Teatro

Pinter: remembering the Old Times il teatro di Pinter come scenario di lotte psicologiche e mnemoniche

Nel corso degli anni ’50, in Inghilterra, oltre al genio di Beckett comincia ad affacciarsi sulle scene londinesi un altro tassello fondamentale della storia teatrale: Harold Pinter. Il suo successo fu dovuto, principalmente, alla profonda conoscenza del mondo teatrale che era riuscito ad acquisire sin da giovanissimo, distinguendosi anche come attore nei teatri di provincia. Perciò, è naturale che nelle sue intenzioni, la rivoluzione teatrale portata avanti in tutta la sua produzione debba partire dalla sua conoscenza della commedia da salotto di matrice borghese, particolarmente in voga nella Londra del periodo.

Le opere d’esordio di Pinter sono spesso indicate dall’etichetta di “teatro della minaccia”. Niente di più vero, se si considera il fatto che la maggior parte dei personaggi non riesce a trovare una propria identità se non in relazione con un altro soggetto. E purtroppo, i legami che si instaurano tra i suoi personaggi non sono tutto rosa e fiori: ognuno di loro cerca di prevaricare l’altro, mettendo al centro della scena numerosi rapporti di potere che sono destinati, inevitabilmente, a concludersi con il sopravvento di un personaggio su tutti gli altri. Ecco perché i suoi primi lavori possono anche essere visti come drammi politici, che esplorano la dimensione di un potere tirannico che soggioga le deboli figure sociali.

Ma i personaggi di Pinter sono strani e alienati per una lunga serie di motivi: nessuna informazione viene fornita sul loro presente o sul loro passato e nessuno sembra essere interessato a stabilire con gli altri relazioni sociali basate sull’empatia reciproca. E quest’ultima volontà misantropica si lega strettamente ad un’altra trave portante del teatro pinteriano: i personaggi riescono solo ad ingaggiare delle continue lotte per il possesso dell’ambiente in cui sono inseriti, che conferisce loro un’illusoria sensazione di tranquillità e di identità personale. Illusione che finisce per frantumarsi in mille pezzi ogni volta che entra in gioco l’iperrealismo, che deforma gli spazi e rende indefiniti i  sicuri e rasserenanti confini della stanza.

La produzione del Pinter più maturo è segnata da opere indicate dalla definizione di “memory plays”, in cui il drammaturgo si concentra maggiormente sugli aspetti psicologici della personalità delle sue silhouette. Emblematica di questa nuova produzione è una delle sue ultime opere, intitolata “Old times”. Sullo sfondo di atmosfere oniriche e stranianti, le inevitabili lotte tra individui complicano la loro dinamica: adesso è la memoria a trasformarsi in un arma di rivalsa. Non esiste differenza tra i ricordi reali e le menzogne: imporre il proprio passato sugli altri significa assumere il comando della scena. Questa visione sottolinea il legame con il pensiero di Proust, secondo il quale tra evento e ricordo non esiste alcun legame diretto.  

“Dark”.

Con questa semplice parola si apre l’opera che si configura come il capolavoro indiscusso della carriera di Pinter. È Kate a pronunciare questo termine carico di ambiguità, che forse si riferisce alle condizioni metereologiche, forse al suo stato d’animo e al suo atteggiamento tendente all’autismo, che la allontana inesorabilmente sia dal marito Deeley, sia dall’amica Anna. Ed è proprio Anna il personaggio più enigmatico e paradossale dell’opera.

Di fronte a questa enigmatica donna si insinua nella mente un ragionevole dubbio: si tratta di un personaggio reale? È forse un fantasma? O un lato della personalità di Kate, che così vivrebbe sulla scena un personale psicodramma? Sta al lettore e allo spettatore risolvere queste domande, scavando in profondità nei meandri dell’ideologia pinteriana.

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