Arti Visive

Intervista a Sergio Ramazzotti L’Africa di “Vado verso il Capo” e quel mestiere del fotogiornalista che sopravvive e si reinventa

Vado verso il Capo, cronaca di una traversata di tredicimila chilometri compiuta a bordo di mezzi pubblici da Algeri a Città del Capo; una premessa del genere non può non destare curiosità, che tu sia un adolescente o che tu sia un uomo di mezza età perché un viaggio è sempre un’esperienza affascinante, se poi è ricco di insidie ti rapisce e non smetti di leggerlo finché non scopri come va a finire.

È il 1992 quando Gilberto Milano, caporedattore di AutoCapital, ha la brillante idea di chiamare Sergio Ramazzotti, fotogiornalista, per chiedergli di partire alla volta dell’Africa, più precisamente: attraversare il Continente Nero a bordo di mezzi pubblici da Algeri a Città del Capo.
Uno zaino rosso con poche cose e una borsa nera con gli apparecchi fotografici, il viaggio iniziato nel modo più avventuriero possibile con il furto di quest’ultima, autobus intrisi di odori forti, strade polverose, il deserto sconfinato che lascia libero sfogo ai pensieri.
“Prima di questo viaggio l’Africa era la mia amante. Dopo è diventata mia moglie.”
Buon viaggio!

  • Se dovessi scegliere una foto che possa rappresentare quella che è la tua Africa quale sceglieresti?

“Disegnerei un grosso punto interrogativo su un enorme foglio di carta. Perché per come ho imparato a conoscerla in tanti anni di viaggi (quello di “Vado verso il Capo” fu il primo) nei suoi aspetti più belli ed in quelli più oscuri è un continente che continua a presentare un enorme enigma. Ci sono tanti aspetti estremamente difficili da sviscerare e comprendere, a cominciare dal fatto che noi occidentali continuiamo a riferirci all’Africa immaginandola come un Paese unitario, uniforme in cui tutti gli abitanti sono uguali, parlano tutti la stessa lingua e si rifanno tutti alle stesse tradizioni. Avremmo dovuto imparare a conoscere questo continente visto che l’abbiamo colonizzato. L’Africa è un enigma anche dal punto di vista della vita sociale ed economica. Fatico a capire come un continente così vasto, così ricco di talenti, di intellettuali, sebbene costretto a trascinarsi il peso di lunghi anni di colonizzazione, non sia riuscito a darsi un percorso di democrazia, un percorso di trasparenza, di affrancamento definitivo da questa colonizzazione che è finita fra gli anni ‘50 e ‘70 dello scorso secolo e che è ricominciata sotto altre forme. Risulta enigmatica la possibilità della convivenza fra tradizioni antichissime spesso tremendamente retrograde e una modernità pazzesca , una consapevolezza del mondo moderno e la capacità di fruirlo. Quando mi riferisco a tradizioni di un’arretratezza spaventosa parlo , ad esempio, del traffico che ogni anno coinvolge circa 150.000 bambini rapiti e venduti come schiavi dal Benin alla Nigeria. A tanti di loro gli viene tagliata la testa e vengono usati nei riti voodoo. Questo è uno dei tanti enigmi, una delle tante contraddizioni dell’Africa, ecco perché l’immagine che meglio può rappresentare questo continente è un grosso punto interrogativo.”

            

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– Il viaggio è iniziato nel peggiore dei modi con il furto dell’ attrezzatura e non poche sono state le peripezie che ti hanno accompagnato fino a Città del Capo, cosa ti ha spinto a resistere nonostante tutto?

