Storia

La “tesi di Pirenne” per un'analisi moderna di una teoria rifiutata.

Oggi vorrei parlare di un personaggio storico che apprezzo molto, un uomo del Novecento che ha il merito di aver rivoluzionato in un certo senso il modo di vedere e fare la storia, in particolar modo il Medioevo. Si tratta di Henri Pirenne (1862-1935), uno storico Belga conosciuto principalmente per la sua opera pubblicata postuma nel 1937, Maometto e Carlomagno, in cui trovano il culmine di espressione le sue idee riguardo le cause della fine dell’Impero Romano, nell’insieme note appunto come “tesi di Pirenne”.

Questa tesi, di cui si parlerà poco più avanti, è già stata abbondantemente criticata nell’ambito della storiografia ed è chiaro come alcuni dei suoi aspetti siano del tutto errati. Il motivo per cui credo sia interessante e per cui ho voluto dedicargli un articolo è che rispecchia moltissimo l’esperienza personale dello storico e possiede quell’aderenza al presente e alla contemporaneità di chi scrive, che è una delle prerogative che abbiamo da sempre cercato di preservare in questa specifica rubrica di Storia.

Quella di Pirenne non è una riflessione storica fine a se stessa, ma, come forse potrà apparire banale da dire, è profondamente intrisa delle esperienze del presente in cui vive lo storico, influenzata dalle dinamiche politiche di quel tempo.

Pirenne faceva parte della “Scuola delle Annales”, gruppo di storici francesi che deve il suo nome a una rivista, Annales d’histoire économique et sociale, fondata nel 1929 da Marc Bloch e Lucien Febvre. Questa rivista riesce a dare una grande svolta alla ricerca storica: fino agli anni ’20 gli eventi storici venivano studiati individualmente, mentre la Scuola delle Annales è indirizzata verso un approccio multidisciplinare e per prima si fa portatrice del pensiero che per studiare la storia è importante comprenderne la struttura, quindi il contesto politico, economico e sociale.

Pirenne studia la fine del mondo antico a partire da tre elementi: i barbari, Maometto e Carlo Magno. I suoi studi si basano soprattutto sull’origine delle città medievali e il commercio, e proprio da questi grandi temi egli andò a definire la sua teoria. Secondo Pirenne, con la fine dell’Impero Romano il Mediterraneo perde la sua centralità come scenario di scambi commerciali in Europa, principalmente a causa dell’espansione Araba del VII secolo. L’arrivo dell’Islam avrebbe rotto i legami economici e culturali dell’Europa con tutta l’area mediorientale (Turchia, Siria, Palestina eccetera), con il Nord Africa e la penisola Iberica, causando l’isolamento dell’Europa dai commerci a lunga distanza e il suo progressivo impoverimento. Si ebbe una svolta dall’VIII secolo: l’asse della vita economica si sposta verso nord quando l’area dell’Europa centrale acquista grande potere con l’ascesa dell’Impero Carolingio e soprattutto con Carlo Magno, che avrebbe risollevato l’Europa puntando ad un’economia esclusivamente agraria e di sussistenza.

Dunque Pirenne, in uno scenario storico in cui la fine del mondo antico era vista come conseguenza delle “invasioni barbariche”, toglie ogni genere di responsabilità ai cosiddetti barbari, considerandoli invece più semplicemente come popolazioni povere che non avrebbero avuto alcuna intenzione di conquistare o distruggere l’Impero Romano, ma che avrebbero voluto solamente “partecipare” alla sua ricchezza. Questa sua visione dei fatti sarebbe suffragata dal fatto certo che numerose popolazioni barbariche non ebbero mai scontri o rapporti violenti con Roma, ma anzi avrebbero convissuto pacificamente con i cittadini romani adattandosi completamente ai loro costumi.  Anche nei casi in cui uomini appartenenti a queste popolazioni presero il loro posto nelle cariche pubbliche, essi continuarono a mantenere in vita le istituzioni romane: ad esempio infatti il sistema economico “mediterraneo”, il sistema monetario e lo stesso “stile di vita” romano continuarono ad essere seguiti anche dopo la caduta dell’impero.

Dunque, in breve Pirenne attribuisce il crollo dell’Impero Romano e l’interruzione dei suoi commerci nel Mediterraneo alle conquiste Arabe, mentre al contempo risolleva e nobilita il ruolo svolto dall’Impero Carolingio e soprattutto da Carlo Magno, considerato così il vero padre dell’Europa Medievale (e quindi moderna).

