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Ryszard Kapuściński: il reporter che sognava di diventare portiere della nazionale polacca

“Quando vado in giro con la macchina fotografica guardo il mondo in modo completamente diverso da quando me ne vado a spasso chiacchierando con un amico. In questo caso l’elemento più importante è la discussione, non la realtà che ci circonda e che neanche vediamo. Ma quando prendo la macchina fotografica per ritrarre una città, la gente o alcune scene, mi concentro esclusivamente sulla caccia al dettaglio. Cerco, cerco … La fotografia sta tutta nel dettaglio, nella composizione di un dettaglio, nel tentativo di scoprirvi un simbolo, una metafora, un messaggio rivelatore del mondo. È questo che vede l’occhio del pittore o del fotografo, concentrato nel dettaglio. Per me la realtà si compone sempre di due elementi: descrivendo una città do una sintesi del suo significato in senso storico, ma anche dei dettagli di cui è composta.”

“Autoritratto di un reporter- R. Kapuściński”

“Io sono originario della Polessia. Della città di Pinsk.”
I giorni di un’infanzia turbolenta, scandita dal freddo e dalla fame, portarono Ryszard Kapuściński a sviluppare un alto senso di empatia. Quell’ empatia che diventerà la chiave dei suoi viaggi in Africa a stretto contatto con la miseria di quei luoghi dimenticati da Dio e dall’uomo.

Nato a Pinsk, nella Polonia orientale, attuale Bielorussia, Kapuściński è un bambino come gli altri, affascinato da una sola cosa: il calcio. Passa le sue giornate sul campo da gioco polveroso e nel cassetto custodisce il sogno di diventare portiere della nazionale polacca; fin qui tutto nella norma.
La cosa che lo rende diverso dalla maggioranza è che quando non è concentrato a calciare il pallone legge Majakovskij e cerca anche di imitarlo con risultati non proprio brillanti.
Nonostante ciò, un giorno troppo freddo per passarlo su un campo da calcio, scrive una poesia, la invia ad una redazione e la poesia viene pubblicata.
Sono proprio quelle poesie acerbe ad introdurlo nel mondo del giornalismo fin dai tempi della scuola.
Il giorno dopo l’ultimo esame della maturità iniziò a lavorare in una redazione e quello fu solo l’inizio di una carriera da giornalista, scrittore e reporter che durerà fino alla fine dei suoi giorni.

Da reporter, ovviamente, si appassiona al mondo e a tutte le sfaccettature che lo compongono, nel suo libro “Autoritratto di un reporter” spiega quella che è la sua visione di viaggio, completamente diversa dall’idea di viaggio che ha la maggioranza; un turista, di solito, parte per staccare la spina alla ricerca spasmodica del proprio benessere a differenza del giornalista polacco che spiega: “Per me il viaggio più prezioso è quello del reportage, il viaggio etnografico o antropologico intrapreso per conoscere meglio il mondo, la storia, i cambiamenti avvenuti, in modo da trasmettere agli altri le conoscenze acquisite. Sono viaggi che richiedono concentrazione e attenzione, ma che mi permettono di capire il mondo e le leggi che lo regolano”.

Nei suoi scatti realizzati in poco tempo, mai con la calma del turista e sempre con la voglia di vedere quanto più possibile del mondo, registra atmosfere e situazioni, vede, crea scenari mentali, inquadra e scatta.
Si tratta di fotografie che ritraggono quella che è la grande famiglia umana, sempre più numerosa, multiculturale, multilinguistica e multirazziale.   

“Americani, russi, cinesi e belgi avevano progetti brutali e laggiù,
nel cuore dell’Africa più profonda, si scontrarono duramente.”

 

“L’Africa è molto povera e lo resterà a lungo.”

 

“L’acqua è un bene comune. O bevono tutti o non beve nessuno.”

“La miseria esistente nel nostro mondo, così ben sviluppato, suscita un grave senso di frustrazione,
di sfiducia, di disperazione e di rabbia.”

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