Architettura e Design Arti Visive

Atmosfere: la poesia concreta di Peter Zumthor. elogio del fascino meditativo

A sentir parlare con disinvoltura di “qualità delle cose”, della bellezza della luce mattutina, di un albero, di una foglia, ci par di percepire che ogni cosa sia finalmente tornata al suo posto, dopo un’ultima ventata di boria intellettuale. “Le cose sono tornate a se stesse, sono dentro di sé”. Chi può dire questo se non chi vive a stretto contatto con le cose, con la loro intima essenza? Sembra tutto più chiaro davanti ad un grande fienile restaurato; la scansione severa del rivestimento in legno suggerisce integrità strutturale e morale. Poco più in là il legno viene affiancato da un involucro di cemento vivo aperto da grandi vetrate. All’interno un anziano signore si adopera con fare artigiano. Peter Zumthor è uno dei più grandi architetti contemporanei (Premio Pritzker 2009). Lontano dallo “star-system” dello studio metropolitano, l’atelier di Zumthor si pone come l’elogio della provincia e del suo fascino meditativo. Siamo nel villaggio di Haldenstein, tra le alpi del Canton Grigioni, in Svizzera. Luoghi che in Zumthor diventano immagini della memoria, catalizzatori di sensazioni forti.

1.  Sinfonie Spaziali

Non stupisce dunque che lo spazio si faccia «recipiente sensibile» in grado di ospitare la vita e conservarne le tracce, nonché entità emotiva di cui luce e materia sono capisaldi alchemici dalle cui reazioni si sprigionano suggestioni forti, meglio definibili come atmosfere. L’involucro diventa memoria e come una lastra fotosensibile cattura e assorbe continuamente le tracce del vissuto. In quest’immagine di continuo fluire è interessante notare come nell’architettura di Zumthor la componente tempo assuma un ruolo significativo quanto inedito.

«L’architettura è indubbiamente l’arte dello spazio, si dice, ma l’architettura è anche un’arte del tempo. In questo Wolfgang Rihm e io siamo d’accordo – anche l’architettura è un ‘arte del tempo, come la musica.» [1]

Gli spazi si profilano come corpi sonori i cui elementi costitutivi stringono relazioni di carattere tonale. Questa impostazione progettuale è riscontrabile già nel segno grafico che molto ha a che vedere con la qualità timbrica delle composizioni Vasilij Kandinskij e con la frammentazione sonora della musica contemporanea.

«Nella costruzione delle Terme Vals [1986-96], volevamo far sì che la gente “vagasse liberamente”, volevamo produrre un’atmosfera in cui il visitatore si sentisse sedotto più che guidato […] abbiamo cercato quindi di portare ogni singola unità spaziale a un punto di autonomia.» [1]

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2. Materia e Spirito, concreto e astratto

E’ vero, può sembrare un simpatico signore con la velleità di fondare edifici su sofismi filosofici e artistici. In realtà, analizzando a fondo la poetica di Zumthor ci rendiamo conto che proprio all’arte, in particolare quella povera di Joseph Beuys e quella materica di Louise Bourgeois (1911-2010), egli deve un approccio artigianale e uno stretto rapporto con la concretezza dei materiali. Questo è percepibile nella Cappella Bruder Klaus (Wachendorf, Germania, 2007), forse l’apice della poesia materica di Zumthor. Straordinaria è l’opposizione tra l’austera sobrietà della volumetria esterna e la spazialità organica dell’interno ottenuta dal rogo del rivestimento ligneo che si avvita in un forte moto ascensionale, aprendosi in uno squarcio verso il cielo. Da qui la luce naturale entra come un bagliore a svelare la carica mistica di questo ambiente. Straordinaria è la pavimentazione in piombo. La spiritualità non si ferma alla dimensione interiore e pervade il mondo sensibile.

«In un edificio si possono combinare tipi diversi di materiali. Poi arriva un punto in cui i materiali son troppo distanti e allora non vibrano all’unisono, oppure un punto in cui sono troppo vicini e allora sono morti.» [1]

La percezione dell’architettura passa per le relazioni armoniche dei suoi caratteri peculiari che, come in una composizione musicale, suscitano un forte impatto emotivo. Materiali, forme, luoghi, spazio, suoni, immagini che, svelati dalla luce, producono quella qualità che fa dell’architettura una buona architettura. “Una parola che racconta questa qualità è atmosfera”.

