Letteratura

Un sorso di tè Indugiando nella mirabile insensatezza delle cose

«Due volte al giorno, verso le sei del mattino
e le cinque della sera, tazza ripetuta di Tè
verde della Cina arriva con la sua infallibile
virtù unitiva, confirmativa, risuscitativa, a
disincagliarmi e a preservarmi da ogni specie
d’inerzia, d’inebetimento, di abbattimento».
(Guido Ceronetti, Pensieri del Tè).

 

Ciascuno raccoglie sé stesso e per sé stesso cerca riparo, respiro. Taluni s’affannano. Talaltri – pur nei vitrei mattini di un inverno lunghissimo – contemplano i molti miracoli comuni attorno al caldo, compassionevole fluire d’un liquido ambrato, amorosamente consueto e sempre diverso. È – questo liquido prodigioso – il tè.

Della bevanda nata da delicate foglioline sospese Lu Tong, con lieve e mordace cura, scriveva:

 

La prima tazza m’inumidisce le labbra e la gola, la seconda infrange la mia solitudine, la terza scandaglia le mie sterili viscere per trovarvi null’altro che migliaia di volumi di strani ideogrammi. La quarta tazza provoca una leggera traspirazione, portandosi via dai pori ogni stortura della vita. Purificato alla quinta tazza, vengo introdotto dalla sesta nel regno degli immortali. Alla settima – ah, di più non posso berne! – riesco solo a sentire un alito di vento fresco soffiarmi nelle maniche.

 

Comparso in Europa – e per la precisione in Olanda – nei primi decenni del Seicento, attraverso la consueta desacralizzazione del remoto e lo sgraziato – eternamente fuori d’ogni comprensione – tentativo mimico, lo spettro del tè ricorda a sé stesso d’essere spettro. Infatti la pianta del tè (Camellia sinensis) era nota, fin da tempi lontani, ai medici e ai botanici della Cina meridionale per le sue proprietà defaticanti, per l’inestimabile capacità di sollevare lo spirito. Eppure, tra IV e V secolo, la «schiuma di liquida giara» si presentava ancora in forme primitive. Le foglie venivano cotte a vapore, tritate, pressate e bollite con riso, sale, bucce d’arancia, zenzero, latte e, talvolta, persino cipolle. Ad affrancare il tè da questa singolare condizione di grossolanità fu il poeta Lu Yu: nella sua pregiata monografia, Cha Jing («Il classico del tè»), stilò per primo uno scrupolosissimo canone sul consumo dell’infuso, elevandolo alla definitiva idealizzazione.

Oltre un millennio dopo, Il libro del tè di Okakura Kakuzō si offre come cammino di scoperta, processo di minuziosa ricostruzione d’un ideale che più non è, se non nel ricordo del ricordo, nel sogno del sogno. Bagnate dall’ombra di antichi pini, benedette dallo splendore del meriggio e ancor grate per il danzante gorgoglio delle fontane, le sue pagine – scritte in inglese, per un pubblico occidentale, nel 1906 – sciolgono, capitolo per capitolo, la storia di questa idealizzazione, lasciando il cuore appena in vista per il palpitare sanguigno del presente.

 

Per il cinese di oggi il tè rappresenta ancora una deliziosa bevanda, ma non è più un ideale. Le disgrazie che a lungo hanno afflitto il suo paese lo hanno privato dell’entusiasmo necessario a ricercare il senso della vita, trasformandolo in un uomo moderno, ovvero vecchio e disincantato. Ha ormai smarrito quella sublime fede nelle illusioni che rappresenta l’eterna giovinezza e il vigore dei poeti e degli antichi. Il cinese di oggi è un eclettico che accetta educatamente le tradizioni universali. Gioca con la natura, ma non si abbassa a conquistarla o venerarla. La foglia di tè conserva spesso il suo splendido aroma floreale, ma nella sua tazza non vibra più l’amore che si librava dai cerimoniali Tang e Sung.

 

Testimonia la realtà – vaporosa, perduta – dell’ideale la stanza del tè (sukiya), in parvenza poco più d’una capanna di paglia. Gli ideogrammi originali per indicare la sukiya significano «Dimora dell’Immaginazione». Nel tempo, i tanti maestri modificarono i caratteri cinesi in base all’idea che avevano della stanza del tè, e sukiya divenne anche «Dimora del Vuoto» o «Dimora dell’Asimmetrico», sempre consacrata al culto dell’Imperfetto. Ma la stanza del tè è soprattutto una casa di pace. A infrangere il silenzio, solo l’acqua nel bollitore.

 

Dentro la stanza del tè la precarietà è suggerita dal tetto di paglia, la fragilità dalle esili colonne, la levità dai supporti di bambù, l’apparente trascuratezza dall’uso di materiali comuni. La dimensione eterna va ricercata unicamente nello spirito che, incarnandosi in quest’ambiente così semplice, lo impreziosisce con la luce sottile della sua eleganza. […] Non è tanto la mano, ad attirarci, quanto l’anima; non tanto la tecnica, quanto l’uomo: più è umano il richiamo, più profonda sarà la nostra risposta.

 

Nell’inverno lunghissimo, che dura anni, allora concedersi un sorso d’aurora, un mattino per sé. Un mattino ancora, pur vitreo, nell’esile «tentativo di conseguire il possibile in seno all’impossibile che è la nostra vita». Un mattino ancora, perché il tetro deserto dell’esistenza insegni a bere – dalla coppa dell’umanità – il mistero della carità reciproca. Un mattino ancora, per cogliere la grandezza – mirabile insensatezza – delle piccole cose. Un mattino ancora. Il tempo d’inchinarsi – senza sapere a cosa – e d’una tazza di tè.

 

Quindi, con un sorriso, si addentrò nell’ignoto.

 

Bibliografia

Il libro del tè, Okakura Kakuzō

Pensieri del Tè, Guido Ceronetti

Culture del consumo, Paolo Capuzzo

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