Storia

Breve storia del movimento

Ormai da qualche anno ci siamo quotidianamente abituati a notizie di sbarchi di africani sulle nostre coste, naufragi nelle profondità delle acque mediterranee, a dibattitti sulle forme di accoglienza, sulle necessità di respingimento, sul pericolo rappresentato da queste persone, sulle potenzialità che possono aggiungere a paesi fiacchi e invecchiati. Gli alfieri del rifiuto portano un ampio spettro di considerazioni per sostenere le loro idee: scontri di civiltà, rischio di perdita di un supposto carattere culturale della nazione, snaturamento dei valori e altre riflessioni di questo genere. Tralasciando la insostenibilità della maggior parte di queste posizioni (la storicità di qualsiasi cultura o sistema di valori è caratteristica ampiamente documentata), nelle prossime righe si cercherà di illustrare come gli uomini, nel passato, erano in costante movimento. Le motivazioni degli spostamenti potevano essere le più diverse, ma non per questo il materiale umano veniva fermato da barriere linguistiche, religiose o culturali.

Innanzitutto è necessaria una considerazione preliminare. Nell’Europa medievale e moderna lo spazio era
nettamente diviso in due ambienti, che si completavano e sostentavano a vicenda, ma solo a patto di
numerosi scontri e contrapposizioni. Da una parte troviamo la campagna, ambiente rurale in cui le generazioni si susseguono con lentezza, la vita è scandita dai ritmi della natura e il tempo è quasi immobile. La quasi totalità di uomini e donne è occupata nel lavoro della terra, garantendo nutrimento non solo loro stessi, ma anche agli abitanti delle città, nonostante la loro atavica rivalità. Questa contrapposizione è all’origine stessa della civiltà, che fa il suo trionfante ingresso della storia dell’ uomo proprio quando qualche sconosciuto nostro antenato fonda la prima «anomalia del popolamento» a cui verrà dato il nome di città.
 
Queste «sono come dei trasformatori elettrici: esse aumentano le tensioni, precipitano gli scambi, rimescolano all’infinito la vita degli uomini»1, differenziano a un livello mai raggiunto prima la divisione del lavoro tra gli uomini, fenomeno grazie al quale loro stesse avevano avuto la vita. Ed è proprio in questi luoghi che possiamo trovare, anche nel passato, la vita pulsante degli aggregati umani, in cui si mescolano generi diversissimi di persone, mercanti, viaggiatori, imbroglioni, artigiani, montanari scesi dalle loro dimore a caccia di impiego, schiavi. La maggior parte di questi personaggi trova il proprio sostentamento grazie al movimento. La dinamicità cittadina
esprime il suo grado più elevato nelle città di mare, vere e proprie avanguardie della civiltà. Queste, ad esempio, formano una rete che unisce il Mediterraneo grazie a una rete di merci, persone e informazioni. Dai porti di Genova, Ragusa, Marsiglia, Livorno, Candia, Tunisi, Cipro e Beirut si diffondono nuove idee e innovazioni tecnologiche che col tempo si propagheranno in tutto l’ecumene. E questi fenomeni si possono trovare anche in altre parti del mondo, come ad esempio l’India e l’Oceano Indiano.
 
Braudel ci lascia un ritratto affascinante ed evocativo di questo mondo del passato europeo. Alle città è indispensabile un flusso continuo di immigrati per poter conservare la propria popolazione e così gruppi di uomini consapevoli di questa necessità, e spinti dalle loro proprie necessità si mettono in marcia. Così a Marsiglia troviamo Corsi impiegati in qualunque mansione, negli arsenali di Venezia montanari del Friuli e di Bergamo costruiscono con le loro mani i mezzi della grandezza della Serenissima, a Siviglia il numerosi moriscos andalusi mette in subbuglio le autorità cittadine, ad Algeri cristiani che fuggono dalla Spagna si convertono all’Islam e lavorano a fianco di Berberi del deserto. Ma «questi indispensabili immigranti non sempre sono uomini di fatica o di qualità mediocre: spesso recano tecniche nuove, tecniche non meno indispensabili alla vita umana delle loro persone»2. Il caso più comune è quello degli Ebrei, costretti fin dall’antichità a lunghe migrazioni, dopo ciascuna delle quali si dovevano trovare delle nicchie economiche in cui sviluppare la loro attività di medici, prestatori di denaro o insegnanti. Ma i porti pullulano anche di mercanti italiani, fiamminghi, catalani, aragonesi, ragusani. Alcuni di questi vivono tutto l’anno in città straniere, punto di appoggio per i loro compagni, che presso gli empori in giro per il Mediterraneo possono trovare rifugio, mangiare un piatto caldo e scambiare denaro e lettere di cambio. Ai poveri e ai mercanti si devono ancora aggiungere i ricchi che si spostano verso le città. Il loro rapporto con il mondo urbano è scandito da periodi di inurbamento e di ritiro nelle campagne a secondo delle congiunture politiche e sociali delle diverse epoche, ma è comunque un rapporto costante che contribuisce a formare la cultura cittadina.
 
