Letteratura Prosa

Simona Vinci: La prima verità e la follia Discorso a margine

Parlare di follia spesso implica un presupposto definitorio: la follia è alterità, e l’esigenza primaria è segnalare la lontananza reciproca di insanità e ragione. È importante, insomma, creare un confine, separare le contiguità, sezionare e recidere.

Commentando una frase di Dostoevskij nel Diario di uno scrittore  – “Non è rinchiudendo il vicino che ci si convince del proprio buon senso” – Michel Foucault scrive:

Bisogna fare la storia di quest’altra forma di follia – di questa forma attraverso la quale gli uomini […] comunicano e si riconoscono nel linguaggio spietato della non-follia; ritrovare il momento di questa congiura, prima che essa non sia stata definitivamente fissata nel regno della verità […]. Cercare di raggiungere, nella storia, questo grado zero della storia della follia, dove essa è esperienza indifferenziata.

Per comprendere bisogna dunque annullare il limite. E si deve rinunciare al conforto delle verità ultime, e non lasciarsi mai guidare da ciò che possiamo sapere della follia.

È in questa prospettiva che si collocano le storie raccontate da Simona Vinci ne La prima verità.

Il percorso narrativo si snoda lungo direttrici spaziali e temporali scomposte: Villa Azzurra, sede dell’Istituto Psico Medico Pedagogico di Grugliasco (Torino), nota per il sistema di violenza cui venivano sottoposti gli ospiti (qui una testimonianza), l’isola greca di Leros con l’ospedale psichiatrico per soggetti incurabili e l’area riservata agli oppositori politici del regime dittatoriale dei colonnelli, Budrio (Bologna), paese in cui l’autrice ha trascorso l’infanzia a contatto con i mattucchini (i pazienti psichiatrici del San Gaetano e di Villa Donini) e in Sierra Leone, presso il Kissy Mental Home di Freetown.

Nei diversi contesti storici e sociali di riferimento i protagonisti superano il limite, oltrepassano le mura, ed entrano in contatto con la quotidianità e le storie di pazienti, dipendenti e direttori degli ospedali psichiatrici. Il mondo dell’istituzionalizzazione viene indagato, e restituito, sia nei suoi tratti macroscopici sia in quelli più labili della quotidianità di convivenza; il contesto rimanda costantemente a quello che la scrittrice Michela Murgia definisce «un dislivello di potere» che legittima abusi e omissioni.

Il limite, però, viene oltrepassato soprattutto in Non ti scordar di me, la prima delle tre prefazioni al romanzo, nella quale la voce narrante, commentando la foto di una bambina scattata a Villa Azzurra negli anni Sessanta dice: Mi colpisce perché sono stata una bambina ineducabile. Sono stata una bambina pericolosa per sé e per gli altri. Mi è andata bene. Se fossi nata solo cinque anni prima del 1970, in un altro contesto sociale, avrei potuto essere io quella bambina nuda, legata con cinghie di contenzione a un lettino spinto contro i margini dell’abisso dove, se precipiti, non ci sarà nessuna mano ad afferrarti.

Ecco, dunque, in trasparenza, la sovrapposizione tra le due categorie. La società delimita, sottrae alla vista e sposta più in là per evitare il contatto, mentre il narratore e i protagonisti si avvicinano al punto non solo di annullare l’opposizione tra la conclamata ragione e la conclamata follia, ma anche di includersi potenzialmente tra le vittime. Il sistema di reclusione e di disumanizzazione dei malati psichiatrici, spesso posto più o meno inconsapevolmente a garanzia della ragionevolezza dei sani, apre, nelle pagine del libro, a interrogativi che, pur in tempo di deistituzionalizzazione e quindi di minore urgenza, non perdono la loro pregnanza.

Bibliogragfia

F. Dostoevskij, Diario di uno scrittore, Bompiani, Milano 2007

M. Foucault, Prefazione alla Storia della Follia, 1961, in Id., Follia e discorso, Feltrinelli, Milano 2014, pp. 49-58.

S. Vinci, La prima verità, Einaudi, Torino 2016

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