Letteratura Prosa

Miti Contemporanei pt.2 Elena Loewenthal e i "Miti Ebraici"

Con l’ articolo Miti Contemporanei pt.1 abbiamo iniziato questo breve percorso nel mito d’oggi. La prospettiva barthesiana 1, immersa in un mondo occidentale interconnesso e secolarizzato, ci propone il mito come una parola allontanata dal suo senso e determinata dall’intenzione che vuole trasmettere. Una parola scelta dalla storia e destinata quindi a cessare di essere mito.

Continuiamo qui con il saggio Miti Ebraici 2, nella cui introduzione Elena Loewenthal propone invece, una concezione, quella ebraica appunto, che ribalta totalmente il ruolo della parola e quindi del mito stesso.

Anche in questo caso l’assunto fondamentale è l’uguaglianza mito-parola, che nel contesto ebraico si carica di un peso maggiore rispetto al mondo occidentale. Popolo di un Dio che vieta le immagini e “parla” sul Sinai e affida le sue “parole” ai profeti, l’intera civiltà giudaica è fondata sulla parola. Nella creazione biblica Dio crea l’intero universo attraverso la “parola”: questa è dunque presenza concreta, fisica e reale, che giustifica l’idea che l’ebraico sia “il «kit », la dose di mattoni cosmici con cui il mondo si costruisce e si regge”3.

Un ruolo non secondario in questa analisi è quello dell’immagine. Anzi della sua assenza. La cultura ebraica, sulla base del divieto divino di non creare immagine di Dio e (per estensione) dell’uomo, ha preservato per la parola quello spazio che nell’occidente questa deve condividere con l’immagine, dilagante e ormai predominante.

A partire da questi presupposti comprenderemo come il testo biblico viene studiato dai maestri con un’attenzione fortissima alla parola, che ha valore già come segno grafico. L’autrice riporta infatti l’analisi della prima lettera della thora: ב (bet). La sua forma stessa, chiusa su tre lati e aperta solo a sinistra, cioè nel verso della scrittura ebraica, è già unità significativa che invita a procedere solo all’interno del testo, aggiungendo un ulteriore significato a quel “in principio”, che diventa così inizio, confine estremo e invalicabile della storia.

Tutta la tradizione mitica ebraica, in fondo, non è che un aggiungere a quanto già narrato ciò che ancora si nasconde nelle pieghe del testo. La Loewenthal ne parla in termini di “ «estrazione» di ciò che è implicito, una continua dilatazione in forma di commento”4. Il mito è quindi una continua ri-narrazione che partendo dagli strati già accumulta vi deposita sopra i materiali rinvenuti nella nuova operazione di “estrazione”.
Il mito non è, come in Barthes, il messaggio che deforma il senso della parola, ma una superficie sedimentaria su cui si deposita ogni ri-narrazione e la accresce, provocando la costante dilatazione del senso.

Il materiale che la incrementa, però, non è sentito come una aggiunta deliberata ma come parte integrante del testo biblico e di valore identico ad esso. “Il testo originale non è visto come uno spunto ma come il contenitore di tutto il non detto”5. E’ una parola quindi che alimenta se stessa, che non si esaurisce né dipende da elementi esterni: una parola che non cessa di essere “appropriata” al variare dei tempi.

Ad una “parola” storicamente determinata e dipendente come quella occidentale, la cultura giudaica ne contrappone una che non è soggetta alle categorie comuni di spazio-tempo. Nella percezione ebraica il mito è reale tanto quanto la realtà che percepiamo ma si trova in una sorta di “diverso livello di presente, un presente continuo che è la voce della fede”6. I fatti narrati non avvengono in un punto preciso del tempo ma sono “continui, ripetut[i] all’infinito”7.

La differenza principale tra la parola occidentale del mito e la sua controparte ebraica è dunque nel dialogo con l’esterno. Mentre la prima è il risultato di un interazione intensa tra le idee, messagi e tutti i singoli frammenti di un preciso contesto storico e dipende strettamente da questo, la seconda vive una vita in parallelo al mondo presente, mantenendo la sua unità ed alimentandosi da essa. Parola “piena” di un significato del tutto autonomo, che corrisponde esattamente alla “cosa” che esprime al posto della parola “svuotata” del mito occidentale.


Una parola “dura”, che non si fa modellare da forze esterne, inerte ad ogni reazione con la contemporaneità, un organismo roccioso che si
ricrea continuamente, in virtù del quale “la narrazione non è raffigurazione ma sostanza”8: così si presenta la parola del mito ebraico.
Ma più di tutto è una parola che ha conservato la propria natura sacrale, la capacità di creare e di essere essa stessa sostanza. Il prezzo di tale natura, però, non può essere che la capacità di dialogo con l’esterno.

Bibliografia:

  1. Barthes: Miti d’Oggi. Torino, 2016
  2. E.Loewental:Miti ebraici. Torino, 2016
  3. “                         “                      “, p. VII
  4. “                        “                       “, p. VIII
  5. “                        “                       “, p. VIII
  6. “                        “                       “, p. IX
  7. “                        “                       “, p. IX
  8. “                        “                       “, p. VII

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