Letteratura Poesia

Storia di un artista-criminale La poetica di Jean Genet

Se analizzare la produzione di un artista non è impresa semplice, analizzare e comprendere fino in fondo le opere di Jean Genet risulta impossibile.

Complesso ed enigmatico come il linguaggio che predilige, l’artista parigino non può e non deve essere scisso dal suo vissuto, che fa di lui un personaggio unico e immortale.

La sua esistenza si pone come un’esperienza eccezionale sin dal momento in cui vede la luce, il 19 dicembre 1910: orfano di padre ancora prima di nascere, anziché accolto, è respinto dalla madre nel momento stesso in cui viene al mondo. Trascorre i primi sette anni in un orfanotrofio per essere catapultato poi nella realtà contadina al termine della Grande Guerra.

«Sparpagliato nella natura, egli vive in una dolce confusione con il mondo, si struscia carezzevolmente all’erba, all’acqua, gioca; traversa la sua solitaria trasparenza, passa tutta la campagna. Insomma è innocente» così scrive Sartre nell’opera “Santo Genet commediante e martire”, vera e propria indagine sulla vita e le opere di Genet, cui applica minuziosamente l’idea esistenzialista da lui teorizzata.

Della descrizione appena citata, solo la natura si rivela compagna fedele e onnipresente nella sua poetica; la dolce confusione con il mondo si tramuta in disagio ostinato, lo strusciarsi carezzevolmente all’erba, all’acqua diverrà uno strusciarsi a uomini crudeli, a criminali, a efebi maledetti, e infine l’innocenza altro non è che un acerbo sentimento di colpevolezza per il rifiuto perpetrato al momento del suo concepimento.

In tenera età comincia a commettere piccoli furti «per possedere, come possiedono coloro che gli stanno vicino: e così integrarsi in una società che fino ad ora, pur beneficandolo, non lo ha mai sentito come uno dei suoi» dice Sartre.

Dovrà aspettare di giungere nell’Africa del Nord nelle vesti di soldato per conoscere l’affetto, la complicità, il calore tra esseri umani, e cessare di essere il “trovatello”, il “diverso”.

Si autoproclama “esule tra gli uomini” quando, dopo un lungo vagabondaggio e soste nelle galere di Europa e Balcani, accetta il suo destino: «il carcere m’offrì la prima consolazione, la prima pace, la prima promiscuità amica: e nell’immondo. Tanta solitudine m’aveva costretto a trovare un compagno in me stesso».

Si potrebbe paragonare a un moderno Candido, costretto ad affrontare numerose peripezie, o al René del XX secolo, eternamente insoddisfatto, o addirittura al riflesso di Pasolini, accomunati dall’omosessualità e dal rapporto morboso con la figura della madre.

Eppure Genet non riuscirà a godere di un lieto fine come il personaggio di Voltaire, Genet non è un’invenzione, una madre non l’ha mai avuta, contrariamente al “corsaro”.

Il vuoto incolmabile che segna la sua esistenza sarà riempito esclusivamente dalla scrittura: «posso dire la verità solo nell’arte».

Inizia così a scrivere, stimolato dalla dappocaggine dei detenuti-colleghi: i primi versi sono dedicati a uno di loro, Maurice Pilorge, ladruncolo reo di aver ucciso il suo amante per denaro e condannato alla ghigliottina.

Genet intraprende quindi la carriera di scrittore, drammaturgo e poeta, tuttavia senza rinunciare ai vizi e agli eccessi che lo hanno reso un degno erede di Verlaine, Rimbaud e Baudelaire.

La sua poetica è nota per l’aberrazione, la trasgressione dei contenuti; il linguaggio varia, subisce delle repentine metamorfosi: da una lingua familiare-parlata si passa al registro aulico-letterario fino a precipitare nell’argot della criminalità e nelle frequenti coprolalie. Genet si ispira ai suoi simili, ai deboli, agli emarginati, ai delinquenti, ai diversi.

 

È qui riportato un estratto della poesia Il condannato a morte:

 

Oh la dolcezza della galera impossibile lontana!

Il cielo della bella, il mare e le palme,

Le mattine trasparenti, le sere folli, le notti calme,

Oh capelli rapati e le Pelli-di-seta.

 

Sogniamo insieme, Amore, qualche duro amante

Alto come l’Universo, il corpo macchiato d’ombra.

Ci infilerà nudi in quegli scuri alberghi,

Fra le sue cosce d’oro, sul suo ventre fumante,

 

Un magnaccio splendente modellato su un arcangelo

Tutto arrapato sui mazzi di garofani e gelsomini

Che porteranno tremanti le tue luminose mani

Al suo angusto fianco che il tuo bacio disturba.

 

Tristezza nella mia bocca! Amarezza che gonfia

Gonfia il mio povero cuore! I miei amori profumati

Addio se ne andranno! Addio coglioni amati!

Oh sulla mia voce spezzata insolente pippo addio!

[…]

Adora in ginocchio, come alla gogna sacra,

il mio torso tatuato, adora fino alle lacrime

il mio sesso che urta colpendoti come un’arma,

adora il mio bastone che adesso ti penetra.

[…]

Vieni mio bel sole, vieni mia notte di Spagna,

Vieni nei miei occhi che saranno morti domani.

Arriva, apri la mia porta, portami la tua mano,

conducimi lontano da qui a battere la campagna.

 

Il cielo può svegliarsi, le stelle fiorire

I fiori sospirare, e dei parti d’erba nera

Accogliere la rugiada dove il mattino va a bere.

Il campanile può suonare: io sto solo per morire.

 

 

 

 

 

Bibliografia:

Invito alla lettura di Jean Genet / Sergio Torresani. Milano : Mursia, \1987 198 p. ; 17 cm.

Poesie / Jean Genet ; a cura di Giancarlo Pavanello. – Nuova ed. Parma : Guanda, 1998 114 p. ; 20 cm

Leave a Reply

Your email address will not be published. Required fields are marked *

*