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La grande illusione del Carnevale di Venezia Pietro Longhi “reporter” del mondo alla rovescia

Esplosione di colori, costumi lussureggianti, stoffe pregiate e ricami, ventagli e gonne esageratamente voluminose, trionfi di tulle e maschere finemente decorate: tutto ciò è la grande illusione del Carnevale di Venezia, la fiera della bellezza e dell’eleganza esasperata, della fantasia e delle celate identità, del gioco e dell’inganno.

È spettacolo allo stato puro! L’occhio è catturato dal riflesso provocato dagli scintillanti abbellimenti. Il piacere generato dalla vista del tripudio di tante bellezze sopraffà le menti e la razionalità, dando vita allo spettacolo del surreale, portando nei luoghi quotidiani e legati alla concretezza la piacevolezza e la serenità del mondo incantato delle favole. È un incanto per la vista e per la mente, capace di attirare sempre migliaia di curiosi.

Storicamente, la prima attestazione del Carnevale a Venezia è del 1094, anno cui risale un documento del Doge Vitale Falier che tratta dei divertimenti pubblici nei giorni che precedevano la quaresima.

Lo spirito della festa – le cui origini si perdono nel tempo e potrebbero essere collegate ai riti ancestrali che segnavano il passaggio dall’inverno alla primavera – è sovvertire per un certo lasso di tempo gli ordini sociali, instaurare un clima immaginifico in cui i ceti più umili possano vivere l’illusione di divenire simili ai potenti.

Questa sorta di spettacolo di illusionismo è il segreto di tanta fortuna del Carnevale veneziano. La maestosità di tale manifestazione trasmette l’idea che il tempo si sia fermato ai fasti della Venezia del XVIII secolo: allora la città era “calamita d’Europa”, luogo di infinite suggestioni, di eccessi e fantasie che divenivano realizzabili, di maschere e metamorfosi. La gente si travestiva dal 26 dicembre al mercoledì delle ceneri, anche se non mancavano eccezioni per cui l’arco temporale della festività era più esteso, protraendosi fino a primavera inoltrata.

Anche se politicamente in declino, Venezia a quei tempi brillava sotto il profilo culturale, il Carnevale aveva raggiunto il suo massimo splendore ed era divenuto celebre in tutta Europa, attirando facoltosi visitatori provenienti da ogni dove. Era tutto un turbinio di feste pubbliche e private, esibizioni a teatro, balli in maschera e licenziosi incontri.

La maschera era ed è strumento per eccellenza attraverso la quale celare l’identità, farsi burla del potente, schernire i più ricchi. Baùta, moretta, medico della peste, gnaga erano le più diffuse “identità altre” che garantivano l’anonimato e la libertà di espressione. Era il “gioco” delle alterità, fatto di mistero e impudicizie. “Buongiorno siora maschera” era il saluto che riecheggiava per le calli durante il Carnevale.

Testimone ed attento osservatore del costume sociale dell’epoca a lui contemporanea è stato l’artista veneziano Pietro Longhi (1701 – 1785), che a differenza di Bernardo Bellotto e di Giovanni Antonio Canal (detto il Canaletto), ritraeva oggettivamente i fatti della vita, presentando genuine scene di genere, senza intenzioni moralistiche.

I suoi dipinti possono essere considerati una cronaca figurata del tempo e non mancano riferimenti alla festività del Carnevale: compaiono le maschere tipiche, la vita e le attività della cosmopolita e frivola Venezia dell’epoca.

Pietro Longhi, Il cavadenti

 

Pietro Longhi, Il rinoceronte

Uno dei soggetti preferiti da Longhi era l’umanità mascherata che popolava il “Ridotto”, l’unica casa da gioco autorizzata dal governo veneziano, fruibile solo durante il Carnevale. Noto per essere contenitore di vizi e depravazioni, accoglieva giocatori di ogni estrazione sociale, tutti indistintamente dediti al gioco d’azzardo; luogo “franco” espressione della leggerezza e della spensierata felicità dell’attimo, ingredienti principali del Carnevale.

Pietro Longhi, Il ridotto

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