Letteratura Teatro

Waiting for Samuel Beckett il tempo come forza che produce la frammentazione dell’io

Samuel Beckett, scrittore e drammaturgo irlandese, venne proiettato nel panorama della letteratura europea del ‘900 grazie alla composizione della “Trilogia”, una serie di romanzi che si pone come obiettivo principale quello di avviare un’opera di riconfigurazione del romanzo moderno, sancendo anche la sua progressiva distruzione.  Tuttavia, Beckett  si staccherà ben presto dalla produzione narrativa, dedicandosi alla dimensione teatrale. Certamente, questa scelta segnerà una svolta fondamentale nella sua vita e nella sua carriera: nel teatro Beckett finalmente riuscì a trovare la dimensione adatta alla propria scrittura.

Quando venne messo in scena per la prima volta, “Waiting for Godot” non godeva di una fama paragonabile a quella che ha oggi nel panorama culturale, soprattutto in Inghilterra. La pièce, inizialmente composta in francese, fu recepita dall’ambiente intellettuale londinese come il prodotto della raffinata e pretenziosa cultura francese.  Comunque, il teatro inglese non sarebbe stato pronto per le novità concettuali presenti all’interno di “Waiting for Godot”, che verrà associato all’etichetta di “teatro dell’assurdo”.  L’opera è una rappresentazione compiuta dell’ideologia di Beckett:  lo stesso nome Godot, fa emergere la volontà dell’autore di dimostrare l’incapacità di movimento, l’impossibilità per gli uomini di cambiare la propria posizione.

“Nothing to be done”.

Questa è la prima, emblematica, battuta dell’opera: non c’è niente che si possa fare per cambiare il destino dei due protagonisti, Vladimir ed Estragon, inseriti in un realtà in cui non è presente alcun riferimento spazio-temporale. Nessuna ambientazione, nessuna identità, nessuna continuità di tempo:  viene sancita l’impossibilità di uno sviluppo delle coordinate temporali, perché non è presente alcuna possibilità di cambiamento.

Beckett diventa portavoce di un’impossibilità per l’io di conoscersi veramente e con continuità nel corso degli anni. Questa concezione è l’espressione di uno scetticismo conoscitivo alle cui grinfie neanche la memoria riesce a sfuggire: è solo un deserto, che produce nell’uomo un continuo effetto di disorientamento. L’essere, in definitiva, può solo subire una frammentazione nel tempo, sottolineata dall’utilizzo di numerose pause e silenzi che riproducono, sul piano reale della rappresentazione, l’intricato groviglio di drammi esistenziali che caratterizza la vita degli uomini.

La frammentazione dell’io non riguarda solo il piano temporale, ma nelle produzione del Beckett più maturo riguarda anche la dimensione materiale: i suoi personaggi saranno sempre più scissi, amputati, in disfacimento. È visibile, perciò, un collegamento con il teatro della crudeltà portato avanti dal francese Artaud: il suo è un teatro del corpo sofferente,  orientato all’eliminazione della tirannia della parola sullo spettacolo teatrale. Anche in questo caso, Beckett saprà recepire questa influenza e a trasmetterla alla personalità delle sue creazioni, caratterizzate da un continuo disfacimento della parola e dell’azione.

Vladimir ed Estragon sono due smemorati, in balia degli eventi che li travolgono e allontanano sempre di più l’arrivo del fatidico Godot, contribuendo alla permanenza di un costante senso di incertezza che riguarda la loro stessa identità. All’interno di un vortice in cui gli elementi comici e drammatici si mescolano tra di loro, Vladimir ed Estragon sono destinati a subire inermi la volontà del proprio destino, rinchiusi in un limbo che non lascia scampo a nessun essere umano.

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