Questa potrebbe sembrare una semplice interpretazione dei fatti storici se non si spiegasse il contesto in cui queste idee presero vita. Pirenne sviluppa le sue teorie agli inizi del Novecento, quando la Germania aveva occupato il Belgio durante la I guerra Mondiale. In quell’occasione egli venne arrestato nel 1916 e tenuto prigioniero in Germania fino alla fine del conflitto: proprio in questo scenario vanno inserite le sue riflessioni storiche.

Lo storico belga annulla l’impatto delle popolazioni barbariche (e quindi in gran parte germaniche) sull’impero romano, rifiutando le teorie invasionistiche sulla fine del mondo antico, teorie che di fatto spingevano e davano giustificazione storica alle pretese imperialistiche della Germania, anche in quel preciso momento. Pirenne non era né un soldato né un uomo politico, era uno storico e in quanto tale le sue armi erano concettuali ed ideologiche. Così, attraverso una rilettura storica riesce a screditare e depotenziare la nazione che stava occupando il suo Paese.

Ma, come si è già accennato prima, la tesi dello storico belga fu molto criticata nel dibattito storico successivo per una serie di motivazioni. Principalmente per la questione economica e commerciale: Pirenne afferma che dal V fino al VII secolo ci fu una certa continuità delle strutture amministrative nonostante la caduta dell’impero, e gli scambi commerciali subirono un arresto con l’arrivo degli Arabi, che bloccarono la circolazione della seta dalla Cina e anche quella del papiro dall’Egitto (comportando un ritorno all’uso della pergamena), e in generale vi fu un’inferiore circolazione monetaria di oro e argento. Però in realtà il crollo degli efficienti modelli romani non può essere attribuito solamente alla perdita delle risorse provenienti dai commerci con le periferie dell’impero. Su questo di recente va a puntare l’attenzione un altro importante archeologo, Richard Hodges, sostenendo l’erroneità della tesi di Pirenne in quanto nel VI secolo (ben un secolo prima dell’arrivo degli Arabi) l’economia mediterranea si trovava già in una situazione di profonda crisi; oltretutto la crisi economica non ha stranamente compreso anche la parte orientale dell’impero, destinata a dar luogo al potente impero bizantino.

Pirenne infatti aveva una conoscenza molto scarsa degli Arabi e del loro impero, ignorava come in realtà essi fossero un elemento di mediazione e connessione tra l’estremo Oriente e l’Occidente. Inoltre bisogna evidenziale il fatto che egli, in quanto storico, per i suoi studi si avvalse principalmente delle fonti scritte, testi di uomini appartenenti alle élite che si occupavano principalmente dei commerci di monete, spezie, tessuti, seta, avori, tappeti eccetera, prodotti appartenenti al mercato del lusso e di alto livello provenienti dall’Oriente. Poco sapeva invece del commercio delle classi medio-basse, temi che certamente non interessavano l’alta società.

L’idea di Pirenne sullo spostamento dell’asse economico a nord è comunque confermata dal ritrovamento tra gli anni ’30/’40 del Novecento di importanti siti archeologici nel Nord Europa: gli emporia, centri di commercio costituiti da piccoli villaggi simili a palafitte in legno (il quale in ambiente umido riesce a conservarsi permettendone lo studio), che resero il Mal Baltico un “nuovo” Mediterraneo. Questi villaggi vennero fondati dalle popolazioni Vichinghe, che commerciavano non solo con il Nord Europa, ma anche con i Bizantini e il mondo islamico, teoria confermata anche dall’archeologia. Infatti in siti importanti come nel caso di Haithabu, durante gli scavi furono trovate grandi quantità di materiali, tra cui numerose monete arabe (anche riusate in gioielli). Queste scoperte dunque testimoniano che gli scambi commerciali tra l’Europa e l’Oriente non si fermano con l’arrivo degli Arabi, ma che le stesse popolazioni del nord commerciavano con essi, dimostrando quindi che, su questo aspetto, lo storico belga aveva torto.

Dunque, nonostante questa tesi sia ormai passata, per il suo approccio multidisciplinare non si può negare dal punto di vista metodologico il ruolo innovatore che riveste nel dibattito storico sulla fine del mondo antico.

Pirenne riesce ad usare la storia come strumento politico vero e proprio. Il contesto in cui si trova lo porta a rileggere il passato in un modo del tutto personale, con una chiave di lettura totalmente intinta nel presente, facendo del suo oggi un filtro che gli permette di vedere la storia in un modo nuovo, per noi non più giusto o sbagliato, ma semplicemente diverso.

Leave a Reply

Your email address will not be published. Required fields are marked *

*