Letteratura

Per una moralità del giornalismo La modernità del pensiero di Joseph Pulitzer

Tutti certamente conoscono il prestigioso premio giornalistico americano Pulitzer. La storia di questa importante onorificenza ha avuto inizio nel 1917, sei anni dopo la morte del giornalista ungherese-americano, nonché magnate della stampa statunitense, al cui nome è dedicato.

Ma a Joseph Pulitzer va attribuito anche il merito di essere stato il primo ad intuire l’utilità e la necessità della nascita di una scuola di giornalismo.

Proposto al presidente della Columbia University nel 1892, il progetto venne accettato solamente nel 1902 e realizzato dopo la sua morte, nel 1912, grazie al fondo di due milioni di dollari donato dal giornalista all’Università proprio a favore della scuola di giornalismo che sognava di vedere nascere. Il motivo del ritardo è stato in buona parte dovuto alle resistenze che il progetto incontrò da parte del mondo accademico, ma soprattutto di quello giornalistico: opinione comune era l’inutilità di tale scuola, il mestiere di giornalista ed il “fiuto per la notizia” erano infatti considerati una sorta di talento naturale costituito da un mix di doti intuitive, prontezza d’ingegno e scaltrezza nel cogliere collegamenti inusuali tra i dati che la realtà offre. Qualcosa dunque che non poteva essere insegnato sui banchi di scuola.

Di fronte a queste resistenze, Pulitzer argomenta attraverso due saggi, usciti nel 1904 sulla rivista ‘The North American Review’ ed intitolati The School of Journalism in Columbia University e The Power of Public Opinion, le ragioni per cui è invece auspicabile la nascita di una scuola di giornalismo.

Oggi in ogni Paese le facoltà universitarie di giornalismo, o della comunicazione, sono diventate un percorso obbligato per la formazione di queste figure professionali, ma c’è un tema fondamentale tracciato da Pulitzer in questi due saggi che merita di essere posto in rilievo, come ha fatto la celebre firma de ‘La Stampa’ Mimmo Candito nella postfazione a Sul giornalismo, ristampato nel 2016.

Mi riferisco al principio della moralità: “Solo il perseguimento dei più alti ideali, – spiega Pulitzer – la più coscienziosa determinazione a far bene, la più scrupolosa conoscenza dei problemi che va a trattare e un sincero senso di responsabilità morale riusciranno a salvare il giornalismo dall’asservimento agli interessi economici, che mirano a fini egoistici contrapposti al bene pubblico”. Dunque c’è qualcosa che né la scuola, né l’esperienza sul campo possono insegnare al giornalista ma che dev’essere un punto cardine di questo mestiere.

Ed ecco il punto. La realtà del giornalismo di oggi, soprattutto quello italiano, sta andando in tutt’altra direzione: il valore della moralità sembra essere diventato troppo spesso qualcosa di astratto e difficilmente sottraibile al rischio dell’asservimento politico. Lo specifico del giornalismo italiano è caratterizzato, rispetto all’orizzonte di Paesi più sviluppati, innanzitutto dal divide dell’alfabetizzazione: i nostri standard di scolarità sono ancora oggi più bassi della media europea e la scarsa attitudine alla lettura e alla frequentazione di prodotti culturali costituiscono un deficit di partenza. A ciò si aggiunge il fatto che la maggior parte, per non dire la totalità, dei proprietari dei media è costituita dai cosiddetti ‘editori impuri’, coloro cioè che vedono nell’investimento, non un tornaconto imprenditoriale, bensì interessi economici, politici, finanziari. Si aggiunge infine la forte incidenza che ha nella formazione della conoscenza italiana la televisione: il basso consumo di altri prodotti culturali si unisce al fatto che il sistema televisivo italiano è caratterizzato da un duopolio dove l’influenza del potere politico è praticamente totale.

La televisione è oggi poi, in Italia ma anche altrove, caratterizzata da una forte spettacolarizzazione, attraverso le immagini si vuole generare una reazione emotiva nello spettatore al fine di fidelizzarlo ed aumentare l’audience: è facile intuire come anche l’informazione sia spesso sacrificata all’intrattenimento. Lo stesso vale per internet: oggi siamo immersi in un infinito pulviscolo di informazioni che ci colpiscono in ogni momento all’interno di un territorio virtuale dove i confini tra vero e falso non sono più nettamente distinti e dove manca il filtro critico del giornalismo.

Da queste considerazioni emerge pertanto come la moralità invocata da Pulitzer, in contrapposizione a quegli interessi commerciali che il giornalista voleva tassativamente fuori dalle aule di giornalismo, oggi, ancor più che ieri, sia da ricercare e proporre come centro di un lavoro che ha l’arduo compito di creare un’opinione pubblica, dal momento che, citando ancora una volta il protagonista di queste righe: “Un’opinione pubblica bene informata è la nostra corte suprema. Perché a essa ci si può sempre appellare contro le pubbliche ingiustizie, la corruzione, l’indifferenza popolare o gli errori del governo; una stampa onesta è lo strumento efficace di un simile appello”.

Bibliografia:
J. Pulitzer, Sul giornalismo, Bollati Boringhieri, Torino, 2016.

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