Musica

E forse fu per gioco o forse per amore… Lucio Dalla e "4/03/1943"

4 Marzo 2017.  
Sembrerebbe una giornata come le altre, ma non lo è qui, a Bologna.  
E’ l’anniversario della nascita di un uomo con lo sguardo perennemente proiettato al domani. 
Perché nei testi delle canzoni di Lucio Dalla, cantautore, la parola più frequente è “domani”.  
 
Dalla ha lasciato un solco nella vita di tutti noi, le sue canzoni fanno parte della colonna sonora della nostra vita, talmente evocative che potrebbero tradotte in immagine. 
Immaginare Anna e Marco che si tengono per mano, le rondini che volano sui tetti, l’ultimo canto di Caruso e la profondità del mare, non è poi così difficile.  
 
Sullo sfondo del tempo che trascorre, Dalla plasma la vita e la trasforma in musica. 
Eclettico musicista, jazzista e ottimo cantante scat, dietro un pianoforte o soffiando in un clarino, era impossibile non fermarsi ad ascoltare questa sorta di folletto.  
Impara da Roberto Roversi l’arte di scrivere, innamorandosi del verso “Nevica sulla mia mano”.  
 
Viscerale è il rapporto con la sua città, Lucio aveva bisogno di Bologna e viceversa.  
Nelle sue musiche e nelle parole si rivivono le stesse sensazioni che si vivono passeggiando lungo i portici, arrivando fino a Piazza Cavour, che non tutti sanno essere la vera “Piazza Grande”.  
 
Comunicatore eccelso, riusciva ad unire colto e popolare con il suo stile inconfondibile e inimitabile.  
Dopo il successo mondiale di “Caruso”, spiazzò tutti con “Attenti al lupo”, riuscendo ad ottenere ugualmente il successo, di critica e di pubblico. 

Continuamente assetato di conoscenza, introduce elementi sempre nuovi, nuove sonorità nella sua musica, attingendo dalle forme più diverse e contrastanti tra loro, da strumenti di epoca barocca fino al sintetizzatore Moog. 

L’evoluzione musicale di Dalla è un fiume in piena trascinante ed instancabile, ed il punto di partenza della sua strabiliante carriera è sicuramente “4/03/1943”. 

Il testo della canzone “4/03/1943” viene scritto da Paola Pallottino, amica del cantautore e storica dell’arte. 
Nell’intenzione dell’autrice la canzone doveva essere una sorta di risarcimento alla scomparsa del padre di Lucio, Giuseppe Dalla, direttore del club di tiro a volo di Bologna, citato nel brano “Com’è profondo il mare” (Babbo che eri un gran cacciatore di quaglie e di fagiani..), ma si trasformò in un testo che narrava della scomparsa di una madre.  
Anche la canzone porta la sua data di nascita, quindi non narra di una sua vicenda biografica, come si è pensato per lungo tempo.  

La canzone partecipò a Sanremo nel 1971 ed inizialmente doveva intitolarsi “Gesù Bambino”, ma fu colpita dalla censura, soprattutto per il verso “E anche adesso che bestemmio e bevo vino, per ladri e puttane sono Gesù Bambino”.  
 
Si configura come una canzone popolare, semplice ma pregna di significato e il riff di violino, pensato da Lucio mentre ascoltava il mare, senza toccare alcuno strumento, semplicemente fischiettando, le conferisce un’ aura magica, senza tempo. 
 
Dice che era un bell’uomo 
e veniva, veniva dal mare, 
parlava un’altra lingua 
però sapeva amare 
 
E quel giorno lui prese mia madre 
sopra un bel prato, 
l’ora più dolce 
prima di essere ammazzato. 
 
Così lei restò sola nella stanza, 
la stanza sul porto, 
con l’unico vestito 
ogni giorno più corto, 
 
E benché non sapesse il nome 
e neppure il paese 
m’aspettò come un dono d’amore 
fino all’ultimo mese. 
 
Compiva sedici anni quel giorno 
la mia mamma, 
le strofe di taverna 
le cantò a ninna nanna! 
 
E stringendomi al petto che sapeva 
sapeva di mare 
giocava a far la donna 
con il bimbo da fasciare. 
 
E forse fu per gioco, 
o forse per amore 
che mi volle chiamare 
come nostro signore. 
 
Della sua breve vita, il ricordo, 
il ricordo più grosso 
e’ tutto in questo nome 
che io mi porto addosso. 
 
E ancora adesso che gioco a carte 
e bevo vino 
per la gente del porto 
mi chiamo Gesù bambino.
 



 

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