

[4] Ivi, p. 24.

[5] Machiavelli, p. 305.

[6] Braudel, p. 26.

 

 

 

 

 

BIBLIOGRAFIA

Fernand Braudel, Civiltà e imperi del Mediterraneo nell’età di Filippo II, Einaudi, Torino 1991 (1949)

Niccolò Machiavelli, Discorsi sopra la prima deca di Tito Livio, Rizzoli, Milano 2013 (1513-1519)

 

 

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    By: Mattia Steardo

    Nome e cognome: Mattia Steardo
    Studi: laurea triennale in storia
    Interessi: musica (dal punk, al jazz, all’hip-hop), calcio, tifo e agnolotti
    Descrizione: sono un giovane storico, che, mentre attende di continuare i prossimi anni di lungo studio, si diletta in lunghe serate a base di buona musica, buoni amici e caldi sentimenti ai piedi delle nostre belle Alpi. Il mio tentativo sarà di raccontarvi un po’ di cose pallose in una maniera non pallosa, e se non ci riuscirò sarò stato palloso io.

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