Letteratura Poesia

Ritratti di parole: Susana Soca Una raccolta di frammenti

«…et negro semen seminaba»
(Indovinello veronese).

Se scrivere è seminare, allora leggere – oltre l’incanto etimologico – è raccogliere. Non di rado il naufragio attento degli occhi d’un lettore s’incaglia –  fatalmente – su un nome ignoto, antroponimo fumoso, seducente sequela di grafemi aerei simili a nuvole. L’inatteso blocco presto si trasmuta in entusiasmo ascetico, sete inesauribile, slancio trafelato da cercatore d’oro nel Klondike: l’ardimentoso lettore si prepara a seguire fili incantati, sciogliere  grovigli di fiaba.

 

Quando il prodigio si compie in un volumetto ricco e prezioso, quale è Se tu fossi qui – tesoro di parole donate alla filosofa María Zambrano da Cristina Campo – a cura di Maria Pertile, il lettore grato diviene custode di vibrazioni vastissime. E, tra le altre cose, di poesie: è il caso di Susana Soca di Jorge Luis Borges, che la Campo ricopia per l’amica:

Con lento amor miraba los dispersos                                  Con lento amore guardava i diffusi

colores de la tarde. Le placía                                               colori della sera. Le piaceva

perderse en la compleja melodía                                         perdersi nella varia melodia

o en la curiosa vida de los versos.                                       o nella vita bizzarra dei versi.

No el rojo elemental sino los grises                                    I grigi, non il rosso elementare,

hilaron su destino delicado,                                                 filarono il suo gracile destino

hecho a discriminar y ejercitado                                         fatto a discriminare, esercitato

en la vacilación y en los matices.                                        nell’esitare e nelle gradazioni.

Sin atreverse a hollar este perplejo                                     Senza ardire calcare il dubitoso

laberinto, miraba desde afuera                                            labirinto, guardava dalla soglia

las formas, el tumulto y la carrera,                                      il tumulto, le forme e l’affannarsi,

como aquella otra dama del espejo.                                    come l’altra signora dello specchio.

Dioses que moran más allá del ruego                                 Dèi che albergano oltre la preghiera

la abandonaron a ese tigre, el Fuego.                                  l’abbandonarono a una tigre, il Fuoco.

                                                                                            
                                                                                            trad. Francesco Tentori Montalto

 

Per l’identificazione della donna, giunge prontamente in soccorso un’utile nota della curatrice:

 

Susana Soca (1906-1959), poetessa e saggista, fonda nel 1947, a Parigi e in francese, la rivista La Licorne, dal 1953 edita a Montevideo e in spagnolo, sulla quale scrivono Borges, Neruda, Eliot, Alfonso Reyens, Guillén e Caillois, tra gli altri; all’amica poetessa e scrittrice uruguayana tragicamente scomparsa, Jorge Luis Borges dedica la poesia Susana Soca, poi inclusa nella raccolta El hacedor.

 

Non solo: inestimabile è il rinvio della Pertile alla pagina anonima di Emil Cioran, intitolata Lei non era di qui («Elle n’était pas d’ici»). Susana Soca risulta così essere la destinataria di questo spettrale, sospeso ritratto femminile.

 

L’ho incontrata due volte soltanto. È poco. Ma lo straordinario non si misura in termini di tempo. Fui conquistato di colpo dalla sua aria d’assenza e di spaesamento, dai suoi sussurri (lei non parlava), dai suoi gesti incerti, dai suoi sguardi che non aderivano agli esseri né alle cose, dal suo portamento di spettro adorabile. “Chi è lei? Da dove viene?” era la domanda che si sarebbe voluto rivolgerle a bruciapelo. Non avrebbe potuto rispondere, a tal punto si identificava con il proprio mistero o riluttava a tradirlo. Nessuno saprà mai come faceva a respirare, per quale smarrimento cedeva ai sortilegi del fiato, né che cosa cercava fra noi. Quello che è certo è che non era di qui e condivideva la nostra caduta soltanto per educazione o per qualche curiosità morbosa. Solo gli angeli e gli incurabili possono ispirare un sentimento analogo a quello che si provava in sua presenza. Fascinazione, sovrannaturale malessere!

 

Nell’istante stesso in cui la vidi, mi innamorai della sua timidezza, una timidezza unica, indimenticabile, che le conferiva l’aspetto di una vestale stremata al servizio di un dio clandestino oppure di una mistica devastata dalla nostalgia o dall’abuso dell’estasi, per sempre inadatta a recuperare l’evidenza!

 

Carica di beni, appagata secondo il mondo, sembrava tuttavia spossessata di tutto, alle soglie di una mendicità ideale, votata a mormorare la sua privazione in seno all’impercettibile. Del resto, che cosa poteva possedere e proferire, quando il silenzio si sostituiva per lei all’anima e la perplessità all’universo? E non evocava forse quelle creature dalla luce lunare di cui parla Rozanov? Più si pensava a lei e meno si era inclini a considerarla secondo i gusti e le vedute del tempo. Un genere inattuale di maledizione pesava su di lei. Fortunatamente, anche il suo fascino si iscriveva nel passato. Sarebbe dovuta nascere altrove, e in un’altra epoca, in mezzo alle lande di Haworth, nella bruma e nella desolazione, vicino alle sorelle Brontë…

 

Chi sa decifrare i volti leggeva facilmente nel suo che era non era condannata a durare, che l’incubo degli anni le sarebbe stato risparmiato. Viva, sembrava così poco complice della vita che non si poteva guardarla senza pensare che non la si sarebbe rivista mai più. L’addio era il segno e la legge della sua natura, il bagliore della sua predestinazione, la traccia del suo passaggio sulla terra; perciò lo recava come un nimbo, non per indiscrezione, ma per solidarietà con l’invisibile. (da Esercizi di ammirazione. Saggi e ritratti)

 

«Más allá del ruego», c’è l’abbandono a una tigre – il Fuoco – e il bagliore sottile della predestinazione. Allora è inesorabile che la capitale della mente – il cuore, nella coraggiosa geografia dell’io tracciata da Emily Dickinson – s’involi, dalla tigre Fuoco di Borges, verso la Tigre Assenza campiana («la bocca sola / pura / prega ancora / voi: di pregare ancora / perché la Tigre, / la Tigre Assenza, / o amati, / non divori la bocca / e la preghiera…»). È un’ultima suggestione, un’immagine folgorante che tende alla reale, drammatica scomparsa della poetessa  uruguayana.

Susana Soca morì a causa di un incidente aereo, in un volo per il quale – misteriosamente – cambiò biglietto all’ultimo momento. Tenendo tra le mani i fili, i grovigli, l’amica María Zambrano scriverà:

 

La desaparición de Susana es tan misteriosa como ella: misma. Yo la sentía así, destacándose sobre un misterio muy claro y, al par, indescifrable. Criatura de un mundo transparente y, por ello, sólo visible a medias. Actuaba siempre con la eficacia de una inteligencia que adivina, por tanto precisa e inesperada, imprevisible y cierta. Su simple presencia avisaba de algo que ella no decía ni hubiera dicho quizá nunca. Hacía despertar recuerdos y alusiones a un mundo en cuyo umbral uno suele quedarse. y todos sus gestos y acciones, sus palabras y sus silencios eran como fragmentos de un vasto orden, cuya clave parece estar en su muerte, es decir, en algo que es, algo no relatable. Y esta ausencia absoluta la irá descubriendo a quienes la conocieron y de algún modo trascenderá a los otros. Se adivina que su muerte es creadora, un poema.

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