“Ci sono stati tre fattori. Il primo è professionale. Quello era il compito che mi era stato assegnato e avrei dovuto portarlo a termine. Come qualsiasi lavoro chiunque si imbatte in un’avventura, che può essere quella di terminare un affresco, finire un impianto elettrico di enorme complessità, fare un trapianto di cuore o arrivare fino a Città del Capo a bordo di mezzi pubblici:  un lavoro da portare a termine. È esagerato chiamarla “missione”, si tratta semplicemente di un compito professionale che uno si prefigge di svolgere.
Il secondo fattore è più personale che professionale ed è una strana attrazione nei confronti dell’ignoto. Considerando anche le condizioni in cui si viaggiava in un Africa molto diversa da quella di oggi, nonostante non siano passati poi così tanti anni dal 1992, in 25 anni sono migliorate le strade, sono cambiati i mezzi di trasporto, le comunicazione sono migliorate in maniera esponenziale (all’epoca era impensabile anche solo fare una telefonata). C’era un fattore quotidiano di ignoto da affrontare che ai miei occhi costituiva un’attrattiva,   giorno dopo giorno era abbastanza entusiasmante capire dove mi avrebbe portato quella giornata. Il terzo fattore è stato un graduale abbandono della diffidenza e dalla paura nei confronti di questo grande continente perché se è vero che c’era un’attrazione verso l’ignoto senza dubbio all’inizio c’era anche un po’ di paura e diffidenza. Il viaggio è cominciato nel peggiore dei modi con il furto di tutta l’attrezzatura per fotografare quindi ero un po’ sfiduciato però,  dopo i tanti incontri con la gente che nella maggior parte dei casi si è dimostrata generosa ed accogliente, tanti si sono fatti in quattro per aiutarmi, alla fine hanno contribuito a farmi avere sempre più fiducia nell’essere umano, nei miei compagni di viaggio, in quelli con cui stavo condividendo quel particolare tratto o quelli che non avevo ancora incontrato e immaginavo che avrei incontrato nei giorni successivi. Questo fattore fiducia è anche un fattore speranza che sicuramente ha anch’esso contribuito a darmi la forza per andare fino in fondo. Il fattore umano è stato sicuramente cruciale.”

  • Questo fattore si riflette anche nelle tue foto. Chi sono i soggetti nei tuoi scatti?

“Ho sempre pensato (e negli anni mi sono sempre più convinto) che il mondo sia così bello e tremendo perché è così vario grazie agli esseri umani e per colpa degli esseri umani. In ogni esperienza di viaggio è più importante l’incontro e l’interazione con le persone del posto di quanto non siano le visite ai monumenti, i paesaggi ecc. Chiaramente se vai sull’Everest i paesaggi hanno una componente fondamentale però, alla fine, anche lì credo che l’esperienza si rifaccia e si riduca più all’interazione con l’uomo che non con il paesaggio. Che si tratti dei tuoi compagni di viaggio oppure nel caso in cui tu vada a camminare da solo l’interazione con te stesso ma è sempre e comunque un’interazione umana perché è molto più intenso il rapporto che tu hai con te stesso, con i tuoi limiti fisici o psicologici, il dialogo che hai con te stesso di quanto non sia l’interazione con la bellezza del paesaggio. Tutto si rifà all’uomo.”

 

  • Cosa consigli ad un giovane che oggi decide di intraprendere questo mestiere?