Le città dunque si nutrivano di movimento, ma anche le campagne, allo stesso modo, dovevano regolarmente esportare popolazione, o perché non riuscivano a sostenerla tutta, o perché avevano bisogno di cacciare altrove le risorse per il loro proprio sostentamento. L’avvento della modernità rompe questo schema. Definire questo termine è quanto mai complesso, ma la si può intendere come l’epoca in cui vengono sconvolti i precedenti modi di vita tradizionali, in cui il tempo si accorcia e i cambiamenti sociali sono più rapidi e improvvisi, in cui si afferma lo stato su base nazionale come forma dominante di organizzazione politica, in cui l’industrializzazione modifica i rapporti produttivi. Questi cambiamenti hanno investito in tempi diversi le differenti regioni del mondo, ed ormai quasi tutta
la popolazione vive all’interno di un regime di modernità (anzi secondo alcuni studiosi si deve parlare di post-modernità). La dicotomia tra città e campagna risulta frantumata, ma l’abitudine cittadina di accogliere il movimento delle persone non riesce a vincere agli attacchi portati soprattutto dall’intolleranza nazionalista.
Questo è vero per il mondo occidentale, ma al di fuori di questo i modi di vita sono spesso ancora legati ai ritmi della natura, e a questi si devono adattare.
 
Negli ultimi anni si sta assistendo alla definitiva criminalizzazione del migrante, della persona in movimento.
Questo avviene senza rendersi conto di quanto sia stato normale lo spostamento per tutta la storia dell’uomo, ed anche attuando una distinzione, taciuta ma determinante, delle categorie di persone di cui fermare i movimenti. Qualcuno si è mai lamentato dei continui viaggi da un paese all’altro di ricchi uomini d’affari? Il mondo occidentale è ormai riuscito a sottrarsi alle costrizioni ecologiche che hanno da sempre determinato i modi di vita dell’uomo. Il lavoro e le attività erano scanditi dai ritmi della natura e dalle possibilità di sfruttarla per il sostentamento della propria comunità. Se ciò non era possibile, le popolazioni si mettevano in marcia. Questo è quello che sta succedendo al di fuori del mondo occidentale: chi non riesce più a vivere della sua terra cerca un altro posto, con risorse che permettano la vita. Gli esempi sono molti: la pratica del land-grabbing, a causa del quale grandi aziende comprano vasti appezzamenti di terreno in paesi più poveri non permettendo alla popolazione locale di sfruttarla per il
proprio sostentamento; l’esaurimento della fertilità della terra a causa del suo sfruttamento selvaggio3; la sostituzione di prodotti locali con alimenti importati4. Questi e altri problemi (come l’instabilità politica)
spingono le persone a mettersi in movimento, caratteristica innata dell’essere umano, che nei giorni nostri
sembra dimenticata ed è anzi combattuta. La necessità è il principale motore degli spostamenti. Ma se
anche la spinta a partire fosse data dal desiderio di partecipare alla ricchezza occidentale, siamo sicuri che se ci trovassimo nella stessa situazione non faremmo lo stesso anche noi?
 
Note: 
  1. F. Braudel, Civiltà materiale, economia e capitalismo. Le strutture del quotidiano, Einaudi, Torino, 1981 (1967), p. 450
  2. F. Braudel, Civiltà e imperi nel Mediterraneo nell’età di Filippo II, Einaudi, Torino 1991 (1949), p. 356
  3. Per i problemi legati allo sfruttamento della terra http://www.edizionialtravista.com/i-conflitti-per-la-terra-cristiana-fiamingo-luca-ciabarri-mauro-van-aken.html
  4.  
    Un esempio di queste problematiche, legato anche al nostro paese http://archivio.internazionale.it/webdoc/tomato/
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    By: Mattia Steardo

    Nome e cognome: Mattia Steardo
    Studi: laurea triennale in storia
    Interessi: musica (dal punk, al jazz, all’hip-hop), calcio, tifo e agnolotti
    Descrizione: sono un giovane storico, che, mentre attende di continuare i prossimi anni di lungo studio, si diletta in lunghe serate a base di buona musica, buoni amici e caldi sentimenti ai piedi delle nostre belle Alpi. Il mio tentativo sarà di raccontarvi un po’ di cose pallose in una maniera non pallosa, e se non ci riuscirò sarò stato palloso io.

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