Storia

Impressioni dal Chiapas Montagne e guerrieri del Messico del Sud

Se uno si sta dirigendo in Chiapas dalla penisola della Yucatan, non c’è bisogno di leggere un arrugginito cartello stradale per capire che si è giunti a destinazione. La piatta e monotona pianura che forma gli stati di Yucatan, Quintana Roo e Campeche lascia improvvisamente il posto a vette impervie di un verde rigoglioso. In mezzo a queste cime che si ammassano una sull’altra lasciando pochissimo spazio a valli e altopiani, la presenza dell’uomo è scarsa, ma a tratti evidente. Sui ripidi pendii, gli orti e le coltivazioni di mais, manghi, banane, caffè e tabacco dimostrano la tenace e interminabile battaglia dell’uomo contro la natura, per ricavarne la vita.
 
Per migliaia di anni si gli uomini abitarono il Messico e il Centro America, a partire da quando 15-20.000 anni fa alcuni gruppi di intrepidi cacciatori-raccoglitori superarono lo Stretto di Bering e iniziarono a popolare un continente in cui fino a quel momento l’uomo era stato assente. Fiorirono ricche civilizzazioni in mezzo a giungle molto più pericolose dei boschi europei. Mentre i nemici principali degli antichi contadini del Vecchio Continente furono per lo più il lupo e l’orso, gli amerindi dovettero lottare giornalmente per scampare dalla morte per mano della natura, che essa fosse data da belve come pantere o giaguari, da serpenti, da ragni, da insetti velenosi, o addirittura da piante. A dispetto di questi pericoli, mentre le campagne europee giacevano per lo più in rovina dopo la caduta dell’Impero Romano d’Occidente, in questa parte del mondo si costruivano piramidi e templi, i sacerdoti scoprivano i segreti degli astri e le arti e le tecniche fiorivano in ogni città, da Teotihuacan a Palenque, da Copàn a Tikal. E Maya e Aztechi non erano gli unici popoli a vivere in centro America, come invece sembra dalle poche nozioni scolastiche che ognuno di noi ha ricevuto, ma si potevano incontrare Toltechi, Olmechi, Totonachi, Taraschi, Mixtechi. Queste genti condividevano tratti alcuni culturali, ma in altri differivano e molto spesso erano divisi da acerrime rivalità (lo sfruttamento delle quali sarà indispensabile ai conquestadores per sottomettere e conquistare il Messico). Per poter capire possiamo pensare al mondo mesoamericano come similare a quello dell’antica Grecia, unita culturalmente, ma politicamente profondamente frammentata.
 
Il Sud del Messico e il Guatemala furono però la culla della più celebre delle civilizzazioni mesoamericane, quella dei Maya, i cui discendenti abitano ancora queste terre. E tra le montagne del Chiapas abitavano i più fieri guerrieri, temprati dalla costante battaglia contro le asperità della vita tra le nuvole. Durante il periodo Classico (150-900 d.C.) fiorirono i grandi centri urbani di Chiapa de Corzo e Tenam Puente, da dove transitavano le merci (ossidiana, sale, basalto, cacao) dalla costa del Pacifico al Guatemala, mettendo in contatto Olmechi e Maya. In questo periodo si assistette al massimo splendore della civiltà Maya, con grandi scoperte nel campo della scienza, dell’arte e dell’architettura. La complessità dell’universo Maya, però, non è ancora stata svelata del tutto, ed anche per questo da anni si è formato un alone di mistero attorno a questa antica popolazione. Ma a dispetto di profezie che annunciano la fine del mondo e alieni che aiutano a costruire i templi, si può osservare come la nostra ignoranza è dovuta a due attori principali: la distruzione della maggior parte dei documenti scritti contenenti l’eredità culturale Maya da parte dei conquistadores e il fatto che molti siti devono essere ancora esplorati, o addirittura scoperti, scavando nel cuore della giungla. Intorno all’anno Mille, così come nel resto del mondo Maya, si assistette a un collasso della civilizzazione, dovuto al raggiungimento dei limiti ecologici e a contrasti politici e sociali all’interno delle comunità. Questo portò alla conquista da parte di genti azteche. Solo Chiapa de Corzo resistette, mantenendo la sua anima maya. E fu solo l’arrivo degli Spagnoli che distrusse questo fiero villaggio di guerrieri. Le leggende maya ci raccontano di come però gli europei non sconfissero mai gli abitanti di Chiapa de Corzo: infatti quando questi videro che le possibilità di vittoria contro i fucili spagnoli erano ormai svanite, salirono in cima al Cañòn del Sumidero, canyon naturale scavato dal fiume Grijalva , le cui pareti arrivano all’altezza di 1000 metri nel punto più alto. Da cui si gettarono nel vuoto, preferendo la morte a consegnare le armi ai conquistatori bianchi.
 