“Si dice da ormai un ventennio a questa parte che il fotogiornalismo sia morto, che non c’è più spazio per il reportage, che i giornali stanno morendo, i fotogiornalisti non servono più a nulla perché le notizie vengono fotografate o riprese dalla gente sul posto grazie ai cellulari, ci si chiede a che serve il fotogiornalista e quando vivrà ancora il fotogiornalismo; in realtà io credo il contrario, credo fortemente nella forza del fotogiornalismo oggi più che mai. Il modo di fare e di divulgare informazione sta cambiando rapidamente in maniere che non possiamo immaginare. Dieci anni fa non saremmo neanche riusciti a concepire il nostro modo di comunicare attuale in cui Facebook ci ha spinto a fare qualcosa che avremmo considerato innaturale, una violenza, mettere in campo tutti gli aspetti possibili e immaginabili della nostra vita privata sottoponendoli al pubblico giudizio. Avrà sicuramente dei lati positivi ma anche molte insidie e tranelli come la diffusione delle notizie bufala di cui Facebook è un veicolo importantissimo e fin troppo pericoloso. Ecco perché dico che fare fotogiornalismo oggi è più importante, paradossalmente, di  vent’anni fa e sicuramente verrà rivalutato. Credeteci! Credeteci perché il ruolo del fotogiornalista sarà sempre più importante e cruciale per documentare e veicolare la verità e non la bufala. L’unico garante della verità, che non è mai verità con la “v” maiuscola ma è comunque un tentativo intellettualmente onesto di trovarla, documentarla e diffonderla, è il fotogiornalista professionista che opera in ossequio alle regole della deontologia professionale, ovvero, l’onestà intellettuale e la trasparenza assoluta. Cosa che, con tutto il rispetto, una qualsiasi persona della strada non ti garantisce, non ti può garantire perché non è un professionista. La foto ha il potere di trapanarti l’anima, il potere di mandare un messaggio che ti si ficca nell’anima e che non esce più, un potere infinitamente superiore a quello del video. È stato dimostrato scientificamente che quando il nostro cervello vede il video lo subisce, lo vede in modo passivo mentre quando vede una foto interagisce con essa, la fruisce in modo attivo quindi la memoria a medio e lungo termine si attiva in maniera molto più intensa quando guardiamo una foto piuttosto che quando guardiamo un video. Se pensiamo al dramma dei migranti, quanti video, quanti telegiornali, quanto materiale abbiamo visto, quante denunce, quanto è stato scritto, i governi europei e tutti gli attori del caso che avrebbero potuto e dovuto fare qualcosa e che invece hanno semplicemente voltato lo sguardo da un’altra parte e poi un bel giorno succede che c’è una foto, anche fatta male, non inquadrata particolarmente bene, non a fuoco, una foto banale eppure una foto di una potenza mostruosa. Se chiudi gli occhi la vedi quella foto, è Aylan Kurdi, e basta solo quella piccola foto con una potenza mostruosa a far riflettere. Quella foto fra cinquanta anni sarà entrata nella coscienza collettiva, la porteremo dentro e sarà uno dei grandi simboli di una delle grandi tragedie del ventunesimo secolo. Questo è  ancora oggi il potere immenso di una foto. Esce quella foto lì ed improvvisamente tutti dicono “Basta. È troppo! Dobbiamo fare qualcosa ” . Tutto questo grazie ad una singola foto. Le prospettive fluide ed infinite, in parte preoccupanti ma in parte anche entusiasmanti, di come potrebbe cambiare nel giro di pochissimi anni il modo di fare informazione e il modo di fruirla e di come tutti noi abbiamo la possibilità di influenzare questo modo di fare informazione, mi porta a dire che se avessi un figlio che decide di fare questo mestiere lo appoggerei. È un mestiere molto duro con cui quasi nessuno è diventato ricco ma non è uno dei mestieri che intraprendi perché decidi di diventare ricco e posso sottolineare che il fotogiornalismo non è per niente morto e non è destinato a morire, anzi, si spalancano davanti a noi delle prospettive veramente molto interessanti. Oggi chiunque di noi ha la possibilità di influenzare in maniera attiva e significativa il futuro di questo mestiere.”


“L’uomo della città, quando la gomma della sua auto si buca, la sostituisce. L’uomo del deserto la ama, la cura e la resuscita.”                               

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“Come è possibile che il gigantesco pneumatico di un camion si buchi percorrendo una pista soffice senza l’ombra di un sasso? si domanda l’uomo della città”

           

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“L’odore di umanità è pungente come quello del mosto.”


“Quando mi allaccio la cintura fuori è buio. Il comandante spegne le luci della cabina e dà un po’ di gas ai quattro motori voraci del suo Boeing. Si sente un sibilo lontano: senza fretta, rulliamo verso la testata della pista e ci allineiamo per il decollo. Un istante prima che le ruote si stacchino da terra vorrei poter scendere e andare a prendere l’autobus.”

 

 
Si ringrazia Sergio Ramazzotti
http://www.parallelozero.com/

 

 

 

 

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