«Da architetto mi chiedo: cos’è la magia del reale? Una fotografia di Hans Baumgartner scattata in una caffetteria di un pensionato studentesco. Quegli uomini siedono ai tavoli; e si trovano bene. Mi chiedo: sono in grado io, in quanto architetto, di progettare atmosfere come queste?» [1]

Direi di si, se guardiamo al Kunsthaus di Bregenz (Austria, 1997), luogo etereo per eccellenza, involucro concreto di luce e materia.

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3. Atmosfere: l’artigiano

Non è sbagliato dire che la progettualità di Zumthor sia legata ad un vasto repertorio di immagini e suggestioni. E’ il ricordo degli odori, delle luci soffuse oltre le vetrate delle baite, la quiete della vecchia casa, il lieto rumore degli arnesi da cucina, il calore avvolgente del legno quello a cui Zumthor attinge per creare la quiete domestica di Casa Gugalun (Versam, 1994) o delle più recenti Ferienhaeuser (Vals, 2013). Ma per fare questo, c’è bisogno di un aspetto artigianale: «Creare atmosfere in architettura significa avere mestiere. Interessi, metodo, strumenti e attrezzi.» Un approccio tecnico che nel meraviglioso diagramma dello Steilneset Memorial a Vardø (Norvegia, 2011), in collaborazione con Louise Bourgeois (1911-2010), diventa voce della memoria delle vittime di una terribile caccia alle streghe nel Seicento. La lunga struttura simile ad un’antica imbarcazione vichinga è un oggetto eternato, sospeso all’interno della fitta rete di travi e tiranti. Il misterioso cubo nero contiene l’installazione della Bourgeois in cui una sedia di acciaio al centro di un cono di cemento è perennemente avvolta dalle fiamme.  
Tutto comunque rientra nella dimensione del reale. Lo dice il fatto che gli edifici sono per Zumthor i luoghi della vita. Ricordate? «Le cose sono tornate a se stesse”: più pragmatico di così ! Le arti sono segmenti fondamentali di un meccanismo concreto che si manifesta prima di tutto nell’oggetto in sé e nella sua funzione.

«Il luogo, la funzione e la forma. La forma dipende dal luogo, il luogo è ciò che è, la funzione dipende dalla forma e dal luogo.» [1]

Il luogo dell’architettura è un elemento con cui si instaura un rapporto di interdipendenza profondo, sia dal punto di vista strutturale che emotivo. Il luogo spesso fornisce la materia stessa del manufatto, parla di sé e, nella determinazione delle atmosfere, influisce su tutto l’impianto progettuale di Zumthor.

          

 

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4. Tutto vero

Fare architettura significa prima di tutto costruire qualcosa, non solo nel regno dell’astrazione, ma nella realizzazione effettiva. Il corpo dell’architettura diventa se stesso e assume significato solo quando entra a far parte del mondo concreto. Questo concetto è tanto potente da abbattere ogni possibile insinuazione su un instabile idealismo “zumthoriano”. I concetti non stanno alle spalle del progetto, ma sono immanenti, risiedono nelle cose, ne sono diretta manifestazione ed essenza. Ecco perché, di nuovo, come al termine di un filo conduttore, “le cose sono tornate a se stesse, sono dentro di sé”. Ma lasciamo che sia Zumthor stesso a chiarire meglio e a concludere:

«La musica ha bisogno dell’esecuzione come l’architettura ha bisogno della realizzazione. E’ allora che il suo corpo prende forma. La realtà dell’architettura è ciò che è concepito, ciò che si è fatto forma, massa e spazio, il suo corpo. Non vi sono idee se non nelle cose. L’architettura costruita ha il suo posto nel mondo concreto.»

                            [da un’ intervista a Peter Zumthor di Marco Ligas Tosi per Architettura.it]

Note: questo articolo si fonda sulla lettura di due scritti di Zumthor:

Atmosfere, ambienti architettonici, le cose che ci circondano, 2007, Electa.                                       (Si tratta di un saggio nato come trascrizione di una lezione tenuta da Peter Zumthor il 1° giugno 2003 in occasione del Festival di musica e letteratura “Wege durch das Land” al castello di Wendlinghausen);

Pensare architettura,1998, Electa;

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