Letteratura Poesia

Ewa Lipska e le “impronte” del mondo memoria e rebus ne "Il lettore di impronte digitali"

“Il mondo/ in cui vivevamo/ si chiamava Rebus/ e se ne infischiava delle nostre domande” (Rebus). Il mondo e la sua complessità da gioco enigmistico: questo si configura da subito come oggetto dell’osservazione di Ewa Lipksa in “Il lettore di impronte digitali”1, prima raccolta in versi dell’autrice tradotta in Italia.
Già il titolo ci parla di questa analisi della complessità con l’immagine del lettore, “quello strumento che le [impronte digitali] rileva, le elabora e le riconosce, che va a cercare le cosiddette «minuzie», cioè tutti quei punti dove le linee si interrompono o si biforcano”2.

 

Sono proprio le «minuzie» al centro dei singoli testi: “Ostriche. Vino. Risate” di un veglione di Capodanno (Il Banchetto) o “la morbida flanella dell’infanzia” (La vita), piccoli punti dell’immagine generale, variazioni sul basso continuo della memoria.
Lpiska infatti parte sempre da elementi di un tempo e di un mondo passato che non ha più una consistenza propria, ma che la memoria ha il compito di traghettare in un presente irrimediabilmente trasformato:

 

Sempre meno testimoni
potrebbero confermare
che questa era una vita
Con una fabbrica d’amore.

Che questo era un paese.
Una strada. Un numero.
Un vento che spargeva schiuma di latte.

Che erano ragazzi
di un’altra dimensione.
Ragazze a sirene spiegate.

La storia rendeva
false testimonianze.
Il tempo si scostava dalla verità.

I morti si sono avvalsi
della facoltà di non rispondere.

Gli eredi
non hanno chance.
(Testimoni)

È un presente che dà l’idea di maceria. Colpito da un trauma o una violenza mai citata, si presenta come “Un aeroporto invaso da erbacce. / […] /Rudere della paura. Relitto del vuoto.” (Due parole su questa notte) in cui si innestano il nuovo della tecnologia, i “forum di internet” (Qualche parola sulla xenofobia) e i “miliardi di bocche” dei social (Il lettore di impronte digitali).
Su questo terreno la memoria non ha il compito di riportare qualcosa in vita dal passato ma quello di innestare gli elementi passati creando e reinventando immagini-evento inconsuete.3

 

Le immagini surreali di Lipska infatti, libere da convenzionalità o rigidità di senso, piegano la parola dando vita ad accostamenti che confliggono, risultano spesso inconciliabili e “costringono il lettore ad un ripensamento”4: la lingua cacciata come un animale del bosco (“Con i battitori. Con il latrato delle parole/ Con la rapace fonetica del bosco. // Tenersi d’occhio/nel mirino del fucile./Inseguire la lingua.”) (La caccia) o il verso trasformato in cane randagio che “Non ha padroni. L’autore l’ha lasciato/ in balìa del destino. Orfano di parole.” (Un verso randagio).

 

La poetessa si carica allora del “ruolo doppio di creatrice di indovinelli e portatrice di verità” (come scrive Davidson5), sintetizzando in immagini inconsuete l’impronta digitale di un mondo inafferrabile, in cui le linee si spezzano in domande senza risposta, in paradossi che rispondono beffardi alla mancanza di un ordine generale, di una consequenzialità. Il tempo allora non è che una convenzione (I progetti per il futuro), l’artefice del Big Bang è ancora nei paraggi (Il Big Bang) e la storia stessa è una nostra creazione:

Non so nemmeno
se è la storia che ha creato noi
o se noi abbiamo creato la storia.
Se siamo solo l’eco
di un cuore altrui.
(Il mondo)

 

 

Note:

  1. Lipska, Il lettore di impronte digitali, Roma, Donzelli, 2017
  2. Ciccarini, Baciarsi con miliardi di bocche…, postfazione a Il lettore di impronte digitali, p. 90
  3. p. 92
  4. p.91
  5. Davidson, Introduction to The New Century in E. Lipska, The New Century: Poems, Evanston, Northwestern University Press, 2009

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