Letteratura

La Lingua della psicosi come lingua della menzogna Finta sentimentalizzazione della bugia

La lingua è uno dei principali strumenti di manipolazione. Sintassi e lessico usati in un determinato modo possono essere un potente strumento di distorsione della realtà, al fine di piegarla all’obiettivo del parlante, all’effetto cioè che questo punta ad ottenere sull’interlocutore.

Manipolazione e dunque trasmissione della menzogna, del falso.

Dal punto di vista delle strutture linguistiche, esistono diversi tipi di menzogna: dall’identità simulata (rappresentare sé stesso in maniera diversa rispetto alla realtà) alla schizofrenia e mitomania, dal segreto alla falsa testimonianza, dalla persuasione senza oggetto (convincere a fare, comprare, aderire ad un progetto al di là della volontà del destinatario) alla manipolazione dei realia, dalla doppia verità (tipica oggi nelle relazioni diplomatiche, dire una cosa per censurarne un’altra) alla menzogna ad personam (calunnia, diffamazione, violenza verbale, plagio) fino alla menzogna a fin di bene.

Ogni tipologia ha una sua specificità, ma esistono dei tratti linguistici trasversali che permettono di individuare una grammatica del dire il falso: concentrandomi sull’analisi della lingua della schizofrenia, della psicosi, ne traccerò alcuni.  

La psicosi è una patologia fondata su un principio dissociativo, il soggetto sviluppa in varie forme una forte, o più o meno forte, scissione da sé stesso. Oggi quella clinica è diventata direttrice della linguistica ed è fondata sul credo che nella malattia sia anche la lingua ad essere patologica.

Nel sistema linguistico di uno psicotico non esiste nulla di atipico, ciò che è ambiguo è il rapporto soggetto-mondo e questo emerge dal suo discorso. Per lo psicotico il linguaggio ha la funzione di confermare il proprio statuto ontologico di esistenza ed il proprio statuto logico-percettivo, per questo motivo ad esempio lo psicotico tenderà a voler avere sempre ragione: chi vede le cose in un altro modo sente una necessità di ipercorrettismo, se non si ha ragione avviene la disgregazione. Quando un paziente deve raccontare la sua storia infatti non deve solo convincere l’interlocutore, ma deve rendere reale qualcosa che non lo è, per farlo la parte retorico-argomentativa del discorso diviene fondamentale. Che sia discorso psicotico, che siano altri tipi di menzogna, uno degli indicatori linguistici del dire il falso risiede proprio nella struttura argomentativa del testo. Qualunque sia il grado di istruzione del parlante, c’è un’omologazione verso l’alto del discorso dal punto di vista delle strutture sintattiche, agli esordi della malattia si ha una lingua burocratizzante perché essa comincia a staccarsi dalla realtà ed il discorso dello psicotico diventa quello di un grande oratore.

La docente dell’Università degli studi di Torino Raffaella Scarpa nel suo studio sulla lingua della psicosi ha voluto osservare il momento del colloquio terapeutico a cui i pazienti ricoverati in ospedale sono sottoposti giornalmente. Alla prima osservazione non sono state rilevate anomalie: la lingua era normotipica ed i pazienti prendevano la parola con facilità. A meglio vedere però emergeva come essi fossero interessati a parlare ma non a colloquiare davvero – altra figura tipica del discorso mendacio in generale – seppur il dialogo fosse ben simulato. I pazienti prendevano parola sostanzialmente in due modi: attraverso un attacco empatico (‘sono d’accordo con …’) seguito però da una predicazione incongrua dei contenuti espressi nel turno di parola precedente, dunque dare ragione ad un altro con l’unico scopo di prendere parola; oppure attraverso un attacco dichiarativo: il paziente interviene alzando la voce ed esprimendosi per dichiarazioni, successivamente dimostra la sua sentenza attraverso la testimonianza della propria esperienza personale.

La Scarpa ha poi osservato come una volta che il paziente psicotico prende parola, si alternino due tipi di discorso: uno convenzionale e l’altro delirante.  

Il discorso convenzionale dal punto di vista della velocità di elocuzione, del volume, del ritmo è conforme, il suo lessico è neutro, è un discorso che procede per  variazioni del già detto, stagnante su alcuni concetti cardine e luoghi comuni. Attraverso questo discorso il paziente si ripara prima di dar voce al delirio, mima un colloquio normale per prendere parola.

Quando al discorso convenzionale si sostituisce quello delirante si ha un’accelerazione progressiva della velocità di elocuzione ed un incremento del volume. Caratteristica principale di questo discorso è la fortissima sentimentalizzazione dei contenuti per via intonativa anche in maniera non pertinente rispetto al contenuto: il delirio è un discorso freddo, la menzogna del discorso psicotico sta proprio in questa finta sentimentalizzazione, il paziente nel profondo infatti non sente e non empatizza con il proprio delirio.  

Si aggiungono poi un’ipertrofia delle coordinate spazio-tempo (ad esempio martellamento sull’orario), un abuso dei nessi causali e conclusivi (‘perché’, ‘poiché’, ‘quindi’) attraverso i quali si costruisce un apparato per cui la verità è la conseguenza di una premessa, un uso di luoghi comuni e proverbi in funzione dimostrativa, uno stile sentenzioso ed apodittico, l’uso delle fallacie argomentative (discorsi argomentativi che usano mezzi disonesti per dimostrare un assunto falso) e un’incapacità nel chiudere il discorso, i pazienti sentono infatti di non aver mai raggiunto l’obiettivo della dimostrazione.  

Stupisce il fatto che tanto ipertrofico è il linguaggio nella costruzione di un apparato temporale e logico-argomentativo, tanto si dimostra invece lacunosa la connotazione dell’oggetto del delirio.  Prendendo come esempio un paziente con un delirio sentimentale-amoroso studiato dalla docente, questi aveva eletto un oggetto d’amore fittizio ovvero una ragazza che non esisteva ma di cui lui  parlava continuamente, intorno a quel soggetto ricostruiva tutto il suo mondo, aveva creato una narrazione che andava indietro per generazioni con fatti e personaggi e che raccontava fornendo un altissimo numero di dettagli secondo una continua necessità di certificazioni di verità, altro tratto comune al parlare mendacio in generale. Ma, ecco il punto, alla domanda “com’è la ragazza?” il paziente andò in crisi e rispose, rifacendosi ad uno spot pubblicitario, “è effervescente e naturale”:  in contrasto ad un’ipertrofia del dettagliare, il centro del delirio non viene mai connotato.

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