Letteratura

«Quel concerto di mano, di dita» Un supplemento al dizionario italiano

«Si guardi, di grazia, per un momento la mimica in tutti
i suoi aspetti, ed indi si giudichi non solo della
estensione vastissima, ma di quello ancora che ne
rimane a percorrere. Si scorra col pensiero la sua parte
descrittiva, la filosofica, e l’archeologica, ed a queste si
aggiunga di più la pratica, che ha luogo presso tutte le
nazioni viventi, e vedrassi quanto poco si conosce della
forza mimica dell’uomo, e quant’altro mai abbiasi ad
osservare di essa. Ma quest’Oceano di scibile arrestar
non dee quell’uomo, i di cui passi arrestati non furono,
né atterriti dal vero Oceano dell’infido elemento.
Coraggio dunque» (
La mimica degli antichi
investigata nel gestire napoletano
, Andrea de Jorio).

Com’è forse lucido e perspicuo a intendersi, il linguaggio parlato rappresenta la dimensione fondamentale del fenomeno lingua, e non la sola; difatti esso supplisce alla scarsa coesione testuale e sintattica – che, attraverso meccanismi di presupposizione e deissi, inequivocabilmente lo marca – avvalendosi di codici «secondari», sussidiari, non oziosi, e precisamente:

  • il linguaggio mimico, affidato all’atteggiamento del volto (sguardi, ammiccamenti, smorfie);
  • il linguaggio gestuale, gesti compiuti con le mani o con la testa per significare qualcosa;
  • il linguaggio prossemico, legato alla distanza fisica stabilitasi rispetto all’interlocutore, alla postura del corpo, agli spostamenti con cui il parlante accompagna il proprio discorso.

Il linguaggio gestuale comprende, per alcuni linguisti, la mimica – le espressioni del viso – e l’insieme dei gesti, dei movimenti del corpo. Tramite un gesto (l’occhiolino, le corna, una mano che indica, uno sguardo espressivo) la frase pronunciata si colora di sfumature nuove: nei limiti di questa tavolozza chiede di essere raccolta, compresa, non oltre. In maniera ancor più evidente della prossemica, la gestualità è soggetta a notevoli variazioni culturali e antropologiche; in alcune società – come quella italiana – è molto marcata, in altre è quasi assente. Inoltre, è bene tenere a mente che alcuni gesti cambiano significato col cambiare delle culture.

 

Una prima raccolta di gesti fu curata dal canonico – nonché archeologo ed etnografo – Andrea de Jorio e pubblicata nel 1832 dalla Stamperia e Cartiera del Fibreno, a Napoli. Il ricco volume, intitolato La mimica degli antichi investigata nel gestire napoletano, consta di 380 pagine di testo e 19 tavole, tese a «illustrare la sempre e comunemente decantata mimica de’ Napoletani, non che la sua perfetta rassomiglianza all’antica». Il sapiente lavoro si poggia su idee chiare e precise, giacché l’autore conviene «cogli scienziati nel dire che la mimica non è un linguaggio», malgrado «la rassomiglianza che il gestire ha con la loquela, non che alla sua superiorità in alcuni particolari casi su di quella». In generale, il libro esula dal trattare la gestualità come sussidio al linguaggio verbale; piuttosto delucida con solerzia i modi in cui è possibile esprimersi senza parlare a Napoli, prendendo in considerazione le mani, il viso – in vero ogni parte del corpo. Vale la pena proporre qui un’attenta considerazione sul gesto offerta dallo studioso napoletano:

 

«Il gesto ossia l’atteggiamento di qualunque membro del nostro corpo può considerarsi sotto due aspetti, pel modo cioè nel quale fisicamente si esegue quel movimento, quella posizione, quel concerto di mano, di dita, ec. e per l’idea che vi si attacca. Questi due aspetti diversissimi debbono con ogni scrupolosità considerarsi, ed ognuno intende che la esatta cognizione del primo sia non solo del massimo vantaggio, ma anche di assoluta necessità per l’intelligenza del secondo. […] È vero per cosa notissima che dal soggetto del discorso dipende la determinazione del significato de’ segni che vi si praticano, non essendo il gesto se non l’espressione di qualche idea corrispondente al soggetto di cui si tratta nella conversazione».

 

Quest’eccellente raccolta non poteva che affascinare Bruno Munari, personaggio nodale del Nocevento italiano: non a caso è citata nel Supplemento al dizionario italiano, commissionatogli dall’azienda Carpano di Torino nel 1958. Col diffondersi dei napoletani sulla penisola, molti di quegli antichi gesti – così ben illustrati da de Jorio – sono diventati di uso nazionale; non in modo dissimile, altri gesti appartenenti a culture straniere sono stati introdotti, più o meno gradatamente, nella gestualità italiana. Munari intuisce l’essenziale fluidità di tale processo e si propone di aggiornare l’opera del 1832, ponendola – e ponendosi – in dialogo con il suo tempo, in maniera autoironica, straniante, nuova. Con sguardo lucido «esamina i vari modi di esprimersi senza parlare, non solo con le mani ma con la espressione del viso e con atteggiamenti dell’intera persona» e ne raccoglie «il maggior numero, tralasciando i gesti osceni e volgari, per avere una documentazione il più possibile esatta, ad uso degli stranieri che visitano l’Italia e come supplemento al dizionario italiano».

 

Riemergono, come dopo un’immersione profondissima, le parole – energiche, condivisibili – di Gesualdo Bufalino: «Se finissi in un’isola […] non vorrei altro libro che un dizionario. Tante sono le grida e le musiche ch’è possibile udire nelle sue viscere vertiginose». E non si vorrebbe, forse, di fianco, nel cumulo della memoria, anche la grazia, il colore d’un gesto?

Bibliografia

Manuale di linguistica italiana. Storia, attualità, grammatica, Giuseppe Antonelli – Luca Serianni

La mimica degli antichi investigata nel gestire napoletano, Andrea de Jorio

Supplemento al dizionario italiano, Bruno Munari

Italiani scritti, Luca Serianni

 

Gesti famosi degli antichi Romani

 

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