Letteratura Prosa

I Vinti di Verga Prefazione ai Malavoglia

Correva l’anno 1865 quando Verga si allontanò per la prima volta dalla sua Sicilia, soffocato dall’arretratezza e dall’emarginazione che accomunava il Mezzogiorno dello Stato appena unificato. Benché fosse figlio di proprietari terrieri, il desiderio di realizzarsi nel campo letterario lo spinse ad abbandonare gli studi in legge e a trasferirsi inizialmente a Firenze e successivamente nel capoluogo lombardo, dove, entrato a contatto con le figure di spicco dell’epoca e con la vita mondana, pubblicò i primi (sfortunati) romanzi erotico – sentimentali, volti a conquistare il pubblico borghese.

Malgrado l’insuccesso che caratterizzò gli anni da “migrante”, imbevuto dell’ideologia alla base del Realismo francese di Zola e Balzac, cominciò ad abbozzare i racconti veristi, imperniati sulla tragica e silenziosa lotta per la sopravvivenza delle classi più umili.

I Malavoglia, primo romanzo di un ciclo intitolato I Vinti, vede la luce nel 1881.

‹‹Questo racconto è lo studio sincero e spassionato del come probabilmente devono nascere e svilupparsi nelle più umili condizioni, le prime irrequietudini pel benessere; e quale perturbazione debba arrecare in una famigliuola vissuta fino allora relativamente felice, la vaga bramosìa dell’ignoto, l’accorgersi che non si sta bene, o che si potrebbe star meglio. […] I Malavoglia, Mastro – don Gesualdo, la Duchessa de Leyra, l’Onorevole Scipioni, l’Uomo di lusso sono altrettanti vinti che la corrente ha deposti sulla riva, dopo averli travolti e annegati, ciascuno colle stimate del suo peccato, che avrebbero dovuto essere lo sfolgorare della sua virtù. Ciascuno, dal più umile al più elevato, ha avuta la sua parte nella lotta per l’esistenza, pel benessere, per l’ambizione — dall’umile pescatore al nuovo arricchito — alla intrusa nelle alte classi — all’uomo dall’ingegno e dalle volontà robuste, il quale si sente la forza di dominare gli altri uomini; di prendersi da sé quella parte di considerazione pubblica che il pregiudizio sociale gli nega per la sua nascita illegale; di fare la legge, lui nato fuori della legge — all’artista che crede di seguire il suo ideale seguendo un’altra forma dell’ambizione. Chi osserva questo spettacolo non ha il diritto di giudicarlo; è già molto se riesce a trarsi un istante fuori del campo della lotta per studiarla senza passione, e rendere la scena nettamente, coi colori adatti, tale da dare la rappresentazione della realtà com’è stata, o come avrebbe dovuto essere.››

Verga, attraverso la narrazione asettica e distaccata, permette al lettore di addentrarsi e comprendere la mentalità e i meccanismi che regolano la società siciliana di fine Ottocento.

I Malavoglia, “vinti che la corrente ha deposti sulla riva”, incarnano perfettamente la definizione scelta dall’autore nella prefazione, poiché sono letteralmente una famiglia di pescatori da generazioni, che straziata dalla crudeltà della vita, si ritrova, fatta a pezzi, sulla spiaggia di Aci Trezza.

Dopo il naufragio della Provvidenza e la scomparsa del padre di famiglia, il giovane Ntoni e il nonno diventano i pilastri della casa, ognuno con le proprie idee, i propri desideri e le proprie speranze, apparentemente opposti ma indubbiamente complementari.

Come Verga, anche Ntoni vuole varcare il confine dell’Isola e sfidare il destino, cambiare rotta, ripartire, rinascere; ad ostacolarlo è l’anziano omonimo, detentore di valori secolari, che, senza mai lamentarsi, ha lavorato solo per la famiglia, vissuto sempre nella stessa casa, dormito nello stesso letto. Nella sua visione della vita non esiste il cambiamento, né tantomeno quello  voluto dall’uomo. Dove si nasce, si muore.

Eppure era stato proprio lui a innescare la serie di tragici eventi: deciso a migliorare la propria condizione sociale, si era dato al commercio di lupini, violando così il dovere morale di portare avanti l’attività dei Malavoglia. Non tarda ad arrivare la condanna, quasi divina, a questo passo azzardato e pericoloso che determinerà lo sgretolamento del nido famigliare; il desiderio del giovane Ntoni, invece, non è affatto egoistico, anzi, mira a preservare l’unione che inconsapevolmente aveva distrutto il nonno.

I protagonisti del romanzo, come accade nella realtà, presentano contraddizioni e debolezze di cui portano il peso e le cicatrici, ed entrambi sono destinati a soccombere non potendo colmare lo scarto tra i valori da perseguire e la realtà da affrontare.

A dar voce al giudizio del “pubblico” è la comunità di Aci Trezza: al rispetto e all’ammirazione che aveva inizialmente manifestato per il coraggio della famiglia, si contrappone, al termine, un’aspra condanna al tentativo di modificare un destino già scritto.

Mentre il giovane parte alla scoperta del mondo, il fratello Luca cade in guerra, la madre muore di colera, la sorella Lia finisce per fare la prostituta a Catania e il nonno si spegne in ospedale, ucciso dalla fatica e dal dolore. Sarà Alessi, l’ultimo dei fratelli, a mantenere intatto il “nido”, sposando Nunziata e portando avanti le norme etiche ereditate.

Rifiutato nel resto del Paese e ostracizzato dalla sua gente, Ntoni, si arrende alla consapevolezza dell’impossibilità di felicità lontano dalle proprie radici, ma ancor più sconcertante, è la straziante solitudine di un giovane che non ha più appartenenza.

Bibliografia:

-I *Malavoglia / Giovanni Verga ; introduzione di Carla Riccardi. Milano : Mondadori, 1983
XXXV, 271 p. ; 18 cm

-*Simbolo e costruzione allegorica in Verga / Romano Luperini. Bologna : Il mulino, [1989]
164 p. ; 22 cm.

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