In Chiapas il passato è tanto vivo che sullo stemma dello stato si può vedere proprio il Cañòn del Sumidero, in omaggio ai vecchi combattenti. Gli spagnoli, dopo la conquista fondarono città e iniziano a evangelizzare le genti indigene. Nel 1528 il conquestador Diego Mazariegos fondò Villa Real, che avrebbe poi cambiato nome in San Cristòbal de Las Casas, capitale culturale del Chiapas. Già dal suo nome si può capire il forte attaccamento alla storia di questa città coloniale in mezzo alle montagne chiapaneche. Cristòbal è il nome spagnolo del nostro genovese Cristoforo Colombo, croce o delizia dei popoli amerindi a seconda dei punti di vista. Egli è l’archetipo dell’esploratore, del colonizzatore, colui che inaugurò il progressivo tentativo di conquista dal mondo da parte della piccola Europa. La seconda parte del nome della città è un omaggio a San Bartolomè de Las Casas, primo vescovo del Chiapas e strenuo sostenitore degli indios contro gli abusivi degli schiavisti e dei conquistadores. Il nome risulta quindi come un incrocio tra un personaggio nefasto per gli indigeni (l’esploratore che portò malattie e conquistatori) e un loro difensore. E il carattere di incontro tra culture, di scambio, ma anche di profondo attaccamento alla tradizione e orgoglio è ancora visibile camminando per le vie di San Cris (come la chiamano affettuosamente i locali). Passeggiando tra case colorate e marciapiedi sui quali è più facile cadere che stare in piedi, si possono incontrare indigeni maya e chamula, turisti messicani, europei, hippie agli angoli delle strade che vendono collanine e suonano chitarre, violini, tamburelli e qualsiasi tipo di strumento. L’orgoglio indigeno ha ricominciato a far sentire forte la sua voce dal 1994, anno in cui proprio da San Cristòbal iniziò la Rivoluzione Zapatista, con cui uomini coperti da un passamontagna rivendicarono i diritti degli esclusi, delle popolazioni che a dispetto delle promesse del mercato globale, non ricevevano alcun beneficio da questo, ma si vedevano solo portare via le terre e negare l’accesso ai diritti fondamentali di acqua, educazione e sanità. L’incontro e lo scontro di differenti culture e popolazioni differenti è una caratteristica peculiare della storia del Messico e del Sudamerica tutto, a cui non siamo abituati nella Vecchia Europa, in cui già tra il 1400 e il 1500 iniziavano a delinearsi le frontiere di stati nazionali, che pretendevano di unificare genti diverse sotto un unico potere e un’unica cultura. Operazione riuscita, che però si sta sgretolando sotto la costante pressione del materiale umano, che non può essere racchiuso tra linee immaginarie tracciate su una carta geografica.
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    By: Mattia Steardo

    Nome e cognome: Mattia Steardo
    Studi: laurea triennale in storia
    Interessi: musica (dal punk, al jazz, all’hip-hop), calcio, tifo e agnolotti
    Descrizione: sono un giovane storico, che, mentre attende di continuare i prossimi anni di lungo studio, si diletta in lunghe serate a base di buona musica, buoni amici e caldi sentimenti ai piedi delle nostre belle Alpi. Il mio tentativo sarà di raccontarvi un po’ di cose pallose in una maniera non pallosa, e se non ci riuscirò sarò stato palloso io.

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