Letteratura

Davide Rondoni: Il bastardo è il luogo della vita Un dialogo palermitano

Il 1° febbraio la Cappella dell’Incoronazione di Palermo riecheggia di parole inusitate, versi densi dei colori del Beato Angelico e del dinamismo danzante del Satiro di Mazara: l’antica moschea aghlabita, poi assorta a cappella cristiana, ospita la voce di Davide Rondoni che, in occasione del finissage della mostra Omar Galliani – Lorenzo Puglisi. Caravaggio, la verità nel buio, legge alcune poesie da La natura del bastardo (Mondadori, 2016), ultimo lavoro del poeta.

“Anche Dio si è imbastardito, si è fatto uomo”. Il suo ultimo libro, confutando una certa idea di purezza, affronta il tema della Natura prendendo come taglio la “bastardaggine”. Chi è il suo bastardo?

Bastardo è chi ha ragione, chi è nel vero – la verità è del bastardo -, chi genera vita, perché la vita non esiste nell’idea di purezza che abbiamo, esiste semmai come dono o come miracolo, ma non come effetto delle nostre azioni e dei nostri pensieri: il bastardo è il luogo della vita, tutto ciò che vive si imbastardisce e imbastardendosi dà vita. La Natura mostra questo, in Natura non esiste nulla di puro – forse solo il diamante, ma “dai diamanti non nasce niente” -. La mia idea è che la vita per andare avanti deve imbastardirsi e l’imbastardimento è l’incontro con questa idea di non-purezza.

E cosa cerca?

Cerca la vita e la vita cerca la vita, tanto è vero che uno dei segni più chiari di una vita autentica è la sua generatività, la sua capacità di generare, di generare altra vita.

Ne “Il bar del tempo” (Guanda, 1999), scriveva di poeti “di quest’era postpasoliniana”, ci troviamo ancora in questa condizione storico-letteraria?

Sì, siamo in un’era postpasoliniana perché alcune delle cose che Pasolini aveva detto sull’ evoluzione antropologica si sono avverate e sono andate anche ben oltre, quindi siamo “post” in questo senso. Siamo post in un senso estremo perché molte delle categorie che utilizzava Pasolini per comprendere il mondo non sono più valide.

Su La lettura n.270 del Corriere della Sera leggiamo in un articolo di Franco Manzoni di una felice ondata editoriale che sta portando alla nascita di nuove o rivitalizzate collane di poesie, tanto da parlare di “Rinascimento” (Kemeny). Che ne pensa al riguardo?

Non misurerei mai la vitalità della poesia dall’editoria perché è uno dei segni meno importanti. Starei sempre attento ad usare parole come “Rinascimento” che sono sempre molto pesanti. Io credo che non ci sia un Rinascimento nella poesia perché la poesia non ha bisogno di rinascere. Che gli editori si siano accorti che hanno trascurato questo campo può essere, perché in questi anni c’è stata una certa disattenzione, però non farei coincidere il Rinascimento della poesia con il rinsavimento di qualche editore. Più che di Rinascimento della poesia parlerei del fatto che oggi c’è un’urgenza, ravvisabile in tanti modi non solo attraverso le misure editoriali, di una parola viva, di una parola che sintetizzi e superi tante delle chiacchiere che si fanno: in questo senso c’è un’esigenza della poesia come c’è sempre stata. In un’epoca come la nostra che è dominata dalle parole, dallo scambio di parole fra gli umani attraverso gli strumenti che abbiamo, forse questa esigenza di una parola più forte, più autentica si sente di più ma non parlerei di Rinascimento.

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