Letteratura

Il danno di una critica inutile. Contro la critica letteraria che non “serve”.

 

Sentenziare sulla fine della critica letteraria è un piacere a cui ben pochi negli ultimi anni si sono sottratti. La discussione, tutt’altro che futile, sullo stato di questa disciplina però sta animando da qualche mese il dialogo sulle pagine dell’Indice dei libri del mese, coinvolgendo nomi importanti della nostra saggistica contemporanea. (di seguito link agli articoli: Beccaria, Coletti, Cortellessa. Ndr.)

Diverse sono le cause già individuate ma mi preme porre una particolare attenzione sull’utilità di certa critica.

“Io temo che occorra rivalutare la categoria dell’utile, intendo l’utile del lettore.”scrive Pontiggia … e personalmente nutro lo stesso timore.

Credo che il lavoro della critica sia imprescindibilmente un lavoro di “servizio”. Quando scrive, il critico si pone doppiamente nella condizione di “servire”: da un lato il testo di cui tratta e, dall’altro, il suo lettore. Questo ruolo ancillare non toglie al critico e al suo operato dignità, ma  è anzi ciò che lo rende necessario.

Che quello che si scrive sia utile a qualcuno, gli “serva”, può apparire scontato ma la realtà di molte pubblicazioni dice il contrario e parte della crisi va a mio parere attribuita all’inutilità queste ultime. Il danno della critica è proprio la critica che non tiene conto del lettore.

Se alla letteratura si può anche accordare il lusso del superfluo, alla critica questo è precluso. Lo scopo principale di un saggio è quello di essere utile al lettore nell’interpretare un’ opera, nel comprenderne un aspetto. A cosa serve una critica che non “serve”? O, meglio, che non serve al lettore?

Può essere interessante, partire da una pubblicazione recente per fare qualche osservazione a riguardo. Il libro scelto è Letture Ricreative di Salvatore Ferlita, edito da Il Palindromo. 2

Il volume si presenta, sin dal suo “A mo d’ Introibo”, come una raccolta di saggi sparsi, aggregati successivamente per “naturale attrazione” attorno a quattro nuclei, che coincidono con le quattro sezioni del libro.

Il fil rouge che lega i primi saggi è quello delle riletture novecentesche delle opere del passato, tra le quali si evidenzia il Furioso ariostesco. L’idea proposta è quella di un secolo che non semplicemente sta a chiosa di quanto prodotto prima, ma legge se stesso attraverso i classici e le opere di ogni epoca. Un dialogo fondamentale che sembra impossibile negare o confutare, né tanto meno assumere come prerogativa esclusiva del novecento.

Ogni singolo testo si presenta come una serie di “saggi”. Saggi nel senso archeologico di  “carotaggi”, ossia di prelievi di “campioni” da interventi di grandi autori che trattano del soggetto scelto. Sulla pagina si accumulano, di volta in volta, citazioni di altri scrittori tra le quali Ferlita si muove per analogie o piccoli collegamenti, non disdegnando la divagazione.

A quest’impostazione già problematica  si accompagna la mancanza di misura nel gusto delle citazioni. Oltre al numero di quest’ultime, risulta fuori luogo anche la loro dimensione: intere pagine di altri testi affaticano la lettura senza che una stretta necessità giustifichi la lunghezza di questi innesti.

L’elaborazione critica e l’istanza interpretativa, inoltre, sono relegate al margine in molti saggi. Nè il materiale riportato né i testi in oggetto vengono mai mediati dalla voce del critico, il quale veste più i panni del compilatore che dell’esegeta. Quello che ne viene fuori è di fatto una bibliografia, per la quale non era necessario pubblicare un libro.

Quanto al lettore, questi sembra relegato al ruolo di ascoltatore muto di un monologo dell’autore, o meglio di un dialogo dell’autore con se stesso. Ferlita, infatti, dialoga solo con le sue letture e i suoi scritti, non curandosi minimamente di instaurare un dialogo con quel lettore per cui in saggio dovrebbe essere pensato.

Letture Ricreative finisce così per tracciare solo le “traiettorie” degli studi e delle letture di chi l’ha scritto, proponendone una summa al lettore. A chi “serve” un lavoro come questo?

Nel quadro di una disciplina che di certo non gode di ottima salute, la pubblicazione di testi che servono a chi li scrive o a chi li pubblica, non solo è inutile ma anche dannosa. Finiscono infatti per  snaturare la critica e sgretolare le dinamiche che la rendono necessaria: così mutila, questa disciplina non potrà far altro che retrocedere costantemente davanti ad un mercato editoriale saturo, che già la sta soffocando senza troppi rimpianti, in assenza di prove sufficienti della sua necessità.

 

Bibliografia

  1. G. Pontiggia, Prima persona, Mondadori, Milano 2002;
  2. S. Ferlita, Letture Ricreative, Il Palindromo, Palermo 2016;

 

Sitografia

http://www.lindiceonline.com/osservatorio/cultura-e-societa/critica-letteraria-gian-luigi-beccaria/

http://www.lindiceonline.com/osservatorio/cultura-e-societa/critica-letteraria-cortellessa/

http://www.lindiceonline.com/osservatorio/cultura-e-societa/critica-letteraria-senza-mappe-nel-mare-della-letteratura/

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